
HIV: investire in sensibilizzazione e test rapidi per favorire le diagnosi precoci
Secondo gli ultimi dati disponibili, tra il 2023 e il 2024 i numeri delle nuove diagnosi di HIV in Italia sono rimasti stabili, rispettivamente con 2.507 e 2.379 casi. Nel 2024 la metà delle persone ha effettuato il test per la presenza di un sintomo o di patologie correlate, mentre un quinto lo ha fatto dopo aver avuto un rapporto sessuale a rischio.1 A preoccupare, però, è l’incidenza delle nuove diagnosi tardive che, sempre nel 2024, sono state il 59,9% (nel 2015 erano il 54,4%)2 e ben due terzi presentavano una condizione di immunodeficienza severa. Inoltre, delle 450 nuove diagnosi di AIDS registrate nel 2024, l’84% riguardava persone che non erano a conoscenza di avere un’infezione da HIV.3
HIV e AIDS non sono la stessa cosa. Lo Human immunodeficiency virus (HIV) è un’infezione che attacca e distrugge un tipo specifico di globuli bianchi (i linfociti CD4) responsabili della risposta immunitaria dell’organismo; conseguentemente, avere un’infezione da HIV indebolisce il sistema immunitario che non riesce a reagire contro altri batteri o virus. Strettamente collegato all’HIV è l’AIDS che, come sottolinea il Ministero della Salute, rappresenta uno stadio clinico avanzato dell’HIV che può manifestarsi anche alcuni anni dopo aver contratto l’infezione.4 Naturalmente, più la diagnosi di HIV tarda ad arrivare, maggiori sono le probabilità che l’AIDS si possa manifestare in condizioni gravi.
Per questo motivo è necessario ampliare l’offerta dei test rapidi per l’HIV per esempio nei pronto soccorso o negli studi medici: l’obiettivo è identificare eventuali infezioni per tempo e, quindi, accedere alle cure quanto prima. Come ha spiegato Luca Butini, presidente di ANLAIDS (Associazione Nazionale per la lotta all’AIDS), «Il test è affidabile, accurato e difficilmente sbaglia; può essere acquistato in farmacia o su internet ma l’obiettivo è far sì che vengano distribuiti in contesti community based: quindi, non ospedali o laboratori (luoghi spesso considerati giudicanti dalle persone che si sottopongono al test) e, conseguentemente, in orari e contesti più privati».
«Tuttavia, parallelamente al test, non possono mancare le informazioni e le istruzioni su come muoversi nel caso il test rapido non sia negativo. In questi casi una persona deve essere accompagnata (fisicamente ma anche emotivamente) a confermare la diagnosi con ulteriori esami perché, per esempio, esistono anche falsi positivi che vengono smentiti con un test ulteriore».
Ma perché si parla così poco di HIV/AIDS e prevenzione?
Lo stigma nei confronti dell’HIV
Purtroppo, ancora oggi c’è poca sensibilizzazione sul tema specialmente tra le persone più giovani e/o studenti e studentesse che, in assenza di un’educazione sessuo-affettiva nelle scuole che affronti l’argomento delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST), spesso cercano informazioni online (57% dei casi, ma anche tramite genitori nel 46%, amicə nel 42% e manuali scientifici nel 22%).5 Eppure, le ore dedicate all’educazione sessuo-affettiva potrebbero essere occasioni per parlare apertamente, senza imbarazzo, di HIV e IST: basti pensare che l’82% delle e degli adolescenti non ha mai fatto un test HIV (attualmente la legge prevede che un o una minore possa effettuare un test HIV solo con il consenso dei genitori).
«Generalmente, i e le giovani sono meno giudicanti rispetto alle vecchie generazioni, tant’è che quando con ANLAIDS andiamo nelle scuole per fare sensibilizzazione diciamo sempre ai ragazzi e alle ragazze di raccontare ai genitori cosa hanno ascoltato, perché spesso è proprio nelle persone adulte che persiste la paura. Questa e l'assenza di informazioni corrette possono ancora condizionare l’atteggiamento nei confronti del test e delle persone con HIV. È importante raggiungere specialmente le persone giovani con una corretta informazione perché sono certo che saranno un veicolo formidabile per abbattere lo stigma», ha spiegato il dottor Butini.
È proprio stigma e la vergogna nei confronti del virus e dell’AIDS a ostacolare la diagnosi precoce (e, quindi, l’accesso alle terapie) e alimentare il malessere psicologico dellə pazienti che, in alcuni casi, ricevono giudizi, vivono una condizione di isolamento da parte delle altre persone con conseguenti sentimenti di paura, tristezza e rabbia.6 Ma da dove nasce lo stigma?
«Lo stigma nasce da subito: siamo negli anni ‘80, quindi molto tempo prima della diffusione delle primissime informazioni certe. All’epoca si parlava di HIV/AIDS facendo riferimento solo a determinati gruppi sociali, le cosiddette “categorie a rischio”, un termine che contribuito alla stigmatizzazione e alla creazione di questo enorme divario: “io non appartengo a quella categoria, quindi tutto ciò non mi riguarda”, si pensava», ha spiegato il dottor Butini. «Inoltre, in queste categorie vi rientravano soprattutto “uomini che avevano rapporti con altri uomini” e persone che utilizzavano le stesse siringhe per assumere eroina, quindi non si voleva essere associati o associate a questi comportamenti».
«Il pregiudizio, insieme alla scarsa informazione, ostacola la diffusione di quanto è sintetizzato con U=U (Undetectable = Untransmittable, in italiano Non rilevabile = Non trasmissibile, ndr), ovvero la certezza che una persona con HIV in terapia e con carica virale non rilevabile (e nel 95% dei casi è così) non trasmette il virus, anche in assenza di preservativo», ha spiegato il dottor Butini.
Quindi, sensibilizzare e diffondere informazioni corrette e precise diventa una missione fondamentale per abbattere i preconcetti sull’HIV. «In parte la paura sembra essere diminuita. Faccio un esempio concreto: in occasione dell’inaugurazione della mostra itinerante di ANLAIDS Habitus nella piazza principale di Jesi che ha ospitato l’evento c’era il camper di un’associazione che faceva il test rapido per l’HIV e lunghe file di persone in attesa del loro turno. Immaginiamo la stessa situazione 10 o 15 anni fa: proprio a causa dello stigma, quella piazza sarebbe stata vuota. Qualcosa sta cambiando da questo punto di vista, anche grazie a questo modo di fare informazione un po’ più equilibrato e non basato esclusivamente sulla paura, un sentimento che, nei primi anni della pandemia HIV/AIDS, era conseguente alle conoscenze ancora scarse e all’impatto dei decessi».
- Dati dell’Istituto Superiore di Sanità (novembre 2025). ↩︎
- Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità (novembre 2025). ↩︎
- Dati di ANLAIDS – Associazione Nazionale per la lotta all’AIDS presenti nel comunicato stampa 40 anni ANLAIDS: test rapidi HIV nei pronto soccorso e negli studi medici di medicina generale (novembre 2025). ↩︎
- Definizioni tratte dal sito del Ministero della Salute. ↩︎
- Articolo Facciamolo in classe: parliamo di educazione sessuo-affettiva di Save the Children (febbraio 2025). ↩︎
- AIDS e stigma sociale: come nascono paure, convinzioni sbagliate e come superarle IRCCS Ospedale San Raffaele (dicembre 2025). ↩︎
Nella fotografia: il bacio tra Fernando Aiuti (uno dei fondatori di ANLAIDS) e Rosaria Iardino (giornalista ed esperta di diritti civili e politiche sociosanitarie, oggi presidente di Fondazione The Bridge e donna che vive con HIV) è divenuto simbolo della lotta contro lo stigma nei confronti delle persone con AIDS (crediti: ANLAIDS)