
Herbert Clyde Lewis, Gentiluomo in mare. La trappola dell'orgoglio borghese
Da sempre, scienziatə, filosofə e anche persone comuni si interrogano sul ruolo che natura e cultura giocano nella formazione dell’identità di un soggetto. Quanto ciò che siamo dipende dal contesto in cui siamo natə e quanto, invece, da qualcosa di insito? Una persona si comporterebbe allo stesso modo anche se fosse cresciuta in una famiglia/regione/epoca diversa? O il nostro carattere è irrimediabilmente plasmato dalle esperienze che facciamo fin da piccolə?
Il dibattito sembra accendersi ancora di più quando si discute di casi di cronaca particolarmente efferati o di disturbi mentali; si vuole capire se c’erano dei segnali, se la tragedia si sarebbe potuta evitare, se una maggiore attenzione avrebbe potuto prevenire un certo disagio o malessere. Invece, in situazioni di “normalità” si tende meno a prendere in considerazione questa dicotomia e, anzi, spesso natura e cultura finiscono per sovrapporsi; capita infatti di sentire persone dire che «sono state cresciute in un certo modo», o i cui «genitori hanno trasmesso loro dati valori», i quali non solo non vengono messi in discussione, ma sono accettati in toto come parte del proprio essere, permettendo quindi all’educazione ricevuta di sostituire qualunque tipo di impulso o pensiero autonomo.
Un esempio lampante è dato da Henry Preston Standish, protagonista del romanzo breve Gentiluomo in mare di Herbert Clyde Lewis (pubblicato in Italia da Adelphi con la traduzione di Marco Rossari nel gennaio del 2023, nonostante il libro sia del 1937). Standish è un individuo esemplare, il proverbiale uomo perbene: di buona famiglia, con una carriera avviata nella finanza, una moglie accondiscendente, due figli amati senza eccessi, mai una parola fuori posto, un gesto sconveniente, un passo falso in una vita all’apparenza perfetta. Eppure, raggiunta quella che all’epoca era considerata la mezza età, ovvero i 35 anni, questo antieroe che incarna in sé tutti i valori della borghesia comincia ad avvertire un’inquietudine indefinita, che all’inizio lo costringe a letto, in un’apatia invalidante («troppo lavoro», dicono i medici, secondo cui i turbamenti emotivi devono avere una causa concreta), ma che poi lo anima di una nuova sete di vita e di scoperta, che lo porta a lasciare la famiglia e i doveri per qualche mese per compiere un viaggio attraverso l’Oceano Pacifico.
Ed è qui, durante la tratta tra Honolulu e Panama a bordo dell’Arabella, che per una sventurata casualità Standish finisce in mare, senza che i membri dell’equipaggio né gli altri passeggeri se ne accorgano. Ma, essendo un gentiluomo, una persona misurata, che teme la vergogna più di qualunque altra cosa, non chiede aiuto; trova che urlare sia sconveniente e con riluttanza, dopo varie ore a mollo, decide di togliersi i vestiti, già paventando l’umiliazione di quando verrà ripescato e dovrà salire sulla nave tutto nudo.
È per orgoglio che Standish non grida, per una morale puritana che gli è stata impartita fin da piccolo e che, perfino nel momento più drammatico, sostituisce il primordiale istinto di sopravvivenza. Sono gli stessi valori e precetti che ha seguito per tutta la vita e che gli sono serviti come bussola nel mondo moderno (il decoro, la rispettabilità) a condannarlo, a dimostrazione del fatto che, se accettiamo le regole che ci vengono impartite in maniera acritica, a discapito della nostra vita intima, rischiamo che, alla fine, di noi non resti più niente.