FAMIGLIE OMOGENITORIALI: REALTÀ NEGATE - Il difficile cammino per il riconoscimento in Italia

Laura Mentasti

A inizio 2016 lo avevamo davvero sperato. Da dieci anni eravamo in attesa del riconoscimento di una genitorialità iniziata ancor prima di leggere i risultati del test di gravidanza, perché decisa insieme all’interno di un progetto famigliare condiviso.
Finalmente era in discussione in Parlamento una proposta di legge (il ddl ‘Cirinnà’) che prevedeva la “stepchild adoption”, cioè la possibilità – su decisione del Tribunale dei Minori – di estendere al/alla partner la responsabilità genitoriale nei confronti dei figli biologici o adottivi dell’altr* componente della coppia, come già previsto per i coniugi. In questo modo si sarebbero potuti assicurare, come affermava un documento sottoscritto da quasi 600 giuristi,“i diritti di cura, di mantenimento, ereditari” ed evitare “conseguenze drammatiche in caso di separazione o intervenuta incapacità o morte del genitore biologico, salvaguardando la continuità della responsabilità genitoriale nell’esclusivo interesse del minore”. La stepchild adoption è certo una misura insufficiente, perché stabilisce l’adozione di bambin* che di fatto sono già figl* della coppia, ma avrebbe permesso di tutelare in parte minori nat* dalla volontà di due uomini/donne grazie alle tecniche di procreazione assistita consentite in altri Paesi.

Sono una trentina nel mondo gli Stati che consentono alle persone dello stesso sesso la stepchild adoption e/o la possibilità di adozione di minori estern* alla coppia, ma in Italia è prevalsa una logica oscurantista: l’opposizione a quella norma fu forte e, per salvare la legge, fu stralciata dal testo.
Così, a dispetto di quanto espresso dall’Unicef, dalla Corte europea dei diritti umani, dall’Associazione Italiana di Psicologia, centinaia di famiglie come la nostra sono state mantenute nella clandestinità istituzionale, centinaia di minori si sono visti negare il riconoscimento dei loro legami famigliari.

Da più di 15 anni Famiglie Arcobaleno (FA), la prima associazione italiana costituita da genitori dello stesso sesso, si batte per proteggere figli e figlie dallo stigma che nasce dalla non conoscenza e dalla paura, ottenere tutele legali per garantirl* nei loro affetti e nei loro beni, contribuire al superamento di un concetto di genitorialità povero ed escludente, basato su una gerarchizzazione delle tipologie famigliari, che considera la famiglia costituita da una coppia uomo-donna sposati con figl* all’apice di una piramide che porterebbe progressivamente – con l’allontanarsi dal ‘modello ideale’ – all’innalzamento dei livelli di problematicità. Al punto più ‘socialmente patologico’ si collocherebbero le realtà in cui la coppia adulta è costituita da due persone dello stesso sesso: in questo caso, è lo stesso riconoscimento di ‘unità famigliare’ a venire negato.

FA è nata nel 2005, quando un piccolo gruppo di persone, coppie omosessuali di diverse zone d’Italia, si ritrovò per riflettere su cosa fare al fine di tutelare i propr* figl*, che stavano per iniziare l’esperienza scolastica e che, dunque, avrebbero conosciuto un contesto esterno con tutta probabilità impreparato a riconoscere loro e le loro famiglie. L’urgenza di accompagnarl* ad affrontare serenamente questa fase delle loro vite si univa alla consapevolezza – acquisita attraverso la conoscenza diretta di esperienze vissute e studi scientifici condotti in Paesi in cui l’omogenitorialità era già da tempo una realtà indagata e narrata – che il benessere de* figl* di queste famiglie deriva in primo luogo dalla capacità dei genitori di assumere l’intera responsabilità privata, sociale e mediatica della loro realtà familiare. Ciò significava essere totalmente visibili e trasparenti, con i bambin* e con le persone appartenenti al contesto di relazioni allargate (parenti, amici, insegnanti...). Solo così, assumendo pienamente le proprie scelte e vivendole alla luce del sole, era (ed è) possibile trasmettere serenità e sicurezza: la visibilità era (ed è), dunque, un chiaro atto di responsabilità dovuto a quest* bimb*. Così nacque l’associazione, che conta oggi centinaia di soc* in ogni parte del Paese, punta di un iceberg sociale in buona parte ancora sconosciuto perché non rivelato, non indagato, non tutelato. Oltre a proseguire il suo impegno per il pieno riconoscimento delle famiglie omogenitoriali sul piano culturale e sociale, FA sta ora utilizzando anche gli strumenti giuridici e istituzionali oggi disponibili per ottenere l’adozione in casi particolari (quella, cioè, possibile dal 1983 per la persona coniugata che intende adottare i figl* del coniuge) e l’iscrizione anagrafica (la possibilità di inserire entrambi i nomi dei genitori nel registro dell’anagrafe cittadina): sono ormai numerosi i casi che si sono risolti positivamente, in nome del “superiore interesse del minore” ad avere una certezza e una stabilità di affetti, anche se questo è avvenuto spesso dopo anni di attesa e di complicate procedure.

Dunque, non solo in Europa, ma anche all’interno del nostro Paese assistiamo a una situazione molto diversificata: città in cui siamo famiglie a tutti gli effetti, altre in cui un genitore è considerato dalla legge un estrane*.
Non si può continuare a far subire a* nostr* figl* ritardi e ostracismi in ambito politico; occorre ricordare che un contesto ostile reca danno in primo luogo alle bambine e ai bambini. Continueremo a batterci presso le corti italiane ed europee e presso i tribunali e nella società, sperando sempre che l’interesse de* minori prevalga su stereotipi e pregiudizi, fino al totale raggiungimento della parità di tutte le famiglie di fronte al diritto. Il problema de* nostr* figl* non è la loro famiglia, né la quotidianità che sperimentano, ma la mancanza di tutele. Il riconoscimento giuridico delle famiglie omogenitoriali è essenziale per dare piena tutela a* minori; il riconoscimento sociale è essenziale per dare loro piena dignità in tutti gli ambiti, a partire dalla scuola.

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