
Dopo Stonewall c'è stato Sanremo
Anche in Italia esistono eventi che hanno segnato una svolta nella costruzione dei diritti e della visibilità della comunità LGBTQ+, pur rimanendo spesso poco conosciuti. Ne abbiamo parlato con Michael Anthony Fabbri, insegnante di lingua tedesca e membro del comitato di LGBT+ History Month Italia, l’iniziativa che promuove la conoscenza della storia e della cultura LGBTQ+ attraverso attività nelle scuole, nelle università e sui territori.
Ripercorrendo alcune tappe fondamentali del movimento italiano, riflette sul valore della memoria come strumento di cittadinanza e sul ruolo che la formazione può avere nel contrastare stereotipi, pregiudizi e vuoti di conoscenza ancora molto diffusi.
Il Pride è spesso associato ai moti di Stonewall del 1969, ma anche la storia italiana è attraversata da momenti di svolta. Quali sono gli eventi, le mobilitazioni o le vicende che hanno rappresentato delle vere e proprie Stonewall italiane e hanno cambiato il modo in cui il Paese guarda alle persone LGBTQ+?
In Italia, nel corso del secondo Novecento, diversi eventi hanno cambiato la percezione e la rilevanza sociale della comunità LGBTQ+. Tra quelli fondamentali è possibile annoverarne due; il primo risale al 5 aprile 1972 ed è ritenuto il primo Pride d’Italia: si tratta, infatti, della manifestazione tenutasi a Sanremo per protestare contro il convegno di Medicina e Psichiatria che si stava svolgendo all’interno del casinò e che aveva come punto all’ordine del giorno la trattazione dell’omosessualità come patologia psichiatrica. La protesta della comunità fu roboante e scosse la coscienza sociale del Paese, in quanto diverse persone decisero per la prima volta in Italia di esporsi pubblicamente, mostrando il loro orientamento e la loro identità senza nascondersi o provare vergogna. Tuttavia, questo gesto altamente coraggioso portò con sé un prezzo da pagare elevatissimo: molte delle persone partecipanti alla manifestazione, prima fra tutti la docente di matematica Mariasilvia Spolato, vennero isolate ed estromesse dal mondo lavorativo nonché dalla società, segno di come l’Italia fosse/sia ancora un Paese caratterizzato da una mentalità fortemente chiusa e retrograda. Questo clima ostile fu anche la causa scatenante del secondo evento fondamentale per la comunità LGBT Q+ italiana, ossia il delitto di Giarre: si tratta di un omicidio di matrice omofoba commesso nell’autunno del 1980 a Giarre, nella provincia rurale catanese, che vide come vittime una coppia di ragazzi gay, i quali vennero uccisi con un colpo di pistola alla testa. L’assassinio, insabbiato dalle dinamiche omofobe dell’epoca ed etichettato come suicidio, fu talmente brutale e simbolo di un Paese segnato fortemente dall’omofobia che diversi esponenti della comunità LGBTQ+ si adoperarono per fondare Arcigay, associazione nata con l’obiettivo primario di tutelare e aiutare le persone queer, creando un vero e proprio senso di comunità.
Che cosa significa oggi, secondo te, essere orgogliosi della propria storia e perché la memoria è uno strumento fondamentale per costruire comunità e diritti?
Oggigiorno essere orgogliosi della propria storia significa riconoscerne l’importanza, facendo riferimento a momenti non solo positivi, ma anche negativi: entrambe le situazioni, infatti, hanno contribuito a creare la storia della comunità LGBT Q+ e di conseguenza a determinarne l’identità. Luce e ombra: non si può avere una senza che esista l’altra; questo è l’insegnamento primario della storia, la quale necessita di essere conservata mediante quelle che si potrebbero definire operazioni di memoria, ossia azioni culturali atte a diffondere una parte della storia che troppo spesso viene oscurata o volutamente dimenticata. Essere orgogliosi della propria comunità significa, pertanto, riconoscere tutta la storia, accettarla anche nei suoi aspetti più dolorosi e divulgarla, diffonderla, affinché la sua conoscenza possa contribuire alla formazione di una società più rispettosa e caratterizzata da maggior equità.
LGBT+ History Month Italia nasce con l’obiettivo di rendere visibili le storie che troppo spesso restano ai margini della memoria collettiva. Qual è la missione del progetto e perché raccontare la storia delle persone LGBTQ+ è ancora oggi un atto culturale e politico necessario?
LGBT+ History Month si prefigge l’obiettivo di raccontare una parte di storia che spesso non viene trattata nelle sedi ufficiali o ritenute canoniche, in quanto non considerata importante o degna di nota. Divulgare la storia della comunità LGBTQ+ è, invece, fondamentale proprio per dare voce a quella parte della società che troppo spesso viene (ancora) marginalizzata, ma che in realtà appartiene alla cultura materiale e immateriale del Paese. Si tratta, pertanto, di un atto sia politico sia culturale: politico perché mette in evidenza la disparità di diritti e le battaglie concluse e da portare a termine; culturale, poiché la comunità LGBTQ+ annovera al suo interno numeros artist che hanno operato (e operano tuttora) nel mondo dell’arte e della letteratura e che sono stat esclus dal cosiddetto canone, pur avendo prodotto opere di livello eccelso. Lo scopo di LGBT+ History Month è, quindi, ridare volto, corpo e cuore a queste persone e alla storia di una comunità continuamente messa ai margini.
Nel vostro lavoro entrate in contatto ogni anno con scuole, università, istituzioni culturali e realtà del territorio. Quali sono i vuoti di conoscenza o gli stereotipi che incontrate più frequentemente quando si parla di storia LGBTQ+ in Italia? E cosa cambia quando queste storie vengono finalmente raccontate?
Purtroppo, stereotipi e pregiudizi relativi alla comunità LGBTQ+ sono ancora frequenti all’interno di istituzioni educative come la scuola e l’università, a causa di un’ignoranza (intesa proprio come non conoscenza) dovuta a sua volta a una mancanza di strumenti per decodificare la realtà circostante. Molto spesso, infatti, vengono confusi concetti come identità di genere e orientamento sessuale o ancora si fatica a comprendere l’espressione di genere. Vi sono, peraltro, numerosi vuoti conoscitivi che riguardano le componenti della comunità LGBTQ+ che godono di minor visibilità, quali le persone intersex, asessuali o non binary. La formazione in questo caso ha un’importanza cruciale, poiché permette di educare e fornire chiarezza, contribuendo a bloccare determinati stereotipi e pregiudizi. Va, però, fatto un distinguo tra realtà urbane e realtà periferiche: nei grandi centri come Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, infatti, una formazione di questo tipo ha un effetto positivo quasi immediatamente. In città più piccole, invece, le difficoltà sono maggiori a causa della mentalità più chiusa e retrograda che caratterizza il territorio. La sfida del momento è, pertanto, lavorare sulle realtà provinciali, le quali sono più complesse, ma necessitano maggiormente di formazione, in quanto scevre degli stimoli che si possono ricevere in un grande centro urbano.