
Dallas Buyers Club di Jean-Marc Valléè con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner (2013)
Dallas Buyers Club si ispira a una vicenda reale avvenuta in Texas tra il 1985 e il 1988. Ron Woodroof è un elettricista e cowboy da rodeo, dipendente da alcol, droga e sesso, decisamente omofobo, che si scopre avere l’HIV. Nonostante gli vengano diagnosticati trenta giorni di vita, e nonostante la mancanza di cure efficaci, non si dà per vinto. Dopo essersi documentato in merito ai protocolli di cura in uso in altri Paesi, comincia a somministrarsi cure alternative che contrabbanda dal Messico e che non sono state approvate dal Ministero della FDA (Food and Drugs Administration). Questi farmaci gli consentono di riprendere le forze e condurre una vita abbastanza normale, anche se non curano definitivamente il virus. Ron decide quindi di fondare un buyers club che distribuisce i farmaci ad altre persone HIV+ a fronte dell’iscrizione al club. Incorrerà in problemi legali, si avvicinerà alla comunità LGBTQ+ e vivrà ancora sette anni.
Il film mostra che il protagonista si scontra con tre tipi di esclusione. L’esclusione medica poiché l’AZT – l’unico farmaco ufficiale approvato in quel momento negli US – in realtà è tossico e peggiora le condizioni di molti pazienti, tra cui Ron. I medici non hanno alternative legali da offrire anche se sanno di antivirali più promettenti. Qui l’esclusione nasce dal ritardo della scienza e dalla burocrazia. Se il protocollo ufficiale ti uccide, sei abbandonato dal sistema che dovrebbe curarti.
L’esclusione sociale visto che immediatamente dopo la diagnosi e l’evidenza della malattia Ron perde amici, lavoro e credibilità. In quegli anni l’AIDS è «la malattia dei gay», e nel suo ambiente machista viene trattato da appestato anche se etero. Gli amici cowboy lo evitano, lo insultano, gli impediscono di entrare nel bar. Perde il lavoro perché nessuno vuole toccare ciò che ha toccato lui. La malattia diventa un’etichetta morale. Non sei più una persona con un lavoro e una storia, sei «il malato di AIDS». Lo stigma crea una quarantena sociale anche quando il contagio non c’entra. L’inclusione torna solo quando Ron inizia a frequentare Rayon, una donna trans, e altre persone HIV+, e in qualche modo il club crea una comunità alternativa perché quella ordinaria lo ha espulso. Il protagonista passa da essere omofobo ed egoista ad attivista perché il sistema sanitario lo esclude.
L’esclusione dal sistema: quando si schiera contro la comunità scientifica e l’industria farmaceutica – la FDA blocca i farmaci esteri più efficaci per tutelare le aziende americane – il paradosso è che Ron per curarsi deve diventare un fuorilegge. Tecnicamente non viola la legge sulla vendita, ma la FDA lo perseguita comunque, lo definisce uno spacciatore. Qui l’esclusione è strutturale. Se non hai soldi per andare all’estero o per pagarti gli avvocati sei spacciato. Il club diventa un sistema sanitario parallelo, nato perché quello ufficiale protegge il mercato prima della salute delle persone. L’unica via è l’autogestione illegale.
Potremmo dire che esistono nel film tre livelli di muro. Il primo è biologico e burocratico, il secondo è culturale, il terzo è economico-politico. Ron li abbatte tutti, ma pagando il prezzo di diventare un fuorilegge per restare vivo. La pellicola ricevette sei candidature agli Oscar – tra cui miglior film e migliore sceneggiatura - e vinse in tre categorie: migliore attore protagonista con lo strepitoso McConaughey, migliore attore non protagonista con Jared Leto capace di significative sfumature, e miglior trucco. Davvero la sceneggiatura, sospesa tra crudeltà e tenerezza, avrebbe meritato il premio: tagliente e a tratti sgradevole, sempre incisiva e capace di momenti di pathos intenso. La regia di Vallée, in assoluto controllo della materia narrata e del mezzo espressivo, segue il protagonista con movimenti di macchina che spesso appartengono al documentario. Ed è fuor di dubbio che la forza della denuncia sociale espressa da Dallas Buyers Club si fonda sulla capacità di utilizzare tutti gli strumenti, visivi e verbali, per narrare con efficacia la trasformazione di questa persona durante la lotta per sopravvivere. Ron non vuole essere un eroe, ma la sua lotta per la sopravvivenza personale diventa una battaglia etica fondamentale.
Il valore e la solidità di questo film, anche oggi che esistono gli antiretrovirali giusti per contrastare l’HIV e l'AIDS forse non è più uno stigma, restano nella denuncia dell’esclusione – dove non è il virus a escluderti, ma il modo in cui la società etichetta e gestisce la patologia – e nell’affermazione che l’inclusione passa sia dall’accesso alle cure che dal crollo dei pregiudizi.