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Costruire una cultura della salute

A cura di Joshua Paveri
10 Giu 2026

Salute è una parola che, troppo spesso, utilizziamo con estrema facilità e superficialità, riducendola quasi ed unicamente a una condizione clinica o, al massimo, a uno stato di benessere psicofisico. Oggi, però, mi rendo sempre più conto che questa definizione è insufficiente e soprattutto rispecchia sempre meno la realtà in cui viviamo, ovvero un contesto caratterizzato da accelerazione costante, precarietà diffusa e iper-connessione permanente: elementi che ridefiniscono profondamente il nostro rapporto con il corpo, la mente e le relazioni.

Parlare di salute oggi significa parlare di equilibrio dinamico. Non è uno stato da raggiungere e mantenere, ma un processo continuo di adattamento. Lo sto sperimentando in prima persona: affrontando nuove sfide personali e riscoprendo nuove autonomie e fronteggiare nuove condizioni, tra cui, gestire una perdita significativa dell’udito accettando di avere necessità di protesi acustiche e iniziare una nuova sfida professionale non sono eventi separati, ma dimensioni interconnesse che impattano quotidianamente sul mio benessere.

La perdita dell’udito, in particolare, ha reso evidente quanto la salute non sia solo una questione individuale, ma profondamente relazionale, specie se hai una professione in cui il rapporto e lo scambio interpersonale sono la base del tutto. Sentire meno significa, spesso, partecipare meno. Significa fare più fatica a interagire nelle conversazioni, nei contesti sociali, nei momenti informali dove si costruiscono relazioni e opportunità. È qui che emerge una prima frattura: quella tra chi può accedere pienamente agli spazi – fisici e sociali – e chi deve continuamente negoziare la propria presenza e, spesso, scendere a dei compromessi con sé stesso.

In questo senso, solitudine e comunità non sono opposti, ma poli tra cui ci muoviamo costantemente. La solitudine può essere una scelta rigenerativa, ma diventa un fattore di rischio e stress quando è imposta da barriere fisiche, culturali o organizzative e, al tempo stesso, la comunità diventa un determinante di salute quando è realmente inclusiva, cioè quando si assume la responsabilità di adattarsi alle persone, e non il contrario.

Un altro elemento cruciale è il rapporto con la tecnologia. Gli schermi ci tengono connessi, ma spesso disincarnati. L’attenzione frammentata riduce la qualità delle relazioni e, nel mio caso, amplifica la fatica: leggere il labiale in un meeting o in una videocall, seguire più stimoli contemporaneamente, gestire il rumore digitale. Il rischio è quello di perdere il contatto con il corpo, con i segnali che ci invia, con i limiti che ci chiede di rispettare. In questo scenario, promuovere una cultura della salute richiede un cambio di paradigma. Non può diventare una performance («Sto bene», «Sono resiliente»), né una moda da comunicare. Deve essere, piuttosto, uno spazio legittimo di complessità, dove vulnerabilità e competenza possono coesistere.

Come professionista DE&I, vedo ancora troppe organizzazioni che parlano di benessere senza interrogarsi sulle proprie dinamiche interne: carichi di lavoro, modelli di leadership, accessibilità reale. Le persone più vulnerabili continuano a incontrare ostacoli significativi nell’accesso alle cure e alla prevenzione. Non solo economici o logistici, ma culturali: stigma, stereotipi, mancanza di rappresentazione. Essere una persona con disabilità e, allo stesso tempo, portare altre dimensioni identitarie, significa spesso dover spiegare, giustificare, adattarsi. Anche questo è un costo sulla salute.

Costruire una cultura della salute, oggi, significa allora lavorare su più livelli: individuale, organizzativo e sociale. Significa riconoscere che non esiste un unico modo giusto di stare bene, ma molteplici traiettorie possibili. E significa, soprattutto, spostare il focus dalla performance alla sostenibilità. Nel mio percorso, sto imparando che essere “Un-Bre-ak-Able” non significa non rompersi mai, anzi significa, piuttosto, riconoscere le proprie fratture, attraversarle e ridefinire continuamente il proprio equilibrio. È lì, in quello spazio imperfetto e reale, che inizia – forse – una forma più autentica di salute.

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