
Cosa succede alla sanità pubblica se prevalgono le lobby
C’è stato un tempo della storia italiana in cui tutto sembrava possibile. È durato meno di quanto si creda – dal 1947 al 1964 – ma è stato sufficiente per poterlo definire a tutti gli effetti un miracolo economico tale da rendere l’Italia una delle principali economie occidentali.
Senza sottovalutare la spinta di riscatto del dopoguerra, l’economista Nicola Rossi in Un miracolo non fa il santo ha identificato principalmente due fattori che hanno favorito quella breve stagione: una politica liberale, tesa a innescare un’innovazione dal basso, segnata dalla distruzione creatrice di schumpeteriana memoria; e l’avvio dello Stato sociale moderno. Non è un caso che proprio in quegli anni vengono gettate le basi del sistema sanitario nazionale, che nascerà ufficialmente nel 1978, superando il precedente sistema mutualistico e garantendo il diritto alla salute come fondamentale per l’individuo e l’interesse della collettività.
Poi, nel lungo periodo successivo – come aveva già fatto nei suoi primi ottant’anni di vita unitaria – l’Italia è tornata a proteggere più che a creare imprese e benessere. Siamo diventati il Paese dei privilegi a scapito del bene comune. E se ne vedono progressivamente gli effetti sia nei numeri dello sviluppo economico, sempre più asfittico al netto del rallentamento globale, sia nell’accesso alle opportunità sempre più per poche persone.
L’ultimo Rapporto Oxfam lo conferma drammaticamente. Tra dicembre 2010 e giugno 2025 la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali, ma l’incremento si è concentrato per il 91% nelle mani del 5% delle famiglie più ricche, mentre alla metà più povera è andato appena il 2,7% dell’aumento complessivo. A questa polarizzazione si affiancano l’accumulazione del patrimonio dovuta al crescere del peso delle eredità sul totale della ricchezza nazionale e la disuguaglianza crescente nella distribuzione dei redditi netti, che vede l’Italia in 20esima posizione su 27 Paesi dell’UE per livello di equità. Sempre secondo Oxfam, il recupero del potere d’acquisto dei salari resta lontano e la stagnazione salariale continua ad accompagnarsi alla crescita della disuguaglianza retributiva e del lavoro povero.
Basti dire che tra il 1990 e il 2018 la quota di persone occupate a bassa retribuzione nel settore privato è salita dal 26,7% al 31,1%. La contropartita è l’espandersi lento ma inesorabile della povertà assoluta e relativa. Nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, vivevano con risorse mensili insufficienti per acquistare beni e servizi di prima necessità. La salute è uno dei settori più emblematici di una deriva che affonda le sue radici in quel prevalere dell’Italia dei privilegi sugli interessi collettivi.
Codice Rosso. Come la Sanità pubblica è diventata un affare privato di Milena Gabanelli e Simona Ravizza ricostruisce la storia di come abbiamo svuotato di senso e di dignità la professione del medico di famiglia prima e di quello ospedaliero poi, creando un sistema perverso che sta distruggendo il SSN a favore del sistema privato. Alla faccia dell’articolo 32 della Costituzione. «La connivenza pubblico-privato è fatta di coincidenze di interessi: tu mi porti i voti e io ti accredito. Poi tu fai quello che ti pare. Io nelle mie Asl piazzo i direttori più fedeli, non necessariamente quelli più competenti. Poi annego gli ospedali nella burocrazia […]. Dalla parte del privato accreditato l’obiettivo è invece il profitto, e i medici sono pagati a fatturato. […] Le liste d’attesa, poi, è meglio se non si snelliscono, così più pazienti sceglieranno di pagare di tasca propria».
Le conseguenze sono almeno tre. La prima: l’accesso alla salute diventa un privilegio per poche persone, ovvero per coloro che possono permettersi di pagare le strutture private e che sono dotate di assicurazioni. Secondo i dati Istat e dell’ultimo Rapporto Bes, la quota delle persone che hanno dovuto fare a meno delle cure di base ammonta al 7,6% dell’intera popolazione nel 2023, in aumento rispetto al 7,0% dell’anno precedente. La seconda: le logiche di selezione e avanzamento di carriera non sono basate sulle competenze, ma sulle relazioni e sulla fedeltà, sia per il personale sanitario sia, ad esempio, per chi forma le future mediche e i futuri medici di famiglia. La terza: per la logica suindicata e per le citate coincidenze di interessi, i posti di potere sono appannaggio di chi favorisce l’accumulazione di profitto, anziché il servizio ai pazienti. Per non parlare dei casi di sovrapposizioni di cariche incompatibili, che resistono per decenni nell’opacità generale.
Ecco cosa succede quando la subcultura dei privilegi prevale sulla cultura del merito, lucrando sulla pelle della cittadinanza e sul futuro del Paese.