Corpimodadisabilità visibili

Corpi a margine. Estetica, cura e disabilità

A cura di Valentina Tomirotti
25 Set 2025

Il corpo è sempre politico. Ma lo è ancora di più quando non risponde agli standard previsti, tollerati, venduti. Il corpo disabile – reale, mutevole, visibile – è il grande assente nei dibattiti sulla cura estetica. Non perché non esista. Ma perché è stato storicamente relegato a un doppio recinto: quello della malattia e quello della rinuncia. La narrazione dominante ci ha insegnato che un corpo “non conforme” non ha bisogno di piacersi, ma solo di sopravvivere. Come se fosse già troppo chiedere di esistere, figuriamoci pretendere bellezza. E invece il prendersi cura del proprio corpo – anche attraverso estetica, moda, accessori, colori, scelte di immagine – è una forma di autodeterminazione che ha a che fare con la salute mentale, con la dignità, con il diritto di occupare spazio. Parlo per esperienza.

Sono una donna adulta, in carrozzina, con una disabilità visibile dalla nascita. Ho sempre amato il rossetto acceso, i vestiti con tagli decisi, le scarpe con dettagli inutili ma bellissimi. Ma ogni volta che scelgo di “curarmi”, arriva lo sguardo che ti misura: "Che bisogno hai di farlo?". Come se l’estetica fosse un premio riservato a chi rispetta certe misure. Come se il mio corpo non meritasse attenzione, bellezza, leggerezza. C’è un senso di colpa, collettivo e interiorizzato, che accompagna ogni gesto di cura estetica di chi ha un corpo segnato dalla disabilità. Colpa di “non essere come si dovrebbe”. Colpa di voler comunque attrarre, comunicare, mostrarsi. Colpa di investire su un corpo che la società ha già archiviato come “difettoso”. Ma prendersi cura di sé è anche un atto di resistenza: significa rompere lo schema che ci vorrebbe corpi grigi, neutri, invisibili.

Quando parliamo di inclusione nei percorsi di salute, spesso ci fermiamo alla diagnosi, ai trattamenti, all’accesso alle cure. Ma la salute non è solo assenza di malattia: è anche benessere, rappresentazione, riconoscimento. Un sistema sanitario che esclude corpi come il mio dalle campagne di prevenzione, dalle immagini pubblicitarie, dai dispositivi medicali progettati su standard unici, sta scegliendo di ignorare parte dell’umanità. Allo stesso modo, un’estetica che non prevede la varietà dei corpi nelle sue narrazioni, non è neutra: è escludente.

C’è poi una questione strutturale. I servizi estetici non sono quasi mai accessibili. Non lo sono fisicamente – con barriere architettoniche che rendono impossibile l’ingresso o l’utilizzo dei lettini – né economicamente, per chi vive con pensioni di invalidità insufficienti. La bellezza resta un privilegio, non un diritto. Eppure dovrebbe esserlo. Dovrebbe esserci un’estetica accessibile, pensata per tutti i corpi, con strumenti, ambienti, linguaggi adeguati. Senza pietismo, senza infantilizzazione, senza spettacolarizzazione. In questa cultura dell’efficienza e della performance, il corpo disabile è ancora visto come un fallimento.

Ma cosa succederebbe se cambiassimo prospettiva? Se cominciassimo a considerare come un corpo pieno, intero, capace di esprimere identità, desideri, stili? Se definissimo l’idea stessa di normalità, smettendo di misurare la salute sul metro dell’aderenza a uno standard? In fondo, non si tratta solo di “includere” i corpi non conformi, ma di riscrivere le regole del gioco. Di smettere di considerare l’estetica un premio riservato a chi è conforme, e iniziare a riconoscerla come parte della cura. Una cura che non guarisce, ma che sostiene. Che non nasconde, ma che rivendica. Che non uniforma, ma che libera.

Io non voglio dover scegliere tra visibilità e rispetto, tra autodeterminazione e accettabilità. Voglio un’estetica che parli anche la mia lingua, che conosca la mia storia, che sappia immaginare me – e chiunque altro – come parte dell’orizzonte possibile. Un’estetica capace di accogliere tutte le traiettorie dei corpi, senza gerarchie. Perché ogni corpo è valido. E ogni corpo merita cura, anche quella più futile e frutto di scelte frivole.

Leggi questo numero
Registrazione Tribunale di Bergamo n° 04 del 09 Aprile 2018, sede legale via XXIV maggio 8, 24128 BG, P.IVA 03930140169. Impaginazione e stampa a cura di Sestante Editore Srl. Copyright: tutto il materiale sottoscritto dalla redazione e dai nostri collaboratori è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione/Non commerciale/Condividi allo stesso modo 3.0/. Può essere riprodotto a patto di citare DIVERCITY magazine, di condividerlo con la stessa licenza e di non usarlo per fini commerciali.
magnifiercrosschevron-down