Orgogliolibri e letteratura

Controcanone. Per una visione plurale della letteratura italiana

A cura di Nicole Riva
01 Ott 2026

Chiunque abbia frequentato la scuola si è imbattutə, più o meno consapevolmente, nel canone della letteratura nazionale: attraverso i manuali scolastici, generazioni di studentesse e studenti hanno conosciuto gli autori considerati fondamentali per la cultura del nostro Paese. Eppure, osservando più da vicino la composizione del canone italiano, emerge una questione che suscita dibattito: la scarsa presenza delle scrittrici.

Fortunatamente, però, il canone non è un’entità immutabile: per sua natura può essere trasformato nel tempo, accogliendo opere e voci che per ragioni storiche, culturali o sociali sono state trascurate. Da questa constatazione una domanda emerge chiara: in futuro ci sarà spazio per le donne nel canone italiano? Lo chiediamo a Johnny Bertolio, docente universitario di Letteratura italiana e autore, tra gli altri, di Controcanone. La letteratura delle donne dalle origini a oggi (Loescher, 2022) e “L’ha scritto lei, ma”… Perché a scuola non si studiano le autrici (Tlon, 2026).

Innanzitutto, Bertolio parla di Controcanone per rappresentare una presa di posizione “contro il canone”, «quel dispositivo apparentemente inscalfibile che ancora oggi influenza la definizione dei contenuti disciplinari a scuola, e non solo». È necessario cambiare l’approccio, continua Bertolio, «serve costruire immaginari plurali, allenare le studentesse e gli studenti a una ginnastica mentale basata sulla moltiplicazione dei punti di vista». La proposta non è creare un canone parallelo tutto al femminile, bensì riconoscere che le autrici, anche nei contesti più duri, non hanno mai lavorato isolate, «hanno dialogato o sono entrate in conflitto con le tradizioni e i gusti del momento», e se il mondo le ha considerate diverse e inferiori, loro hanno sfruttato la diversità per tradurla in «potenza creatrice».

A chi, quindi, non è intenzionato a rinunciare al canone, perché “si è sempre fatto così”, perché nessuna donna ha raggiunto i livelli di Dante o perché il tempo a scuola è poco, Bertolio risponde che in «altri Paesi hanno rinunciato alla storia della letteratura tutta a spizzichi e bocconi, un chilo di Boccaccio, un etto di Tasso, un grammo di Alfieri, preferendo procedere per macro-temi e per letture integrali. I docenti sono stati in grado di dosare tra tempo e contenuti, mettendo in luce le relazioni tra autori e autrici per smuovere le acque torbide del canone monologante e monocolore».

La scienza parla chiaro: studiare per anni la letteratura senza mai incontrare una scrittrice scoraggia le ragazze verso alcune carriere universitarie e legittimizza i ragazzi a considerare le donne inferiori a loro; d’altronde, se non hanno mai scritto nulla, probabilmente è perché sono sempre state zitte, no? Se vogliamo ritrovare l’orgoglio delle parole delle nostre antenate, continua Bertolio, dobbiamo riappropriarci «delle tante voci, di donne e di uomini, che si sono ribellatə e che, a costo della vita, hanno lottato per esprimersi e per essere pubblicatə». Non si tratta né di giustizia verso il passato, né di investimenti per il futuro: «è un atto di verità storica, poiché la letteratura è sempre stata molto più accogliente e colorata di quanto ci trasmettano i monumenti nazionali. Quelle autrici che tuttora mancano di statue e vie loro intitolate, sono state pubblicate attraverso gli stessi canali editoriali
degli autori».

E non sapeste da dove iniziare, conclude Bertolio, sarebbe meglio «soffermarsi non su un’unica eccezione, ma sulle tante autrici rinascimentali, da Vittoria Colonna a Veronica Gambara, da Gaspara Stampa a Veronica Franco, da Chiara Matraini a Moderata Fonte. Una fioritura letteraria che non appassisce nella Controriforma, ma prosegue fino all’Accademia dell’Arcadia, con oltre 450 socie, e sfocia nell’Ottocento, creando importanti genealogie. Un lungo fiume, a torto interrato, mai interrotto, mai! Se c’è qualcosa di cui gli italiani dovrebbero essere orgogliosi, è proprio questa pluralità di sguardi che non ha pari, negli stessi secoli, nel resto d’Europa».

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