
Contro il body shaming e i bias estetici
Lookism: è questo il termine che descrive la tendenza, spesso inconsapevole, a sviluppare pregiudizi nei confronti di chi non si conforma ai modelli estetici dominanti, imposti dalla società o dall’ambiente professionale. Come spiega Valore D in Lookism nel mondo del lavoro, si tratta di una forma di discriminazione basata sull’aspetto fisico – reale o percepito – di una persona: altezza, tratti somatici, struttura corporea, età, colore della pelle o altre caratteristiche esteriori possono diventare criteri non dichiarati di valutazione e selezione.
Già negli anni Settanta le prime ricerche sul fenomeno evidenziavano che negli Stati Uniti le persone considerate attraenti ricevevano stipendi mediamente superiori – dal 5% al 15% - rispetto a chi non corrispondeva agli ideali estetici dominanti. Oggi il lookism è riconosciuto come una forma di discriminazione spesso invisibile, che si manifesta lungo tutto il percorso lavorativo: dalla selezione del personale all’avanzamento di carriera, dall’accesso a numerose opportunità alle deleghe strategiche, fino alla valutazione del potenziale di leadership.
In questo quadro, l’aspetto fisico finisce per assumere un peso simile ad altri fattori come l’etnia, il livello culturale, il retroterra socioeconomico o l’età. La maggior parte delle persone lavoratrici è convinta che l’estetica influenzi le possibilità di crescita professionale e il giudizio di chi occupa un livello più alto nell’organizzazione aziendale. Una percezione ancora più marcata tra le donne (60%) e tra chi è più giovane (71%). Durante i colloqui di lavoro, il 73% delle persone ritiene che l’aspetto abbia un peso pari, se non superiore, alla preparazione. Tra le donne questo indice sale al 78%.
Si parla quindi di beauty premium [premio di bellezza]: le persone considerate fisicamente più attraenti ricevono in media stipendi più alti, maggiore accesso a opportunità di carriera e valutazioni più positive in termini di competenza e leadership. Al contrario, chi si discosta dagli standard estetici convenzionali va incontro a una penalty for unattractiveness [penalizzazione per non attrattività]: minori chance di assunzione o promozione. È il caso, ad esempio, di chi ha tatuaggi e piercing, che in contesti lavorativi più tradizionali sono ancora associati a una mancanza di serietà o affidabilità.
Queste dinamiche si fondano spesso su bias inconsci, radicati nel vissuto e nella cultura di chi li agisce. Dei veri e propri pregiudizi estetici che influenzano le decisioni anche quando si crede di agire in modo imparziale. È importante sottolineare che la pressione estetica colpisce trasversalmente, ma si abbatte con maggiore forza su alcune categorie: le donne, ad esempio, la vivono in modo sproporzionato.
Quando il lookism si interseca con altri fattori di discriminazione – come l’etnia, la disabilità o l’identità di genere – i pregiudizi si amplificano. Le donne afrodiscendenti, ad esempio, sono spesso invitate a conformarsi a canoni estetici occidentali e acconciature come le treccine sono considerate indice di scarsa professionalità. In questi casi, il rischio di esclusione e marginalizzazione aumenta.
È proprio alla luce di queste riflessioni che Findomestic ha scelto di intervenire, a partire da un lavoro di trasformazione culturale interno per contribuire concretamente alla promozione di ambienti di lavoro più equi, inclusivi e liberi da stereotipi. Innanzitutto tramite un percorso per contrastare il body shaming e diffondere una prospettiva legata alla body positivity o neutrality.
Tramite un webinar realizzato con Work Wide Women e aperto alle collaboratrici e collaboratori di Findomestic, sono state esplorate le modalità in cui le figure genitoriali possono accompagnare le nuove generazioni e quali parole sono importanti per dare un aiuto concreto alla pressione di apparire sempre alla perfezione. Durante il percorso sono stati affrontati i fenomeni del pesismo e del grassismo attraverso l’analisi del fatshaming, cioè di tutti quei comportamenti messi in atto per deridere e discriminare le persone con un corpo non conforme facendo leva sulla vergogna e sulla patologizzazione delle persone grasse. Findomestic ha lavorato anche con Parole O_Stili per intervenire sul body shaming durante l’adolescenza, una fase delicata della crescita durante la quale nove persone su dieci hanno ricevuto commenti indesiderati e inopportuni sul proprio corpo e sulla propria forma corporea.
In aggiunta anche il Codice di Condotta adottato dall’azienda, nella sezione “Rispetto delle persone”, inserisce tra i comportamenti non tollerati osservazioni imbarazzanti, sguardi insistenti, fischi, complimenti non richiesti o critiche sull’aspetto fisico. Una linea d’azione che non è scontata e che rende il luogo di lavoro più sicuro soprattutto per chi subisce maggiormente il body shaming e il lookism.