Violenza di generecorpiparità

Conoscere la violenza medica è il primo passo per fermarla

Vi rientrano abusi fisici, psicologici, verbali ma anche disinformazione, cure non consensuali e mancato supporto alle pazienti: «Il personale medico e sanitario si prende delle libertà sui corpi, sulla sessualità e sulle scelte riproduttive delle donne che sono violente, alimentando il senso di colpa», ha spiegato Federica di Martino, psicoterapeuta, attivista e fondatrice della piattaforma e pagina social IVG, ho abortito e sto benissimo
A cura di Valeria Pantani
05 Dic 2025

La violenza ostetrica rappresenta una violazione dei diritti umani e una forma di violenza di genere. Eppure, oggi molto spesso non si conosce completamente questa tipologia di abuso: da una parte per la disinformazione diffusa al riguardo, dall’altra per la mancanza di dati omogenei a livello globale.1

Secondo i risultati del sondaggio Giving Voice to Mothers del 2019, il 17% delle donne statunitensi (su un campione di più di 2.700 persone) ha dichiarato di aver subito uno o più tipi di maltrattamento da parte del personale sanitario. In Francia il 37% delle donne non ha visto soddisfatte le proprie richieste da parte del team medico: tra queste, il 57% ha vissuto «molto male o piuttosto male» il parto a livello fisico e il 70% a livello psicologico, rivela uno studio condotto nel 2012. Spostandoci in Turchia, una ricerca pubblicata su Midwifery nel 2022 ha denunciato che il 76% delle donne ha subito violenza ostetrica con abusi fisici, cure non consensuali, non dignitose e discriminazione; in Moldavia metà delle donne incinte ha subito violenza ostetrica, secondo uno studio di Eu Neighbours. Si potrebbe andare avanti, di Paese in Paese.

Come spiega Federica di Martino (psicoterapeuta, attivista e fondatrice della piattaforma e pagina social IVG, ho abortito e sto benissimo): «Parlare esclusivamente di violenza ostetrica fa sì che sotto questa categoria rientrino gli abusi commessi solo dal personale ostetrico: bisognerebbe cominciare a parlare di violenza sistemica nei luoghi della salute, violenza medica, sanitaria, perché questi comportamenti coinvolgono anche il personale medico e sanitario negli ospedali, nei consultori e nei luoghi della salute».

Che cosa si intende per violenza medica?
Quando parliamo di violenza medica (quindi anche riproduttiva e ostetrica) intendiamo tutte le forme di violenza che vengono commesse sulle donne riguardo i temi della salute sessuale e riproduttiva: facciamo riferimento alle gravidanze ma anche agli aborti, alla contraccezione, a tutte quelle scelte che dovrebbero essere libere ma che, invece, vengono condizionate. Focalizzandoci sull'aborto (di cui mi occupo principalmente) non si lascia la possibilità di scegliere se abortire farmacologicamente o chirurgicamente, anche perché spesso non viene nemmeno spiegata la differenza; oppure, parlando di contraccettivi, non vengono proposte altre tipologie oltre la pillola.

Vi rientrano anche gli abusi verbali?
Certamente. Per quanto riguarda l'aborto e la salute sessuale e riproduttiva, il cambiamento deve essere culturale e la cultura investe anche le parole. Nel caso dell'IVG [interruzione volontaria di gravidanza, ndr], molte persone non dispongono delle informazioni necessarie perché non si sono mai trovate nella situazione di vivere una gravidanza indesiderata; quindi si rivolgono ai servizi pubblici per trovare oltre che uno spazio di accoglienza (che spesso non viene fornito) anche le risposte alle proprie domande. Ricordo la storia di una ragazza che ho accompagnato in consultorio per abortire e il commento dell'ostetrica è stato: «Il suo aborto è una vergogna per il nostro lavoro». In altri casi è stato detto: «Perché non hai chiuso le gambe?», «Chi è che ti ha fatto il regalo: il marito o l'amante?». Il personale medico si prende delle libertà sui corpi, sulla sessualità e sulle scelte riproduttive delle donne che sono violente e alimentano il senso di colpa nelle pazienti: non ci sono solo manovre sbagliate o pratiche negate, anche le parole hanno un peso. In molti casi le persone che decidono di abortire vengono trattate come pazienti di serie B che devono scontare una colpa e l'espiazione passa anche attraverso l'umiliazione. Anche il mancato supporto dopo il parto è una forma di violenza: se guardiamo ai Paesi Bassi, una doula viene affiancata alle donne che partoriscono per i primi mesi per sostenerle in un momento di grande stanchezza e pressione psicologica.

La violenza medica viene in qualche modo riconosciuta e punita?
Bisogna dire che di violenza medica si è cominciato a parlare da poco. Per quanto riguarda l'IVG, in Europa sono utilizzate misure che, a mio parere, potrebbero essere adottate anche in Italia: in Francia, per esempio, è stata varata una legge che punisce i siti che diffondono informazioni false sull'aborto e la contraccezione, con ammende pecuniarie e la chiusura dei siti stessi. In Spagna, invece, è stata varata una misura che impone l'allontanamento di tutti i picchetti antiabortisti davanti alle cliniche e agli ospedali. Inoltre, la Francia ha inserito il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza in Costituzione e anche la Spagna vorrebbe seguire la stessa strada.

Un passo fondamentale che tutte le società dovrebbero compiere. Infatti, limitare il diritto all'IVG, così come è stato fatto negli Stati Uniti con l'annullamento della sentenza Roe v. Wade, non garantisce un minor numero di aborti ma l'aumento di quelli non sicuri.
I dati degli USA ci dimostrano che non c'è stata alcuna riduzione del numero di aborti: il rischio è che avvengano in modo insicuro o che l'aborto diventi una questione di classe a causa delle migrazioni delle donne negli Stati dove l'IVG è consentito, un viaggio che solo le persone benestanti possono permettersi. È ciò che succede a livello micro in Italia in quelle regioni dove i livelli di obiezione di coscienza sono talmente alti da costringere le donne a doversi spostare e non per tutte questa opzione è possibile. Limitare il diritto all’IVG porta solamente a un aumento di aborti non sicuri e la storia italiana ce lo insegna: prima dell'approvazione della legge 194 le donne che si affidavano alle cosiddette mammane [chi esegue aborti clandestini, ndr] subivano aborti violentissimi con rischio di emorragia e morte.

Parliamo di intersezionalità: l'etnia, la disabilità, lo status socio-economico influenzano l'accesso all'IVG?
Purtroppo sì: se sei una donna incinta è un conto; se sei una donna nera incinta è un altro. E così se sei una donna ricca, povera, maggiorenne, minorenne: parlare di intersezionalità anche all'interno della salute sessuale e riproduttiva è necessario per capire la complessità del fenomeno perché le donne e le categorie marginalizzate subiscono molteplici discriminazioni. Non possiamo non guardare a un elemento senza considerare tutti gli altri.

Hai mai incontrato personale sanitario che ha assistito a episodi di violenza medica?
Ho avuto a che fare moltissime volte con professionistə sanitariə non obiettori o obiettrici di coscienza sommersə di lavoro perché altrə medicə erano obiettrici e obiettori. Questo malessere, quindi, non colpisce solo le donne ma anche parte del personale medico e sanitario che deve scontrarsi con misure che ostacolano il diritto all’IVG e la possibilità di fornire un servizio dignitoso. È fondamentale che il personale prenda voce all'interno di questo dibattito, perché il cambiamento deve essere di collettivo.

  1. I dati, le indagini e gli studi che seguono sono stati presi dal libro Partorirai con dolore. Conoscere e combattere la violenza ostetrica di Costanza Giannelli, edito da Villaggio Maori Edizioni. ↩︎

Credit fotografia: Maristella Rana

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