LGBTIQA+ Identità

CLOSE

22 Mar 2023
Rubrica cinema
A cura di Paola Suardi

Close

di Lukas Dhont, con Eden Dambrine, Gustav De Waele,

Émilie Dequenne, Léa Drucker. Drammatico.

Belgio, Paesi Bassi, Francia. 2022

Uno stile limpido e senza sbavature. Per narrare una storia intrisa di delicatezza ma capace di cogliere con precisione anche tutta la durezza che si annida nelle pieghe della vita.

L’amicizia tra i due protagonisti tredicenni, Rémi e Léo, è intensa, fatta di corse a perdifiato, gare in bicicletta e giochi di fantasia in aperta campagna, di storie sussurrate la notte quando si resta a dormire a casa dell’uno o dell’altro. Un continuum di momenti condivisi, si mangia in compagnia dei genitori, si scherza, si sogna. Rèmi suona l’oboe, Lèo ha molta fantasia:

“Li senti i passi? Stanno arrivando con le loro armature… quando te lo dico usciamo e corriamo!”

Oppure: “Stai dormendo?... Pensavo a un anatroccolo giallo che nasce uguale a tutti gli altri ma più bello, che un giorno incontra un ramarro bizzarro e decidono di mettersi in viaggio insieme, finchè raggiungono un trampolino e l’anatroccolo salta e arriva fino alle stelle…”

E ancora: “Diventerò il tuo manager, viaggeremo e diventeremo super ricchi… da quale Paese vuoi cominciare? Puoi scegliere!”

Rémi si diverte ad assecondare Léo. Léo si bea di ammirare e stupire Rémi. Insieme sono felici.

Inseparabili. Fino all’inizio della scuola, il passaggio alle superiori, dove il clima idilliaco delle vacanze estive – espresso con una fotografia incantevole che cattura la gioia dell’estate e ritrae l’innocenza dei due ragazzi letteralmente immersi nel mare variopinto dei fiori – muta. Cambia nel momento in cui la relazione fra i due amici viene guardata con gli occhi dei nuovi compagni.

“Siete insieme voi due?” chiede una compagna di classe.

“Siamo superamici, come fratelli” risponde immediato Léo.

“Non siete una coppia?” incalza la ragazza “Forse non ne siete consapevoli.” “Ma no, certo e sicuro!” taglia corto Léo.

Tanto basta, unito a qualche commento più pesante, a rendere Léo più cauto nella fisicità e vicinanza con Rémi, a spingerlo ad essere più socievole con altri, addirittura a entrare nella squadra di hockey per affermare una sorta di virilità. Sono i codici non detti né scritti, ma introiettati, che Léo scopre di conoscere e adotta per proteggere la propria accettazione da parte del gruppo. Un cauto, sofferto ma progressivo, distanziamento da Rèmi. Quest’ultimo lo percepisce subito, cerca di combatterlo, di trattenere Léo vicino – “Close” appunto – e alla fine non accetta di perdere l’amico e si toglie la vita.

La comunità è allibita, i genitori distrutti dal dolore. Léo prosegue la sua vita – la scuola, gli allenamenti, l’aiuto nell’attività famigliare di coltivazione dei fiori – decidendo di resistere al lutto, di non manifestare il proprio profondo turbamento. Le stagioni si susseguono quasi a invocare una naturalezza che invece non c’è più, perché la vita di Léo è sconvolta dalla mancanza di Rémi.

L’autore – Dhont è regista e sceneggiatore - riesce in questa seconda parte del film a rendere in modo efficace l’ulteriore sforzo di Léo per assecondare i codici del senso comune e continuare a soffocare i propri sentimenti, prima l’affetto verso Rémi presente e ora, coerentemente, il dolore della sua assenza. Solo l’intensificarsi delle scene di allenamento sulla pista di ghiaccio di hockey ci dà la misura del progressivo cedimento interiore del ragazzo. Léo infatti sembra cercare sicurezza nell’equipaggiamento di questo sport, conferme nella fisicità di questo agone, invece perde progressivamente energia e equilibrio fino a fratturarsi un braccio, un meccanismo che abbiamo già visto negli allenamenti estenuanti di danza classica della protagonista del film “Girl”, precedente opera di Dohnt.

Parallelamente, le scene notturne in cui Léo si rifugia nel letto del fratello maggiore, con inquadrature che rivelano atteggiamenti e posture dei corpi identiche a quelle assunte in compagnia di Rémi, fotografano il disagio crescente di Léo che finalmente una notte riuscirà a dire al fratello: “Mi manca”.

Magistrale anche la narrazione dei rari ma intensi contatti con la madre di Rémi, che non si rassegna, cerca una ragione del gesto estremo del figlio, e va a incontrare Lèo durante un allenamento. Anche Léo si avvicina talvolta alla casa di Rémi per coccolare il cane dell’amico oppure sedersi semplicemente sui gradini dell’ingresso; in un’occasione beve qualcosa in cucina con la donna e torna nella stanza di Rémi. Ogni volta tra loro scambi affettuosi ma trattenuti, dialoghi asciutti che sottendono domande non proferite e sortiscono risposte scarne, una comunicazione verbale bloccata. E la macchina da presa sempre ravvicinata – “Close” – ai visi degli interpreti, è usata per registrarne ogni scarto nel tenace tentativo di reprimere il dolore. Allo stesso modo lo spettatore è teso nello sforzo di raccogliere le minuscole increspature dell’anima, i sentimenti di Léo, tanto quanto il ragazzo a trattenerli. Grande l’espressività dell’intreprete, Eden Dambrine.

Infine, dopo averci provato più di una volta, Léo si recherà dalla donna al lavoro in una nursery di ospedale – quanta feroce tristezza nel vederla accudire i neonati – e dirà quello che ha dentro: “È stato a causa mia. È colpa mia. L’ho respinto.” Un’ammissione lucida e severa. Troppo forse, giacchè non tiene conto del peso dei condizionamenti.

Dopo il successo dell’esordio con “Girl” – Camera d’or a Cannes nel 2018 per aver raccontato con acutezza il desiderio di transizione sessuale di un giovane da maschio a femmina– il trentaduenne regista Lukas Dhont conferma una sensibilità straordinaria verso il tema dell’identità sessuale e affettiva. Lo fa con una maestria che si rivela nella misura sia della sceneggiatura – non una parola di troppo né verso il melodramma, né verso la polemica – sia nella finezza delle scelte registiche. Oltre alle scene en plein air che rendono in modo acuto la gioia e l’innocenza di questa amicizia (l’Età dell’Oro), e quelle del lavoro fisico nella terra con cui Léo cerca di colmare il vuoto dell’assenza (l’età del Ferro), sono mirabili gli intensi primi piani che leggono la mimica facciale, la qualità della luce e la limpidezza dei colori, così come le tonalità rossastre negli interni notturni che disegnano i personaggi in accesi chiaroscuri.

Il film si chiude con Léo che cammina tra i fiori alti, di spalle, si gira e in realtà guarda in camera, guarda noi spettatori, ed è una chiamata, un sollecito a comprendere e a non sottrarci. Pochissimi secondi e il ragazzo torna a darci le spalle, incamminandosi solo.

Storia di un’amicizia incompresa, di una relazione omosessuale nascente, di una separazione, educazione sentimentale, coming of age… “Close” è soprattutto la denuncia assordante, anche se non gridata, di due interiorità lacerate. La denuncia delle convenzioni che fanno paura e reprimono i sentimenti, dello stigma sottile e feroce che limita la libertà d’espressione e uccide l’innocenza.

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