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CHI SEI?

A cura di Lorenzo Gasparrini
23 Mar 2023

Che cosa chiediamo a una persona, quando le domandiamo “chi sei?”. Spesso è difficile chiederlo, sembra quasi una domanda offensiva. Probabilmente questo imbarazzo discende da una fiducia nella nostra percezione: si vede chi sei, non c’è bisogno di chiederti, per esempio, se sei un uomo o una donna. Se ci fidassimo però solo di quello che percepiamo, la Terra sarebbe ancora piatta.

Senza nozioni geometriche e geografiche, senza le scienze dello spazio, non potremmo mettere insieme le nostre percezioni nell’idea corretta: la Terra è tonda, anche se le nostre dimensioni e le nostre capacità, nell’esperienza quotidiana, ce la fanno percepire piatta. La nostra percezione da sola non nota la crescita di molte creature viventi: solo mettendo insieme ricordi e misure ci accorgiamo che un albero è cresciuto, che una persona è cambiata, o di chi non c’è più.

Ci fidiamo così tanto della nostra percezione che quello che non rientra nei suoi schemi diventa subito strano, assurdo, innaturale, minaccioso, pericoloso, anormale. Finché si tratta di uno spettacolo naturale mai visto nella sua forma o nella sua violenza, è una sana abitudine, ci consente alle volte, addirittura, di sopravvivere; quando incontriamo una persona che sfugge ai nostri parametri di maschile e femminile, o alla nostra morale maschile e femminile, ci sentiamo ingannati o presi in giro, oppure autorizzati a discuterne aspetto, abitudini, scelte di vita.

Perché l’identità altrui ci può sembrare strana, ingannevole, minacciosa, innaturale, sbagliata? Sotto quali condizioni accade tutto ciò? Perché alle volte contrastiamo questo più che naturale diritto fondamentale, cioè definirsi autonomamente in ciò che c’è di più personale, nella propria identità?Il problema non sono le differenze tra gli esseri umani, queste esisteranno sempre.

Nessun* è uguale a nessun altr*, e le categorie che tanto usiamo nella vita quotidiana - “donna”, “uomo”, “etero”, “abile” - servono (forse) a rendere confortevole la nostra identità, ma non ci dicono nulla della altrui; esse a volte sono profondamente colpite dall’ingerenza che queste categorie hanno nella loro, di vita.

Perché quello che diventa oppressione, violenza, ingiusto giudizio sulla vita altrui non sono le differenze tra la nostra identità e l’altrui, ma il valore sociale che viene dato a quelle differenze, indipendentemente dalle nostre intenzioni. Questi valori sono condizionamenti culturali, non sono nulla di naturale né di normale.

Quei condizionamenti impediscono a molte persone di mettere in circolo le proprie capacità, caratteristiche, attitudini, desideri.

È un danno incalcolabile per qualsiasi gruppo umano: famiglia, squadra, azienda. Qualcun*, nei gruppi umani e nelle reti di relazioni che viviamo ogni giorno, semplicemente “esiste”, ma non può vivere, perché la sua identità è considerata, da condizionamenti culturali presenti nella lingua, nelle abitudini, nei gesti, nei pensieri, come sbagliata, strana, irregolare, non valida.

Siamo pronti - noi sedicenti “normali” - ad assumere la responsabilità di dirci condizionati da una “normalità” che non ha niente di normale? Siamo pronti a chiedere “chi sei?” al prossimo e a meravigliarci della sua risposta, come di una ricchezza inaspettata?

Anche in un contesto aziendale riconoscere le identità considerate o denominate “diverse” o “marginali” significa liberare un grandissimo potenziale umano: sia il proprio che l’altrui. Per quanto possa sembrare un discorso cinico, qualsiasi azienda ha da guadagnare nel rendersi un ambiente aperto, ampio, pronto a confrontarsi con qualsiasi diversità umana.

Non “tollerante” bensì aperto: le vite non vanno tollerate né accettate, ma liberate. Liberandoci da stereotipi e pregiudizi, liberiamo noi stess* da valori mai criticati e mai discussi che ci condizionano, e liberiamo altre vite da costrizioni e sofferenze ingiuste e indebite. Nessun* sentirà le proprie parole meno importanti di quelle di coloro che hanno un corpo diverso; nessun*proverà sul proprio corpo stigmi e vergogne ingiuste, a causa delle quali il tempo passato con collegh* è un tempo nascosto, sofferto, difficile; nessun* concepirà più l’ambiente di lavoro come un luogo nel quale difendersi e nascondersi, ma un luogo nel quale esprimersi ed essere soddisfatt*.

E forse, grazie alle esperienze arricchenti di identità diverse dalle nostre, potremo rispondere più sensatamente anche a una domanda della quale spesso c’illudiamo di conoscere la risposta: Io, chi sono?

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