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Certificazione d'inclusione: il progetto In&Aut

Premi al posto delle sanzioni per chi assume persone con disabilità
A cura di Francesco Condoluci
10 Giu 2026

Premiare chi include perché sceglie di farlo, non perché deve. Non è solo un fatto semantico e nemmeno soltanto uno scarto normativo. È un cambio di paradigma, una piccola grande rivoluzione culturale più che mai necessaria in un Paese antropologicamente refrattario alle regole calate dall’alto e più incline ad aggirarle che a rispettarle. Ed è la ratio della certificazione d’inclusione, la proposta di legge, nata da una mia intuizione e maturata all’interno della rete di In&Aut Festival, che abbiamo discusso assieme ad istituzioni, aziende, associazioni datoriali, figure esperte e professioniste nel corso del XVII Festival del Lavoro tenutosi a maggio a Roma.

Di cosa si tratta in soldoni? Di un metodo diverso per convincere le aziende ad assumere lavoratori e lavoratrici disabili, passando dalla logica dell’imposizione della legge 68/1999 sul collocamento mirato a quella del riconoscimento. E come funziona? Semplice: se sei un’azienda che crede davvero nell’inclusione e assumi nel tuo organico uno o più lavoratori o lavoratrici disabili, lo Stato ti premia. Con un rating, sul modello già sperimentato con altri tipi di certificazione (ad esempio quello sulla legalità rilasciata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), che garantisce facilità di accesso ai fondi pubblici ma anche altri benefici ancora più concreti: l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico della datrice o del datore di lavoro e un credito d’imposta pari al 50% delle spese sostenute.

Un’idea semplice nella sua ambizione: misurare, valorizzare, incentivare le politiche aziendali a sostegno dell’inclusione. Non più solo quote da rispettare, ma qualità dell’inclusione. Certo, non è una risposta definitiva. Non risolverà tutto. Non colmerà da sola il divario. Ma è un cambio di direzione. E nei processi complessi la direzione conta più della velocità. La notizia, intanto, è che attorno a questa proposta si è già creata una convergenza rara. In&Aut – con la sua rete che adesso punta a trasformarsi da festival in un impact social network votato a influenzare in Italia la cultura d’impresa verso approcci più inclusivi e attenti alla disabilità – ha fatto il miracolo, facendo parlare tra di loro mondi assai diversi che di solito non comunicano: dalle istituzioni al mondo produttivo, dal mondo medico-scientifico alle esperienze sul campo, dalle famiglie alle figure esperte di formazione e lavoro. Il tutto con la sapiente regia dell’Ordine Nazionale dei Consulenti del Lavoro che, dietro la spinta di quasi 2 milioni di imprese clienti, ha sposato appieno la causa della certificazione d’inclusione offrendo tutto il suo supporto e il suo sostegno concreto a In&Aut e alla nostra piccola rivoluzione culturale.

Una vera scommessa, insomma, quella della certificazione d’inclusione che parte da un dato di fatto: in Italia, ad oggi, un’azienda che non assume una persona con disabilità paga 196 euro al giorno per ogni posto lasciato scoperto. Poco più di 50 mila euro l’anno. Una cifra che, sulla carta, dovrebbe spingere a cambiare atteggiamento. Nella realtà, invece, in molti casi diventa solo un driver di costo nel bilancio e nulla più. Esiste anche un’altra strada, perfettamente legale: l’esonero. Si paga circa 39 euro al giorno per ogni lavoratore non assunto. Tradotto: poco più di 10 mila euro l’anno. Molto meno di un’assunzione. Molto meno di un investimento vero. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le imprese fanno i conti. E scelgono.

Non è cinismo, è razionalità economica applicata a un sistema che avrebbe dovuto essere una leva di inclusione e si è trasformato in un semplice meccanismo compensativo. Non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema. Sono gli stessi numeri a confermare l’andamento. In Lombardia, nel 2023, oltre 76 milioni di euro versati tra sanzioni ed esoneri. Nel 2025 si è saliti a circa 82 milioni. Non sono risorse che mancano. Sono occasioni che non diventano lavoro. E rappresentano la cartina tornasole del mezzo flop della legge 68 Norme per il diritto al lavoro dei disabili, che dal 1999 disciplina il collocamento e l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia (7% del personale se l’organico supera i e le 50 dipendenti; 2 lavoratori o lavoratrici tra 36 e 50 dipendenti; 1 persona disabile tra 15 e 35 dipendenti). Normativa che ha introdotto obblighi, convenzioni personalizzate, contributi esonerativi e incentivi economici per l’assunzione di lavoratrici e lavoratori disabili ma non è riuscita, evidentemente, a cambiare la cultura d’impresa sul fronte inclusione.

Dal 1999, centinaia di migliaia di persone con disabilità sono entrate nel mercato del lavoro. Le stime parlano di 500-700 mila inserimenti complessivi. Un numero rilevante. Eppure, oggi, il tasso di occupazione resta fermo attorno a un terzo della popolazione con disabilità. La distanza non si è colmata. Si è cristallizzata. Il punto, allora, non è se la legge abbia funzionato. È come ha funzionato. Ha funzionato come canale, non come sistema. Ha creato ingressi, ma non percorsi. Ha imposto quote, ma non ha generato cultura. Non ha inciso, di fatto, su tre nodi strutturali: il primo è quello organizzativo: molte imprese non sono attrezzate per accogliere. Non per ostilità, ma per assenza di strumenti, competenze, accompagnamento. Inserire non è assumere. È costruire un contesto.

Il secondo è culturale: la disabilità continua a essere percepita come un rischio, non come una risorsa. Finché resta questa rappresentazione, ogni obbligo sarà vissuto come un costo da minimizzare. Il terzo, infine, è economico: il sistema consente alternative prevedibili: pagare una sanzione o un contributo esonerativo. Costi certi, gestibili, spesso inferiori al costo percepito dell’inclusione. In queste condizioni, la scelta non è etica. È razionale. E allora la legge si svuota dall’interno. Rimane un perimetro, ma perde forza trasformativa. In sostanza, dunque, una legge c’è – e per fortuna, sia chiaro – ma la realtà è tutta un’altra storia. Le aziende, nella gran parte dei casi, aggirano invece di accogliere. O pagano la sanzione invece di farsi carico di donne e uomini, di lavoratrici e lavoratori disabili che dovrebbero essere risorse e non problemi dentro le aziende. Non ci sono nemmeno dati oggettivi e ufficiali sulle scoperture tuttora esistenti nelle aziende sottoposte agli obblighi della legge 68/1999.

E il punto è che finché l’inclusione sarà percepita come un costo incerto e difficilmente gestibile e la sanzione come un costo certo ma gestibile, il sistema continuerà a funzionare esattamente così. Non per cattiva volontà. Ma perché è costruito per farlo funzionare in questo modo. Per questo la soluzione non è alzare le multe, non basta. Bisogna cambiare la logica: passare da un modello che punisce a uno che premia, da un sistema che obbliga a uno che riconosce, da un equilibrio difensivo a una scelta attiva. Perché il lavoro non è una concessione, è un incontro. E dovrebbe essere un incontro naturale: la persona giusta nel posto giusto, l’impresa giusta con il talento giusto.

In&Aut vuole aiutare non solo le lavoratrici e i lavoratori disabili a trovare un impiego, ma pensa sia giusto anche aiutare, dall’altro lato, le imprese ad assumere la lavoratrice o il lavoratore disabile più adatto a quell’azienda. Una dinamica che dovrebbe essere quasi elementare. Eppure, quando si parla di disabilità, questo equilibrio si rompe. Sono sempre i numeri a raccontarlo in maniera impietosa: secondo l’Istat, lavora solo il 32,5% delle persone con disabilità, contro una media nazionale che sfiora il 59%. Il tasso di disoccupazione è doppio. Non è un semplice divario: è una frattura grossa come una faglia. All’evento "Autismo e Lavoro, whatever it takes", oltre a ministre, ricercatori, ministri, ricercatrici e figure esperte abbiamo dato voce anche alle storie, quelle che contano davvero. Come quella di Nico Acampora, il vulcanico patron di PizzAut, o le esperienze di imprese come Auticon, realtà ibride come (RI)GENERIAMO srl. Segnali di un’Italia che esiste già, ma che fatica a diventare sistema.

La verità è che l’inclusione non è un atto di generosità. È una forma di intelligenza economica, prima ancora che sociale. Significa allargare il campo, riconoscere competenze, generare valore. Significa, in fondo, smettere di vedere la disabilità come un limite e iniziare a considerarla per ciò che è: una situazione, non una definizione. Forse non basterà una legge. Forse servirà tempo. Sicuramente servirà il contributo di tutti: imprese, politica, famiglie, lavoratrici e lavoratori. Ma ogni cambiamento comincia da un punto preciso. Non da un obbligo, ma da una scelta.

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