Salutelavoro

Benessere mentale al lavoro: non un benefit, ma una questione organizzativa

A cura di Francesca Petrella, Ipsos Doxa
10 Giu 2026

Parliamoci chiaro: quando sentiamo «felicità al lavoro», molte e molti di noi alzano un sopracciglio. Eppure, il BEF Working Index – l’indicatore da 0 a 100 sviluppato dall’Osservatorio Ricerca Felicità con Ipsos Doxa – prova a fare proprio questo: misurare quanto stiamo bene sul lavoro in Italia. Non è il solito sondaggio sul clima aziendale. È un termometro che scava nell’esperienza quotidiana, là dove stress, mancato riconoscimento e carichi eccessivi consumano silenziosamente la salute mentale di milioni di persone.

L’edizione 2026, condotta su campione di mille lavoratori e lavoratrici dai 18 ai 74 anni, restituisce un quadro fatto di luci e ombre. Coinvolgimento e senso del lavoro tengono, ma esistono fratture che un semplice corso di mindfulness non può sanare.

Dove si annidano le criticità
Il BEF Working Index 2026 si ferma a 50,6 su 100: una sufficienza risicata; infatti, solo la metà delle persone (45%) si sente soddisfatta del proprio lavoro. E il dato sulla mobilità è altrettanto eloquente: il 50% vorrebbe cambiare lavoro, il 48% vorrebbe cambiare azienda. Le aree critiche individuate dall’Index parlano chiaro: compenso percepito come inadeguato (43%), competenze non valorizzate (29%), impossibilità di sfruttare pienamente le proprie competenze e i propri talenti sul lavoro (32%). Non si tratta di lamentele generiche, ma di frizioni organizzative che si traducono in malessere psicofisico concreto. Quando le persone non si sentono riconosciute, ascoltate o messe nelle condizioni di incidere, l’organizzazione paga in execution, qualità e retention. E le lavoratrici e i lavoratori pagano in salute. È qui che emerge la connessione più urgente tra salute mentale e modelli organizzativi. Il benessere non dipende solo dalla presenza di una/o psicologa/o aziendale o di un’app per la meditazione. Dipende da come distribuiamo i carichi, da quanta autonomia lasciamo alle persone, dalla qualità di chi guida i team, dalla possibilità vera di staccare la spina.

Cosa rende davvero soddisfatte le persone sul lavoro?
C’è un equivoco ricorrente nel dibattito sul benessere aziendale: pensare che i lavoratori e le lavoratrici vogliano di più, quando in realtà chiedono il giusto. I driver di soddisfazione emersi dall’indagine sono semplici e profondi: equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, un compenso che rispecchi l’impegno richiesto, la possibilità di decidere come svolgere le proprie attività, un lavoro che abbia significato.

L’intelligenza artificiale divide
Un focus interessante è quello relativo alla Tech Attitude sul luogo di lavoro. Sul fronte tecnologico, il sentimento dominante, infatti, è l’incertezza. Solo il 35% di lavoratori e lavoratrici si sente pronto a lavorare fianco a fianco con l’intelligenza artificiale, e il 32% crede che possa davvero migliorare la propria esperienza lavorativa. I timori esistono – il 25% è preoccupato per la propria carriera, il 24% teme di essere sostituito – ma la maggioranza resta in una zona grigia, senza esprimere giudizi netti. Un segnale moderatamente positivo arriva dalla fiducia nelle aziende: il 38% crede che sapranno gestire l’AI in modo responsabile, contro il 29% che si mostra scettico.

Il nodo della leadership
Ed è proprio in questo quadro chiaroscuro che entrano in gioco le e i manager. Servono leader disposte e disposti a rimettere in discussione abitudini consolidate, ad ascoltare segnali deboli, a costruire ambienti che prevengano il burnout invece di limitarsi a gestirne le conseguenze. Il BEF Working Index è chiaro su questo: la salute mentale al lavoro non si risolve con interventi cosmetici. Richiede un ripensamento profondo di tempi, spazi, carichi e relazioni di potere. I dati ci sono. Ora servono scelte coraggiose.

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