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BABY LEAVE. IL TEMPO È (PIÙ DEL) DENARO

A cura di Maria Margherita Monticelli
24 Giu 2024

E poi, a un certo punto, è lì. A casa tua. Fra le tue braccia. E tu, a casa, non ci puoi stare.Il tempo insieme è legato a un timer che, con il suo leggero tic-tac, è il sottofondo di ogni ninna-nanna, di ogni fiaba. Vi guarda con sdegno dall’alto, come chi sa di avere il potere. L’allarme suona, i dieci giorni finiscono e que sera, sera.La storia non va sempre così, però. Talvolta il tempo si dilata, il suo fastidioso ticchettio diventa sempre più impercettibile finché, quando il timer suona, il suo trillo non fa più così paura.

Nel 2022 per tutto il Gruppo Nestlé è nata la policy Nestlé Baby Leave, un congedo di 12 settimane consecutive di cui può usufruire la seconda persona caregiver dopo la nascita o l’adozione di unə figlə. A un anno dal lancio del progetto il 100% dei neopapà ne ha usufruito e il 100% la consiglia e ne ri-approfitterebbe (dato Nespresso 2023).Abbiamo fatto una piacevolissima chiacchierata con Luca, papà adottivo di Lea (19 mesi); Giulio, papà di Sofia (7 anni) e di Lorenzo (1 anno e mezzo); Enrico, papà di Cecilia Sofia (9 mesi). Tutti e tre lavorano in Nespresso (parte del gruppo Nestlé in Italia) e si sono resi disponibili a raccontare la propria esperienza.

I primi due hanno seguito le orme di Alessandro Guarnero, uno tra i primissimi a beneficiare della nuova opportunità.

“Sono orgoglioso di lavorare in un’azienda che promuove questo tipo di esperienze, - dice Luca – ma, al tempo stesso, mi sentivo in colpa pensando a quanto lavoro avrei lasciato in carico ai mi3 collegh3”. La preoccupazione di Luca era diffusa e tutti i papà, all’inizio, avevano ipotizzato di utilizzare solo una parte del congedo. Poi hanno cambiato idea.

“Lavorare in un’azienda – spiega Enrico - che non solo ti regala questa possibilità, ma ti spinge a usarla senzaemettere giudizi è notevole. Entra in casa tua, ma in punta di piedi.

”Lavoro a parte…il problema, quello più grande, quello culturale, si celava in ben altri contesti.

“Quando ho annunciato alla mia famiglia che sarei stato a casa, mio nonno si è convinto che mi avessero licenziato, ma mi vergognassi a dirlo. Tutte le sere dedicava “una decina” del rosario affinché trovassi un nuovo lavoro.” Giulio sorride: “Mio papà – continua - temeva che, una volta tornato in ufficio, non avrei più trovato la scrivania o mi avrebbero retrocesso”, ma ora il suo è un sorriso amaro, perché sotto quella preoccupazione innocente, si cela una verità ben più amara.

“Onestamente, anche io mi sono detto se vado via per tre mesi, quando torno, poi, cosa succede?”.

I timori di questi tre uomini, appartenenti a tre generazioni diverse ma alla medesima famiglia e cultura, non sono altro che il riflesso di una società e realtà che troppe donne, ancora oggi, si trovano ad affrontare. La semplice proiezione maschile di una dinamica generalmente materna.

Giulio, tu sei papà di Sofia e di Lorenzo, ma quando è nata Sofia – sette anni fa - la Baby leave ancora non esisteva. Hai percepito qualche differenza nel rapporto con i tuo3 bambin3?

“Sofia, all’inizio, neanche mi riconosceva. Per lei esisteva solo la mamma. Ero come un estraneo: uscivo la mattina e tornavo la sera. Con Lorenzo tutta un’altra storia, una relazione costruita fin dal primo giorno. La sua prima parola è stata papà!” esclama con gli occhi lucidi. In realtà abbiamo tutt3 gli occhi lucidi, ora.La forza di questa baby leave, come dice Giulio, è quella di permettere “a tutta la famiglia di vivere un momento stressante ma importante con maggior tranquillità. Che regalo!”.

Avendo trascorso più tempo a casa, ha infatti potuto dedicare tempo anche alla figlia maggiore, recuperare due rapporti invece di uno: “Abbiamo messo insieme gli scii per la prima volta, quest’anno!” – esclama con orgoglio. Uno degli effetti altrettanto importanti di questa iniziativa senza prezzo è permettere a3 genitor3 di avere il giusto tempo per definire la propria routine di collaborazione e supporto reciproco perché, come sottolinea Enrico, i giorni post-partum sono davvero pesanti per la mamma, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Luca condivide le consapevolezze che ha guadagnato con questa esperienza: “Quando Lea è arrivata, mia moglie Ludovica ed io vivevamo lontan3 dai nonni e, fino a quando non ho preso il congedo parentale, era lei a occuparsi di tutto. Non mi spiegavo perché, ogni sera al mio ritorno, la trovassi così stanca e nervosa. Quando mi sono trovato nei suoi panni, ho capito. Fare il papà non è solo andare al parco a giocare. Lei faceva TUTTO”.

È poco virile prendersi cura de3 figl3? L’avete mai sentito dire?

Luca: “Sì e credo sia un tema culturale. Molt3 di noi sono abituat3 così, fin dall’infanzia. C’era una netta separazione tra i ruoli di madre e di padre. Il lavoro della prima era quello di prendersi cura de3 figl3 e della casa, mentre il secondo doveva portare i soldi a casa.

Giulio: Condivido il pensiero di Luca e aggiungo che, spesso, mi fanno battute tipo inizi a fare il mammo? Non hai voglia di tornare al lavoro? Non sempre sono parole usate per ferire, eppure rappresentano ancora la società in cui viviamo. Bisogna far comprendere e vedere che non sei meno uomo se usi il tuo tempo per accudire i figl3, anzi. Esistono altri modelli ed è compito della politica mettere tutt3 nella condizione di poter scegliere che uomo (e che donna) essere.

Enrico: Condivido il pensiero dei colleghi e -anche se non mi è capitato personalmente- è sicuramente un pensiero insito nella società contemporanea e ahimè molto diffuso -lasciatemi dire- soprattutto in Italia. Credo che la nostra generazione sia quella che finalmente stia davvero iniziando a rompere questi bias patriarcali. È un dato di fatto che di strada da fare ce n’è ancora tanta, ma possibilità come Baby Leave sono, senza dubbio, la dimostrazione che la direzione è giusta.

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