Storie da Gaza

Akram: pattinare nonostante tutto

A cura di Nagham Karaja
22 Set 2026

«Stavo lavando i miei pattini a rotelle perché volevo giocarci quando fossero stati puliti. All’improvviso, tutto intorno a me si è ricoperto di sangue e la mia mano non c’era più.»

Akram Sherif Al-Fayoumi aveva 12 anni quando, nell’agosto del 2024, un attacco israeliano colpì l’area intorno alla scuola Abdel Fattah Hammouda, nella parte orientale di Gaza City. Stava lavando i suoi pattini a rotelle insieme ad alcuni amici vicino alla scuola, dove la sua famiglia aveva trovato rifugio dopo essere stata costretta più volte a sfollare. Nel giro di pochi secondi, il luogo in cui Akram si stava preparando a giocare si trasformò in una scena di sangue e panico. La sua mano sinistra venne amputata, mentre la gamba destra riportò ferite devastanti. Secondo quanto raccontato dal padre, diversi suoi amici e altre persone sfollate che si trovavano nelle vicinanze furono uccisi. Akram sopravvisse.

«Vedevo sangue ovunque, ma all’inizio non riuscivo a capire cosa fosse successo», ricorda Akram. «Poi mi sono reso conto che la mia mano era stata amputata.» Successivamente, in ospedale, i medici gli amputarono la gamba destra. A 12 anni, Akram lasciò l’ospedale con un corpo cambiato per sempre e un’infanzia che da quel momento avrebbe dipeso dalla riabilitazione, dalle protesi e dalle limitate risorse a disposizione della sua famiglia sfollata.

La ferita di Akram fa parte di un bilancio molto più ampio che riguarda i bambini e le bambine di Gaza. L’UNICEF ha riferito che, tra il 7 ottobre 2023 e il 3 febbraio 2026, nella Striscia di Gaza sono rimasti feriti 44.500 bambini e bambine. L’agenzia ha inoltre richiamato l’attenzione sulle necessità di riabilitazione a lungo termine per coloro che hanno subito lesioni gravi.

Prima della guerra, Akram amava andare a cavallo. Ma i continui sfollamenti resero impossibile continuare a praticare la sua vecchia passione. Quando la sua famiglia trovò riparo nella scuola nella parte orientale di Gaza City, Akram trovò un altro modo per continuare a muoversi. Chiese al padre di comprargli dei pattini a rotelle. Quando Sherif riuscì finalmente a procurarglieli, Akram cominciò a pattinare dalla mattina alla sera insieme agli altri bambini e alle altre bambine che avevano trovato rifugio nella scuola. Facevano gare, si sfidavano e trasformavano lo spazio intorno al rifugio in un parco giochi temporaneo. Per Akram, quei pattini rappresentavano qualcosa che la guerra gli aveva portato via: la libertà di muoversi.

Poi, mentre li stava lavando insieme ai suoi amici, arrivò l’attacco. Il bambino che si stava preparando a infilare i pattini per un’altra gara si ritrovò improvvisamente nell’impossibilità di camminare, correre o giocare come aveva fatto fino a quel momento. Per suo padre, Sherif, quella ferita fu anche un doloroso promemoria del motivo per cui la famiglia aveva cercato rifugio proprio in quella scuola. «L’unica colpa di mio figlio era quella di stare giocando all’ingresso della scuola in cui avevamo cercato rifugio», racconta Sherif. «Eravamo sfollati per sfuggire alla morte, solo per ritrovarla di nuovo ad aspettarci.»

Dopo l’amputazione, per Sherif fu difficile vedere il figlio maggiore perdere la propria indipendenza. Con le poche risorse a disposizione, riuscì a procurargli una protesi di base e cominciò a insegnargli come muoversi utilizzandola. Camminare divenne una nuova abilità da imparare. Akram dovette imparare a mantenere l’equilibrio, ad adattare i propri movimenti e a vivere con una protesi che poteva aiutarlo a muoversi, ma che non poteva restituirgli il corpo che aveva prima di essere ferito. Suo padre, tuttavia, non voleva che quella ferita privasse Akram anche dello sport che amava. Lo incoraggiò a tornare a pattinare. Insieme, cominciarono ad adattare quell’attività al nuovo corpo di Akram. Poco alla volta, imparò a mantenere l’equilibrio sui pattini e a muoversi di nuovo.

«Nonostante le mie ferite, continuo a sperare che starò meglio», dice Akram. «L’amputazione non mi ha impedito di praticare lo sport che amo. Ma voglio essere come i miei amici. Voglio camminare senza dover indossare una protesi ogni giorno.»

Il suo desiderio va oltre lo sport. Akram vuole potersi muovere in autonomia. Vuole camminare senza dover dipendere costantemente da una protesi. Vuole trascorrere del tempo con i suoi amici senza che la sua disabilità determini ciò che può e non può fare. Oggi Akram ha 13 anni e vive con la sua famiglia in una tenda nella parte occidentale di Gaza City, lontano dalla scuola, nella zona orientale della città, dove era stato ferito. Gli sfollamenti continuano a segnare la sua vita, ma Akram si è assunto anche delle responsabilità all’interno della famiglia. Essendo il figlio maggiore, aiuta i suoi familiari a raccogliere e trasportare l’acqua, facendo ciò che può nonostante le limitazioni causate dalle ferite. Per Sherif, vedere suo figlio continuare ad aiutare la famiglia è motivo di orgoglio, ma anche di dolore.

«Ogni volta che guardo Akram negli occhi, vorrei essere stato io a rimanere ferito al posto suo», racconta. «Vorrei aver perso io la mano e la gamba, piuttosto che vedere mio figlio vivere con questo dolore.» Sherif spera che suo figlio possa andare all’estero per proseguire le cure e ricevere protesi più avanzate, che potrebbero migliorarne la mobilità e consentirgli una maggiore autonomia. Attualmente, la famiglia può contare soltanto su una protesi di base e sui propri sforzi per sostenere il percorso riabilitativo di Akram. Finché questo non sarà possibile, Akram continua ad allenarsi. Si sistema con attenzione sui pattini a rotelle, trova il proprio equilibrio e si spinge in avanti. Ogni movimento richiede concentrazione, ma lui continua. Le gare non sono più le stesse. Il suo corpo è cambiato e pattinare richiede uno sforzo che prima non era necessario. Eppure, quell’attività iniziata come un modo per trascorrere il tempo durante lo sfollamento è diventata parte del suo tentativo di riappropriarsi della propria infanzia.

I pattini a rotelle che un tempo aspettavano soltanto di essere lavati prima di un gioco hanno ora un significato diverso. Akram continua a indossarli. Continua a pattinare. E ogni volta che si spinge in avanti, si allontana un po’ di più da quel momento in cui il sangue ricoprì il terreno e la sua mano non c’era più.

Diritti in gioco
La storia di Akram riguarda i diritti dell’infanzia alla vita, alla sopravvivenza, allo sviluppo, alla salute e alla protezione durante i conflitti armati, così come riconosciuti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. In quanto minore con disabilità, Akram ha diritto alla riabilitazione, agli ausili e al sostegno necessari per aiutarlo a riconquistare la propria autonomia e a partecipare alla vita della società. La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità impone inoltre di garantire protezione alle persone con disabilità durante i conflitti armati e le emergenze umanitarie e ne riconosce il diritto alla mobilità e alla riabilitazione. I bambini e le bambine con disabilità hanno inoltre il diritto di partecipare, su base di uguaglianza con gli altri e le altre, alle attività ricreative, al tempo libero e allo sport.

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