Intelligenze artificialicinema

AI, Hybris, Humanitas

A cura di Paola Suardi
01 Apr 2026

Per inserirci nella tematica di questo numero avremmo voluto scrivere di un film incentrato sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro e soprattutto sulle implicazioni connesse a questo uso da parte dell’individuo: l’assuefazione passiva, oppure la necessità di circoscriverne i confini, e in particolare l’entusiasmo oppure la diffidenza, il disagio e l’insofferenza generati dal timore di essere sopravanzati o addirittura sostituiti nel proprio lavoro. Una pellicola adeguata a queste riflessioni non l’abbiamo trovata, ma si accettano suggerimenti.

Comunque fin dagli inizi della storia del cinema è presente un filone cospicuo in cui esseri umani e macchine più o meno dotate di intelligenza artificiale – siano essi elaboratori elettronici, robot, androidi – entrano in conflitto giacché le macchine si ribellano ai propri costruttori. Opere che spaziano dalla fantascienza al thriller, dalla commedia al dramma. Questa dinamica esprime specularmente anche il costante timore da parte degli esseri umani di essere sopraffatti dalle macchine da loro stessi create, di vedere – oggi più che mai – l’intelligenza artificiale che si emancipa pericolosamente da quella naturale.

Già in Frankestein – il romanzo di Shelley è del 1818 ma il famoso film horror di Whale è del 1931 – la creatura, assemblata in laboratorio per riprodurre artificialmente un essere umano, sfugge al controllo del proprio creatore e vi si oppone. Il seme cinematrografico della paura dello sviluppo tecnologico era già stato piantato da Lang. In Metropolis (1927) – ambientato nel futuro distopico dell’anno 2026! – l’affascinante androide Maria è costruita per controllare i malumori degli operai disumanamente sfruttati, ma diviene invece la guida dei ribelli. Sebbene il focus della pellicola sia il conflitto sociale, è evidente la minaccia percepita nella macchina costruita dall’essere umano.

Nel capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello spazio (1968) il supercomputer HAL 9000 (non a caso sta per Heuristically programmed Algorithmic computer e si riferisce a una programmazione basata sul learning by doing, l'apprendimento da parte della macchina attraverso l'esperienza e l'intuizione derivata da prova ed errore) è dotato di intelligenza artificiale avanzata, controlla la nave spaziale Discovery One durante una missione verso Giove e diventa un antagonista pericoloso e imprevedibile, che uccide gli astronauti a bordo. Allo stesso modo, in Terminator (1984) di Cameron, un’AI chiamata Skynet diventa autocosciente e decide di eliminare l’umanità.

Se cercate una chicca sul tema, vi consigliamo La Guerra dei Robot (in originale Westworld, 1973) di Crichton, sì proprio il Michael Crichton autore di quel Jurassic Park (1993) dove le creature preistoriche ricreate si ribellano al proprio demiurgo…. Anche La Guerra dei Robot è un’opera di fantascienza ambientata in un parco tematico futuristico dove gli androidi sono progettati per essere indistinguibili dagli umani, ma privi di emozioni e di libero arbitrio. Tuttavia uno degli androidi, il pistolero Gunslider interpretato da Yul Brinner – parodia del personaggio da lui stesso interpretato ne I magnifici sette (1960) – inizia a sviluppare una forma di coscienza e a ribellarsi ai suoi creatori.

Crichton esplora la dialettica macchina/essere umano attraverso la relazione tra il pistolero e i visitatori del parco. Gli androidi creati per essere inferiori agli umani possono evolvere e il film suggerisce che la creazione di intelligenze artificiali può essere un atto di hybris, di tracotanza. Un invito a riflettere sulle responsabilità insite nell’essere creatori.

Il tema diviene quindi particolarmente interessante quando vengono esplorate le implicazioni etiche sottostanti la creazione di un’intelligenza artificiale e il suo utilizzo. Per esempio in Minority Report (2002) di Spielberg, un sistema di prevenzione del crimine si basa su un’analisi predittiva avanzata, sollevando domande sulla libertà e sulla giustizia.

Il cinema, in quanto arte, provoca riflessioni necessarie su empatia e vulnerabilità alla base della dialettica tra AI e umanità, dove il nocciolo del problema pare essere proprio quello di non perdere per strada l’humanitas che distingue gli esseri umani dalle macchine. Humanitas: «l’ideale di educazione, benevolenza, rispetto reciproco, cultura che eleva l’uomo distinguendolo dallo stato ferino». Lo dice l’AI…!

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