
AI e social: la battaglia dell'attenzione comincia in famiglia
«Dal momento in cui siamo saliti in macchina e abbiamo iniziato a guidare», racconta Lembke «ho percepito una netta differenza nella qualità della presenza di tutti noi – persino in auto – e quella sensazione è durata per l’intera vacanza. Abbiamo usato giochi da tavolo, mangiato insieme, e la cosa fondamentale era che nessuno aspettava la fine del pasto pensando: “Ora vado a controllare il telefono”, perché non c’era nessun dispositivo da controllare. Ci siamo trattenuti più a lungo. Le conversazioni si sono allungate. Dopo cena, ce la siamo presa comoda sotto le stelle. Era tutto così diverso».
Il 18 febbraio scorso Mark Zuckerberg è entrato nell’aula di un tribunale di Los Angeles per difendersi dall’accusa che vede i social media paragonati a droghe come alcol e tabacco. A citare in giudizio i suoi sistemi social (ma anche Snapchat, YouTube e Tiktok, molti dei quali hanno prudentemente patteggiato) una giovane donna di 20 anni, esposta ai meccanismi di YouTube e Instagram sin dai 6 anni e oggi alle prese con depressione, ansia, pensieri suicidari e uso compulsivo dei media digitali.
Il processo è storico soprattutto per una ragione: il focus si sposta dal contenuto all’architettura di prodotto. Ovvero: non ciò che la ragazza ha visto in oltre un decennio di serrata fruizione social, ma le ragioni per cui quella visione le è stata proposta. Con quali meccanismi, con quali regole, sfruttando quali vulnerabilità. E con quali scopi.
C’è un legame tra la deriva dei social e la corsa all’AI? L’ha chiesto recentemente Pier Luigi Pisa di Repubblica a Luciano Floridi, dirigente del Digital Ethics Center a Yale. Ti aspetteresti una risposta calibrata, bilanciata, da docente. Ma Floridi non si nasconde dietro un dito: «Il profitto brutale e miope. Per una big tech, l’utente ideale è colui che resta sulla piattaforma 24 ore al giorno, possibilmente senza mangiare né dormire».
Il problema è che AI e social media sono oggi intimamente collegati: la pervasività del design degli attuali social media è perfezionata giorno dopo giorno soprattutto grazie all’implementazione dell’intelligenza artificiale, che viene sfruttata per costruire algoritmi di contenuto talmente calati sul singolo utente da risultare di fatto impossibili da disinnescare. A questo squilibrio di forze le famiglie rispondono ritirando sempre più i propri figli e le proprie figlie dal digitale: 13 genitori su 100, secondo un’indagine Agcom del 2025, vietano totalmente l’uso di smartphone e tablet alle e agli under 16, mentre la stragrande maggioranza sceglie di regolarne in qualche modo l’accesso. Una prudenza forse estremizzata dall’ignoranza, visto che il 64% delle persone italiane ha un’alfabetizzazione algoritmica scarsa o nulla, risultando in balia di meccanismi che non comprende e su cui non sa applicare senso critico.
Vietare la fruizione, o regolarla optando per la massima accortezza, è uno step utile all’inizio, ma insufficiente man mano che il digitale entra in maniera pervasiva nella vita sociale e persino scolastica di ragazze e ragazzi.
La casa, piaccia o no, è dunque il primo baluardo dell’educazione digitale: secondo le ricerche, oltre la metà delle persone minorenni italiane chiede alla famiglia indicazioni per un uso consapevole dei media, mentre in Europa, quando qualcosa online le ferisce, i genitori risultano essere il punto d’ascolto per 4 giovani su 10, di gran lunga sopra scuola e figure professioniste. E se noi genitori siamo quelli che per primi non conoscono le regole del gioco – un gioco multiforme, in costante evoluzione, a volte sfibrante per la sua complessità – come facciamo a spiegarle a figlie e figli?
Evitando estremismi, possiamo lavorare su azioni semplici e adulte. Stabilire dei paletti, per esempio: pochi, chiari, negoziati e verificabili. E dunque imporre delle frizioni al dilagare della tecnologia: telefono fuori dalla camera, notifiche spente, niente smartphone a pranzo e a cena (anche noi, visto che 8 genitori su 10 lo tengono al proprio fianco mentre mangiano). E poi spiegare che tutta la loro esperienza online, lungi dall’essere neutrale, ha alla base motivazioni economiche e un silenzioso ma incessante lavoro di ottimizzazione. Infine incentivare un’alleanza con la scuola, sulla scorta dei Patti Digitali di Comunità lanciati dall’Università Milano-Bicocca, perché su digitale, social media e AI non ci si smentisca a vicenda.