
Adolescence. Crescere è mai stato così insidioso?
Questa miniserie tv britannica di quattro puntate, andata in onda su Netflix lo scorso aprile, ha riscosso grande attenzione e successo. Narra la storia di Jamie Miller, un ragazzo di 13 anni che viene arrestato con l’accusa di aver commesso l’omicidio di una compagna di scuola, Katie. Sembrerebbe a prima vista una delle tante serie dedicate al genere crime, invece la trama investigativa viene presto accantonata perché l’obiettivo della serie non è arrivare alla risoluzione di un caso – il colpevole è noto fin dall’inizio – ma soffermarsi sui motivi del gesto di un adolescente e inserirli nel contesto sociale e culturale in cui vive. In cui viviamo.
Gli autori Jack Thorne e Stephen Graham organizzano e suddividono la materia narrativa delle puntate in quattro spazi differenti: la prima si svolge perlopiù al commissariato; la seconda a scuola, dove gli studenti non collaborano alle indagini o se ne disinteressano, e investigatori e insegnanti sembrano incapaci di controllare le dinamiche presenti; la terza, nell’istituto di detenzione psichiatrica dove Jamie è in attesa di giudizio, copre interamente la seduta con una psicologa; la quarta nella casa e nel furgone dei Miller il giorno del cinquantesimo compleanno del padre di Jamie. Questa scelta di dividere i capitoli in modo netto lungo lo spazio e il tempo complica la classificazione di genere della serie, che è allo stesso tempo tante cose. Un poliziesco, un teen drama, un thriller psicologico, un racconto sociologico della violenza di genere, della rabbia maschile, del cyberbullismo, del sistema scolastico britannico (ma siamo sicuri che non sia applicabile anche in altri Paesi? In Italia per esempio?).
La tecnica di ripresa adottata dalla regia è quella del piano sequenza, ovvero ogni episodio è girato tutto in una volta, senza tagli evidenti tra un’inquadratura e l’altra. Una scelta che consideriamo valida, e non uno sterile virtuosismo, per incollare letteralmente lo spettatore agli interpreti della vicenda, immergerlo nel narrato fornendogli gli stessi input emotivi – a volte frenetici, a volte terribilmente intimi – che provano i protagonisti, derivanti cioè dalla tempistica degli avvenimenti. Quello che vediamo accade esattamente nei tempi in cui li vivono i personaggi rappresentati e ripresi. Così, nel patto di veridicità che sottende sempre la fiction, chi guarda si trova molto vicino al vissuto dei personaggi.
Adolescence è dunque una serie costruita per coinvolgere lo spettatore e trascinarlo di fronte ad interrogativi scomodi, sorretta da una sceneggiatura e da capacità recitative notevoli, in primis quelle del giovane attore protagonista Owen Cooper. La sua interpretazione riesce infatti a oscillare tra i tratti di un fanciullo dolce e introverso (si fa la pipì addosso quando gli agenti irrompono, piange mentre lo portano al commissariato) e un soggetto violento e manipolatore, con idee radicali da adulto misogino.
Interrogativi cui la miniserie non dà risposte preci se perché mira soprattutto a puntare il dito e sollecitare una riflessione. Criticata da qualcuno perché ritenuta una narrazione a tesi, volta cioè a dimostrare in modo forzato i rischi enormi ma ancora sottostimati insiti nei social e la distanza sempre più ampia tra genitori e figli che sembrano vivere in mondi paralleli, a noi è piaciuta piuttosto per la forza con la quale riesce a trattenere l’attenzione su temi attuali e rilevanti. Qualche ingenuità e qualche passaggio un po’ didascalico sono presenti, ma fluidificano la narrazione raggiungendo lo scopo di chiarirne alcuni aspetti.
Sì, il crimine commesso da Jamie rivela quanto la violenza di genere sia oggi presente tra gli adolescenti, verbale e agita, ed è il pretesto per avvicinare temi come il bullismo, la mascolinità tossica, la sottocultura incel. Sì, nella narrazione appare evidente la difficoltà di essere genitori e il fallimento del sistema scolastico; la puntata girata a scuola è per noi la più incisiva, capace di rendere palpabile il caos violento di quell’ambiente, la resa di docenti e genitori all’entropia educativa. Sì, Adolescence esplicita quanto la sessualità e l’affettività nei giovani adolescenti vadano di pari passo con l’autostima e la formazione di sé sul piano individuale e sociale.
Ben vengano queste sottolineature attraverso un prodotto televisivo rivolto a un vasto pubblico, perché forse si interrogherà sull’insensatezza del divieto nel nostro Paese di attività didattiche e progettuali sui temi della sessualità nelle scuole dell’infanzia, elementari e medie.