
Una mostra per essere vistə
I temi centrali della mostra sono stati l’amore, l’identità e la libertà di esprimersi attraverso l’idea del riflesso, inteso come espediente per indagare sé stessə e rintracciare la propria essenza nello sguardo altrui. In che modo questa concezione di riflesso porta una persona a sentirsi orgogliosa nel rivelarsi, esprimersi e rappresentarsi al di là delle etichette e degli standard della società?
Nello specifico, l’idea del riflesso così inteso è venuta a Erica Bellucci di Visioni Parallele (che si è occupata della direzione creativa della mostra) ma a tuttə noi interessava andare oltre il classico binomio di riflesso-specchio per superare il concetto che esista solo quello che vediamo di noi stess . In una società in cui siamo costantemente espost allo sguardo delle altre persone e ai loro giudizi, volevamo creare uno spazio in cui fosse semplice capire come, attraverso il riflesso, veniamo vistə dalle altre persone e cosa scopriamo su noi stessə proprio grazie a questo sguardo esterno. Anche perché la nostra identità è spesso costruita nelle relazioni che intratteniamo, nelle persone che incontriamo e che ci fanno sentire accoltə o, al contrario, invisibili. Seen ha rappresentato uno spazio sicuro in cui ci si sentiva osservatə ma non giudicatə.
Come si è articolato il processo di scelta delle e degli artistə che hanno preso parte a Seen?
Proprio all’inizio, mentre pianificavamo la mostra, ci siamo chiestə: «Perché non portiamo dentro Seen il punto di vista delle persone che fanno proprio questo di mestiere, le e i fotografə appunto, e che possono offrire una prospettiva diversa e originale sull’identità, sull’amore e sull’orgoglio?». E così è nato tutto il processo che, a dir la verità, è stato totalmente fluido e naturale anche se le opere potevano sembrare completamente diverse, ma era proprio questo il nostro obiettivo: realizzare più banner capaci di raccontare lo stesso tema ma da punti di vista differenti, creando un’armonia nella diversità. Con le proprie opere, ogni fotograf ha risposto alla domanda «Cosa significa per te essere vistə?». Per Clara Borrelli «to be seen is to be playful» mentre per Marco Servina e Matteo Strocchia è essere riconosciut ; per Alex Cepeda «to be seen is to be loved», quindi ha portato fotografie che rappresentassero sia l’idea di amore tra due persone sia verso se stess . Ancora, per Chiara Lombardi «is to be felt» e quindi le sue opere raffiguravano in maniera molto delicata la pelle nuda, mentre per Mirko Ostuni essere vistə significa libertà. Poi c’è stato Alessandro Ruggieri che, grazie alle sue fotografie di scritte sui muri o sui vecchi telefonini, ha spiegato che per lui essere vistə significa essere lett ; infine per Petra Valenti «to be seen is to be nurtured», nutrit e accolt , quindi ci ha fornito interessantissime foto di madri e figlie umane e animali.
Lo sguardo dell’altra persona, la possibilità di essere accoltə e osservatə senza giudizio sono state tematiche centrali in Seen. In che modo credi che la rappresentazione identitaria favorisca una maggiore inclusione e benessere psico-fisico nei confronti di persone e/o comunità che, invece, spesso vengono lasciate ai margini nella società?
La mostra è arrivata durante il mese del Pride ed è stato bellissimo così, ma in realtà il concetto non era legato solo alla comunità LGBTQIA+ ma anche ad altre minoranze o, per esempio, a persone con una salute mentale fragile, con problemi di autostima e di riconoscimento di sé. Dando spazio alle diverse esperienze di vita delle persone (cultura, orientamenti sessuali, scelte personali), diamo valore alle loro diversità e unicità al di là dei giudizi e degli stereotipi. La rappresentazione, quindi, è fondamentale perché quando le persone si vedono rappresentate si sentono meno sole e riconosciute. Credo poi che attraverso questo desiderio di conoscenza dell’altrə e il dialogo si possano creare connessioni preziose.
Il percorso si concludeva con un’installazione partecipativa e opera collettiva che poneva una domanda: «What does it mean to be seen?». Ci racconteresti com’è nata questa idea di terminare l’esposizione con il desiderio di dare parola all’altra persona?
Per noi era importante che i pensieri di chi ha visitato la mostra venissero custoditi in una sorta di archivio, uno specchio, che mostrasse sentimenti ed emozioni intime. L’obiettivo era far sì che una persona, dopo aver visto tutte le opere ed essersi immersa nei vari punti di vista, arrivasse allo specchio e formulasse la sua idea di cosa significa davvero essere vist . Così il riflesso ha rappresentato un momento di meditazione per trovare la propria risposta e, lasciarne una d’ispirazione per altrə. Ritornando al concetto di rappresentazione, magari su questo specchio una persona poteva trovare la propria risposta già scritta da qualcun altrə e si sentiva capitə e meno solə.