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Salute mentale in azienda: il programma di State Street Bank contro lo stigma

È stato realizzato un ciclo di quattro incontri organizzato insieme a Progetto Itaca per promuovere conoscenza, consapevolezza e sensibilizzazione. Ed è solo l’inizio di un percorso che andrà avanti nel tempo
A cura di Antonella Patete
10 Giu 2026

Un percorso di conoscenza, consapevolezza e sensibilizzazione articolato in quattro incontri tra espertə e dipendenti per interrogarsi su cosa significhi oggi parlare di salute mentale e su come sia possibile rompere lo stigma. È in questo modo che State Street Bank ha scelto di affrontare un tema tanto delicato quanto fondamentale per il benessere di ognun , grazie alla collaborazione con Progetto Itaca, organizzazione fondata nel 1999 a Milano da un gruppo di persone con disturbi psichiatrici e i loro familiari, oggi divenuta una rete con sedi attive su tutto il territorio nazionale. «Il progetto nasce da un’esigenza molto concreta, maturata alla fine del 2024, in seguito ad alcuni gravi fatti di cronaca in cui la malattia mentale veniva spesso indicata come spiegazione – o addirittura giustificazione – di comportamenti violenti», spiega Giovanna Gillio, Officer e referente del programma BeWell presso State Street Bank. «Un racconto semplificato e pericoloso, che rischiava di alimentare stigma, paura e confusione, anziché comprensione».

Dall’esigenza di superare l’allarmismo attraverso la conoscenza e la riflessione è nato un percorso che ha fatto presa tra la popolazione aziendale. «Come State Street Bank ci siamo chiesti come leggere davvero queste notizie e quale responsabilità potesse avere un’azienda nel contribuire a una narrazione più corretta e consapevole della salute mentale», racconta ancora Gillio. Ed è proprio a questo punto che è nato il contatto con Francesco Baglioni, direttore di Progetto Itaca. «Gli abbiamo chiesto prima di tutto un aiuto nell’interpretare quei fatti non per trovare risposte immediate, ma per imparare a porci le domande giuste». Da quel primo confronto ha preso forma il ciclo di quattro incontri, costruito insieme a Progetto Itaca con il supporto dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. «Un viaggio di consapevolezza», sottolinea la referente, «che ha preso avvio dai fondamenti della salute mentale, ha attraversato il tema delicato del legame tra disturbi mentali e pericolosità sociale, ha interrogato le contraddizioni del racconto mediatico della cronaca ed è arrivato, infine, a guardare alle nuove generazioni, mettendo a fuoco la salute mentale degli adolescenti e il ruolo complesso della genitorialità».

Un percorso che tiene insieme tre dimensioni diverse: conoscenza scientifica, lettura critica e responsabilità collettiva. E che riflette una visione precisa: riconoscere che il benessere psicologico è parte integrante della vita delle persone e quindi anche dell’esperienza lavorativa. «Significa promuovere una cultura in cui parlare di fragilità è possibile, in cui il linguaggio ha un peso e in cui l’ascolto diventa una competenza condivisa», puntualizza Gillio. «Non è un tema separato dal lavoro, ma una condizione essenziale per costruire ambienti inclusivi, sostenibili e sicuri».

«Portare la cultura della salute mentale dentro i luoghi di lavoro non è solo coerente con la nostra missione istituzionale: è una necessità sociale», spiega il direttore di Progetto Itaca. «Le aziende sono oggi uno degli spazi in cui le persone trascorrono più tempo, costruiscono relazioni significative e vivono pressioni e sfide che possono incidere profondamente sul benessere psicologico della persona e della sua famiglia. Intervenire qui significa agire dove la prevenzione può davvero fare la differenza». L’obiettivo di Progetto Itaca è, infatti, quello di aiutare le organizzazioni aziendali a comprendere che la salute mentale non rappresenta solo un tema privato oppure clinico, ma piuttosto un fattore strategico di sostenibilità, benessere organizzativo e qualità della vita. E che la salute mentale, come parte integrante della salute complessiva degli individui e delle comunità, riguarda tutte le persone, non solo chi vive un disagio.

«Cerchiamo quindi di offrire percorsi e spazi di consapevolezza per ridurre lo stigma e di favorire un clima di sicurezza psicologica in cui parlare delle proprie difficoltà e dei propri errori diventi possibile e normale», prosegue Baglioni. «Crediamo che un’azienda che investe in salute mentale investe sulle persone, sul team di lavoro, sulla comunità allargata dei collaboratori, delle collaboratrici e sulla loro capacità di lavorare con lucidità, creatività e senso di appartenenza. Accompagnare le aziende a una riflessione su questi temi significa contribuire a costruire comunità di lavoro più umane, più resilienti e più responsabili».

«La salute mentale è una dimensione che riguarda direttamente chi ha ruoli di guida, responsabilità decisionali e impatto quotidiano sulle persone», afferma Christian Bongiovanni, Country Head Italia. «Per un manager in State Street Bank, occuparsi di salute mentale significa prima di tutto creare contesti di lavoro in cui le persone possano esprimere difficoltà senza timore di stigma o conseguenze, e in cui performance ed equilibrio non siano messi in contrapposizione». In altre parole, non si tratta di acquisire competenze cliniche «ma di sviluppare una maggiore capacità di ascolto, di lettura dei segnali e di responsabilità nel modo in cui vengono poste le aspettative, gestiti i carichi di lavoro e affrontati i momenti di cambiamento». Dal percorso è emerso, infatti, quanto il comportamento quotidiano delle figure leader – «il linguaggio utilizzato, la qualità delle conversazioni, la disponibilità al confronto» – possa fare la differenza nel prevenire il disagio. In questa prospettiva, la salute mentale non è più semplicemente un tema di welfare aziendale, ma diventa «parte integrante della leadership stessa: un elemento di maturità organizzativa, oltre che di attenzione alle persone».

Gli incontri realizzati insieme a Progetto Itaca e Università Bicocca sono solo l’inizio di un percorso destinato ad andare avanti nei prossimi mesi: «Un punto di partenza, che continuerà nel tempo attraverso nuove collaborazioni, momenti di formazione e iniziative di volontariato, con l’obiettivo di rendere il benessere mentale una dimensione strutturale e continuativa della nostra cultura aziendale», assicura Gillio. Perché quel che più conta è ciò che il percorso ha lasciato alle e ai partecipanti: un patrimonio di consapevolezza che va oltre le semplici informazioni ricevute. «Molti colleghi hanno raccontato di aver cambiato il modo di leggere le notizie, di riconoscere segnali di disagio e di mettersi in ascolto delle altre persone con maggiore attenzione e meno giudizio», conclude la referente. «È da questi piccoli cambiamenti quotidiani che può nascere un impatto reale e duraturo».

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