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25 anni di inclusione con Fondazione Adecco

Abbiamo intervistato Laura Ciardiello e Michaela Imperatori, entrambe DE&I Project Manager di Fondazione Adecco
A cura di Sabrina Tracuzzi
10 Giu 2026

Fondazione Adecco ETS è una fondazione d’impresa privata e operativa, nata nel 2001 con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un mercato del lavoro più inclusivo. Agisce secondo una prospettiva sistemica, promuovendo progetti multilivello e multistakeholder in collaborazione con attori pubblici e privati, con l’intento di aumentare i livelli di occupabilità di persone in situazione di svantaggio: persone detenute, rifugiate, con disabilità e autistiche, NEET, donne disoccupate, con carichi familiari, sopravvissute alla violenza di genere e/o alla tratta.

L’azione della Fondazione si sviluppa lungo direttrici complementari: percorsi di educazione al lavoro e accompagnamento all’inclusione lavorativa dedicati a persone in situazione di svantaggio; programmi di DE&I rivolti alle aziende; interventi di capacity building destinati alle organizzazioni del Terzo Settore; supporto a enti erogativi nella progettazione di bandi dedicati all’inclusione socio-lavorativa.

Il 2026 segna i 25 anni dalla nascita della Fondazione Adecco per le Pari Opportunità, oggi Fondazione Adecco ETS, prima realtà promossa da un’agenzia per il lavoro in Italia con un focus specifico sull’inclusione lavorativa, in una fase storica in cui tali tematiche risultavano ancora poco esplorate.

Fondazione Adecco viene fondata nel 2001. Chi meglio di voi può raccontarci l’evoluzione dei principi di DE&I in questi 25 anni: come avete visto cambiare il mondo del lavoro?
LC: Quando la Fondazione è nata si parlava di pari opportunità, facendo riferimento soprattutto al genere. Pian piano le cose sono cambiate: le aziende si sono sentite sempre più responsabilizzate e la conversazione è virata verso un più ampio concetto di diversità. Negli anni è cambiata anche la terminologia: da “pari opportunità” si è arrivati a parlare di DE&I. Questo passaggio non è stato un semplice restyling terminologico, ma una maturazione profonda. Se un tempo l’attenzione era focalizzata sulla rimozione delle barriere, oggi si considera una visione che riconosce la diversità come valore e promuove un’accoglienza libera da pregiudizi, nella consapevolezza che ogni persona parte da una situazione diversa e necessita di supporti specifici per raggiungere i medesimi obiettivi.

MI: Nel 2001, quando abbiamo iniziato a parlare di inclusione lavorativa di persone in situazione di vulnerabilità, il tema non era ancora diffuso. Si parlava di categorie fragili estrapolando il concetto di fragilità dalla persona nella sua interezza. Noi abbiamo avuto il coraggio di leggere la complessità degli elementi che costituivano le vulnerabilità, che impedivano l’accesso al mercato del lavoro, e di agire di conseguenza. Oggi lavoriamo per rendere le persone autonome e capaci di esprimere il proprio potenziale indipendentemente dalla loro condizione.

Fondazione Adecco si occupa di diverse tipologie di fragilità. Tra queste, incontra direttamente o indirettamente la realtà delle e dei caregiver. Nella vostra esperienza, cosa comporta oggi ricoprire questo ruolo e quale impatto genera sulla vita personale, specialmente per quanto riguarda le sfide della conciliazione con il lavoro?
LC e MI: Il mercato del lavoro italiano è in forte ritardo nella gestione del caregiving, una delle forme più diffuse e al contempo meno riconosciute di vulnerabilità contemporanea. La popolazione invecchia sempre di più, l’invecchiamento attivo si sta velocizzando all’interno delle aziende, ma mancano politiche in grado di gestire questo fenomeno che non può essere sottovalutato. Ci sono tanti aspetti critici che la e il caregiver vive per poter supportare un membro della famiglia. In primis, l’interruzione della propria attività lavorativa, spesso necessaria per far fronte alle esigenze di cura. Se non ci prepariamo adeguatamente a supportare queste situazioni – che saranno sempre più frequenti – temiamo che la ripercussione sul mercato del lavoro sarà estremamente violenta.

Perché sono figure che tendono a restare invisibili?
MI: Banalmente perché la o il caregiving è sempre stato considerato una responsabilità familiare, personale, non riconosciuta come elemento che incide all’interno della società (e di conseguenza in azienda). Culturalmente è sempre stato difficile far sentire la voce della cura. Molti elementi legati all’atteggiamento di cura, infatti, sono storicamente stati associati alle donne e a un modello di sacrificio silenzioso che non chiede nulla in cambio. È un meccanismo che si autoalimenta. Dovrebbe essere compito delle aziende dar voce alle persone, ascoltarle, chiedere loro di cosa hanno bisogno e fornire strumenti affinché possano svolgere il proprio compito di cura continuando a lavorare efficacemente.

In che modo Fondazione Adecco fa da tramite in questo percorso di apprendimento?
LC: Creiamo momenti di sensibilizzazione e divulgazione all’interno delle aziende con lo scopo di favorire un cambiamento culturale. Il nostro sogno, per cui stiamo iniziando ad attivarci con alcune aziende partner, è creare un tavolo di lavoro per capire come portare in primo piano questo argomento in azienda. Tuttavia, siamo solo agli inizi. L’obiettivo è cominciare a parlare veramente di questo tema e capire come divulgarlo. La Fondazione, coerentemente con il suo modus operandi, ha agito, agisce e agirà facendo da ponte tra i bisogni sociali emergenti di inclusione lavorativa e il mondo profit, creando una rete che tenga in considerazione chiunque sia accanto a chi ha delle fragilità. Tutte e tutti devono poter avere accesso a una struttura sociale che sia di sostegno.

LC e MI: Fondazione Adecco agisce affrontando la sfida del caregiving da due prospettive complementari. Da un lato, sostenendo l’autonomia lavorativa di persone con disabilità, autismo o detenute, si genera un naturale alleggerimento per le famiglie. Dall’altro, ci rivolgiamo direttamente a chi ha dovuto sacrificare la propria carriera per motivi assistenziali, in particolare alle donne, accompagnandole in un percorso di riscoperta professionale che restituisce loro identità e autonomia.

Facciamo una piccola previsione: come vedete i prossimi 25 anni?
LC: Continueremo a essere precorritrici e intercettare in tempo nuove fragilità ed esigenze per aiutare le persone che le vivono.

MI: Non vedo la Fondazione come un’istituzione che cresce, ma come un organismo che impara: se tra 25 anni sarà diversa da oggi, vorrà dire che avrà ascoltato davvero il suo tempo.

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