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AI e social: la battaglia dell'attenzione comincia in famiglia

In un’intervista realizzata l’anno scorso dal New York Times alla psichiatra Anna Lembke si racconta di una vacanza di tre giorni fatta con la sua famiglia – marito e due figli post-adolescenti – in cui tutti e quattro si sono accordati per lasciare a casa ogni tipo di device. Anna Lembke è l’autrice de "L’era della dopamina" (ROI Edizioni), che si focalizza sull’idea che – in un mondo ricco come mai prima d’ora – le grandi big tech abbiano trovato nell’uso costante di meccanismi di rinforzo e ricompensa il grimaldello per tenerci incollati a uno smartphone per ore
A cura di Carlo Crudele
01 Apr 2026

«Dal momento in cui siamo saliti in macchina e abbiamo iniziato a guidare», racconta Lembke «ho percepito una netta differenza nella qualità della presenza di tutti noi – persino in auto – e quella sensazione è durata per l’intera vacanza. Abbiamo usato giochi da tavolo, mangiato insieme, e la cosa fondamentale era che nessuno aspettava la fine del pasto pensando: “Ora vado a controllare il telefono”, perché non c’era nessun dispositivo da controllare. Ci siamo trattenuti più a lungo. Le conversazioni si sono allungate. Dopo cena, ce la siamo presa comoda sotto le stelle. Era tutto così diverso».

Il 18 febbraio scorso Mark Zuckerberg è entrato nell’aula di un tribunale di Los Angeles per difendersi dall’accusa che vede i social media paragonati a droghe come alcol e tabacco. A citare in giudizio i suoi sistemi social (ma anche Snapchat, YouTube e Tiktok, molti dei quali hanno prudentemente patteggiato) una giovane donna di 20 anni, esposta ai meccanismi di YouTube e Instagram sin dai 6 anni e oggi alle prese con depressione, ansia, pensieri suicidari e uso compulsivo dei media digitali.

Il processo è storico soprattutto per una ragione: il focus si sposta dal contenuto all’architettura di prodotto. Ovvero: non ciò che la ragazza ha visto in oltre un decennio di serrata fruizione social, ma le ragioni per cui quella visione le è stata proposta. Con quali meccanismi, con quali regole, sfruttando quali vulnerabilità. E con quali scopi.

C’è un legame tra la deriva dei social e la corsa all’AI? L’ha chiesto recentemente Pier Luigi Pisa di Repubblica a Luciano Floridi, dirigente del Digital Ethics Center a Yale. Ti aspetteresti una risposta calibrata, bilanciata, da docente. Ma Floridi non si nasconde dietro un dito: «Il profitto brutale e miope. Per una big tech, l’utente ideale è colui che resta sulla piattaforma 24 ore al giorno, possibilmente senza mangiare né dormire».

Il problema è che AI e social media sono oggi intimamente collegati: la pervasività del design degli attuali social media è perfezionata giorno dopo giorno soprattutto grazie all’implementazione dell’intelligenza artificiale, che viene sfruttata per costruire algoritmi di contenuto talmente calati sul singolo utente da risultare di fatto impossibili da disinnescare. A questo squilibrio di forze le famiglie rispondono ritirando sempre più i propri figli e le proprie figlie dal digitale: 13 genitori su 100, secondo un’indagine Agcom del 2025, vietano totalmente l’uso di smartphone e tablet alle e agli under 16, mentre la stragrande maggioranza sceglie di regolarne in qualche modo l’accesso. Una prudenza forse estremizzata dall’ignoranza, visto che il 64% delle persone italiane ha un’alfabetizzazione algoritmica scarsa o nulla, risultando in balia di meccanismi che non comprende e su cui non sa applicare senso critico.

Vietare la fruizione, o regolarla optando per la massima accortezza, è uno step utile all’inizio, ma insufficiente man mano che il digitale entra in maniera pervasiva nella vita sociale e persino scolastica di ragazze e ragazzi.

La casa, piaccia o no, è dunque il primo baluardo dell’educazione digitale: secondo le ricerche, oltre la metà delle persone minorenni italiane chiede alla famiglia indicazioni per un uso consapevole dei media, mentre in Europa, quando qualcosa online le ferisce, i genitori risultano essere il punto d’ascolto per 4 giovani su 10, di gran lunga sopra scuola e figure professioniste. E se noi genitori siamo quelli che per primi non conoscono le regole del gioco – un gioco multiforme, in costante evoluzione, a volte sfibrante per la sua complessità – come facciamo a spiegarle a figlie e figli?

Evitando estremismi, possiamo lavorare su azioni semplici e adulte. Stabilire dei paletti, per esempio: pochi, chiari, negoziati e verificabili. E dunque imporre delle frizioni al dilagare della tecnologia: telefono fuori dalla camera, notifiche spente, niente smartphone a pranzo e a cena (anche noi, visto che 8 genitori su 10 lo tengono al proprio fianco mentre mangiano). E poi spiegare che tutta la loro esperienza online, lungi dall’essere neutrale, ha alla base motivazioni economiche e un silenzioso ma incessante lavoro di ottimizzazione. Infine incentivare un’alleanza con la scuola, sulla scorta dei Patti Digitali di Comunità lanciati dall’Università Milano-Bicocca, perché su digitale, social media e AI non ci si smentisca a vicenda.

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