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Accessibilità universale: un mondo alla portata di tuttə

È possibile ideare spazi e servizi realmente fruibili dal maggior numero di persone in situazioni differenti? La chiave è accogliere la diversità umana e identificarla come condizione di base, ispirandosi all’Universal Design e al Design for All. Ma cosa succede quando questi approcci incontrano l’AI e i suoi bias?
A cura di Valeria Pantani
01 Apr 2026

Esistono approcci alla progettazione che identificano l’accessibilità come una condizione di base e di qualità. Da una parte l’Universal Design, ideato negli Stati Uniti negli anni ‘80 da Ronald Mace con l’obiettivo di creare spazi, prodotti e servizi fruibili dal maggior numero di persone fin dall’inizio, senza il bisogno di adattamenti specializzati e successivi. Dall’altra il Design forAll, nato in Europa e formalizzato nel 2004 con la Dichiarazione di Stoccolma dell’EIDD – Design for All Europe, che accoglie la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza focalizzandosi sul processo e sulla partecipazione delle persone.

Come ha spiegato Erica Isa Mosca, architetta e dottoressa di ricerca (PhD) sul tema del Design for All, «l’Universal Design e il Design for All sono due approcci complementari che condividono lo stesso obiettivo: progettare per il maggior numero di persone. Un aspetto centrale è il riconoscimento della diversità umana come condizione di base che può manifestarsi in momenti diversi della vita».

Progettare uno spazio o ideare un servizio tenendo conto delle differenze umane è fondamentale per garantire l’inclusione di tutte le persone. In che modo l’Universal Design e il Design for All accolgono questa idea?
Immaginiamo di trovarci in un grande edificio e di dover portare carichi ingombranti all’ultimo piano, ma che l’ascensore sia troppo piccolo. Oppure di avere difficoltà a impugnare una maniglia a pomello a causa di una ridotta mobilità delle mani. O ancora, di partecipare a un convegno senza riuscire a comprendere i contenuti perché i video non prevedono sottotitoli e abbiamo un’ipoacusia. In ciascuna di queste situazioni, lo spazio o il servizio smette di funzionare per una persona. E queste limitazioni non riguardano solo condizioni permanenti: possono essere temporanee, come una frattura, o situazionali, come cercare di ascoltare un annuncio in una stazione rumorosa senza un supporto visivo. Universal Design e Design for All nascono proprio da questa consapevolezza: non esiste l’utente standard, ma una varietà di persone, condizioni e contesti. Quando un progetto non tiene conto della diversità umana fin dall’inizio, crea barriere. Quando invece la integra, migliora la qualità dell’esperienza per tutte le persone.

Spesso, nel momento in cui si pianifica la realizzazione di edifici o altri spazi, l’accessibilità viene considerata un’aggiunta al progetto e non un elemento base. Come si differenziano gli approcci inclusivi alla progettazione?
Molte volte l’accessibilità viene considerata un vincolo puramente tecnico che deve essere risolto ma solo in una fase finale, una volta che l’intero progetto è stato abbozzato. Questo approccio, ovviamente, porta a soluzioni poco efficaci in termini di accessibilità. L’Universal Design, invece, propone un cambio di prospettiva: come possiamo progettare, fin dall’inizio, spazi o prodotti che possano funzionare per tutte le persone? Non si tratta solo di rispettare i requisiti normativi minimi, ma di integrare l’inclusione all’interno di tutto processo progettuale.

Hai da poco fondato Inclusiva Design, realtà che supporta professionistə e aziende nella creazione di spazi, prodotti e servizi inclusivi: come accoglie l’Universal Design e il Design for All? Quali sono le principali sfide?
Inclusiva Design nasce dal mio percorso professionale incentrato sull’Universal Design e sul Design for All. Oggi supporta aziende, studi e istituzioni nel rendere spazi, servizi ed esperienze realmente inclusivi, utilizzando questi approcci come guida concreta al progetto: la prima sfida è, quindi, renderli davvero applicabili e superare l’idea per cui l’accessibilità sia un elemento puramente normativo. Le norme sono fondamentali, sia chiaro, ma da sole non bastano per rendere uno spazio o un prodotto davvero inclusivo per tutte le persone. Il lavoro di Inclusiva Design consiste nel tradurre basi teoriche solide, maturate attraverso anni di ricerca, in strumenti operativi e scelte progettuali concrete: significa trasformare la complessità della diversità umana in strategie, gestendo in modo integrato accessibilità fisica, sensoriale, cognitiva e accogliere bisogni dell’utenza all’interno di un unico progetto coerente. La formazione è parte integrante di questo percorso: senza un aggiornamento culturale e metodologico, anche le migliori strategie rischiano di rimanere isolate.

Nell’Universal Design e nel Design for All si è mai parlato di intelligenza artificiale? Puoi farci qualche esempio?
Nonostante l’Universal Design e il Design for All siano nati prima dell’avvento dell’AI, oggi rappresentano un riferimento importante se parliamo di nuove tecnologie. Nella progettazione inclusiva, infatti, l’intelligenza artificiale può essere utilizzata per raccogliere ed elaborare grandi quantità di dati relativi alle esigenze delle persone: per esempio, rispetto ad architetture e servizi, l’AI viene impiegata per analizzare i dati sull’uso reale degli spazi, raccolti tramite sensori o modelli digitali. L’obiettivo è individuare criticità che non potrebbero essere notate attraverso una lettura tradizionale. Un altro esempio sono le simulazioni di scenari quando siamo ancora in fase di progettazione, per valutare come cambia la prestazione di uno spazio al variare degli e delle utenti e dei loro bisogni (penso, per esempio, a limitazioni motorie, sensoriali, cognitive). Ciò permette di individuare criticità e potenziali barriere prima della realizzazione finale del progetto. Un ultimo esempio lo possiamo rintracciare nel contesto digitale dove l’AI è molto usata: pensiamo ai sottotitoli automatici, ai sistemi di sintesi vocale, all’adattamento di interfacce in base alle esigenze dell’utenza.

Parliamo dei rischi dell’utilizzo dell’AI: potrebbe generarsi una condizione di esclusione? Mi vengono in mente possibili bias propri dell’intelligenza artificiale capaci di influenzare la progettazione in termini di accessibilità.
Certo, esistono questi rischi e possono verificarsi quando l’AI è addestrata su dati o esigenze non interamente rappresentative della varietà e diversità delle persone: ciò avviene quando prendiamo come riferimento l’utente standard, senza considerare le specifiche esigenze. Sempre per rimanere ancorati agli esempi, pensiamo alle persone anziane o con disabilità cognitive che faticano a utilizzare interfacce digitali complesse, app o chatbot: in questi casi la tecnologia può diventare una barriera. Per questo penso sia fondamentale che l’AI guardi all’Universal Design e al Design for All, perché da sola non può pensare a soluzioni inclusive: è centrale il coinvolgimento delle persone nelle fasi di progettazione.

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