
Orgoglio e pregiudizio
Orgoglio e pregiudizio raccontati in un’unica storia: quella di come le aziende possono scegliere di guardare alle differenze. Il modo in cui funzionano le nostre organizzazioni può essere (ri)disegnato per dare voce e spazio all’unicità delle persone che ne fanno parte? Come si può favorire la convivenza fra le differenze e una cultura inclusiva che allarghi gli orizzonti e crei nuovo valore nei processi, nelle decisioni quotidiane, nel linguaggio che usiamo, nei piccoli gesti che spesso non notiamo?
Uno spazio concreto in cui queste domande trovano risposta è ALL-IN, la community di Fastweb + Vodafone nata per essere un luogo di aggregazione e integrazione autentica, dove le persone possono incontrarsi al di là dei ruoli, delle funzioni e delle storie aziendali di provenienza. In un momento di trasformazione come quello che Fastweb + Vodafone sta vivendo, ALL-IN è la dimostrazione che l’inclusione è un’infrastruttura viva che tiene insieme le persone mentre tutto intorno cambia.
Elena e Mattia, tra i primi a voler creare questo luogo, ci spiegano alcune delle scelte e delle azioni di Fastweb + Vodafone in quest’ambito.
Quando si parla di orgoglio, qual è il primo significato che vi viene in mente?
Mattia: Per me l’orgoglio è molto più della parola Pride che sentiamo ripetere ogni giugno. È il punto d’incontro tra identità, appartenenza e giustizia sociale. Il rischio, per tutte le aziende, è fermarsi alla superficie: qualche iniziativa, qualche simbolo, una comunicazione efficace. Ma l’inclusione non può essere cosmetica né limitata a un periodo dell’anno. Se vogliamo che abbia davvero un impatto, deve entrare nei processi, nel modo in cui lavoriamo e prendiamo decisioni. Solo così smette di essere uno slogan e diventa una responsabilità condivisa.
Elena: La mia prima reazione, invece, è stata quasi di disagio. Ho sempre associato la parola orgoglio a qualcosa di negativo, come presunzione o arroganza. Poi mi sono fermata a riflettere. Ho capito che esiste un altro significato: quello che ci permette di riconoscere il nostro valore, di non accettare discriminazioni e di sostenere i diritti delle persone. È un orgoglio che nasce dall’ascolto, non dalla superiorità, e che invita a mettersi in discussione.
Come si costruisce, concretamente, una cultura inclusiva?
Mattia: Credo che la parola chiave sia struttura. L’inclusione funziona quando è parte dell’organizzazione e non un progetto parallelo. Per questo il modello delle community è così importante: crea senso di appartenenza, favorisce il confronto e permette alle persone di contribuire direttamente attraverso figure come le e gli ambassador. Le TownHall, i Listening Corner, le survey periodiche sono occasioni di dialogo autentico, dove l’azienda ascolta e raccoglie esigenze reali. È questa contaminazione continua, tra persone e punti di vista diversi, che rende l’inclusione viva.
Elena: Da dipendente che ha partecipato a tante iniziative, posso dire che questa contaminazione si percepisce davvero. In questi anni ho seguito percorsi di formazione, attività di welfare, eventi dedicati ai temi DE&I, incontri culturali, attività di volontariato in ambito sociale e momenti di sensibilizzazione. Tutto questo mi ha aiutata a uscire dalla mia zona di comfort e a guardare le cose con occhi diversi. Non significa cambiare necessariamente idea, ma avere gli strumenti per comprenderne altre e scegliere con maggiore consapevolezza.
Quali sono i segnali che dimostrano che l’inclusione non si ferma alle dichiarazioni di principio?
Mattia: Quando diventa parte della quotidianità. Penso al lavoro sul linguaggio inclusivo, alla possibilità di utilizzare nomi alias per le persone in transizione, alla nascita del network ALL-IN, ai percorsi dedicati alla prevenzione delle micro-aggressioni. Oppure all’impegno verso la parità di genere, misurato anche attraverso strumenti concreti come la certificazione UNI/PdR 125 e il monitoraggio dell’equità nei processi HR. E ancora alle iniziative rivolte alla società, dal supporto alle donne vittime di violenza ai progetti di formazione digitale. Tutto questo racconta un’idea di inclusione che produce cambiamento, dentro e fuori dall’azienda.
Elena: Io vedo il valore anche nei piccoli gesti. Le giornate di volontariato mi hanno avvicinata a realtà che non conoscevo. Gli incontri dedicati al linguaggio mi hanno fatto riflettere sul peso delle parole. Gruppi trasversali come Ambassador, Culture Agent e ALL-IN permettono alle persone di contribuire indipendentemente dal ruolo ricoperto. È un modo per dire che ogni esperienza può arricchire quella altrui.
State vivendo un momento di trasformazione aziendale importante. Cosa significa parlare di inclusione durante un cambiamento?
Elena: Significa ricordarsi che dietro ogni trasformazione ci sono delle persone. L’integrazione tra Fastweb e Vodafone porta inevitabilmente novità, difficoltà e qualche incertezza, ma anche un’enorme occasione di confronto. Arriviamo da storie diverse e possiamo scegliere se fermarci alle differenze oppure imparare gli uni dalle altre. A volte basta davvero poco: un sorriso in ascensore, una battuta prima di iniziare una riunione, un momento condiviso durante un’attività di wellbeing. Sono dettagli che rendono più semplice costruire relazioni.
Mattia: Sono d’accordo. L’inclusione è proprio questo: creare uno spazio sicuro in cui le differenze non vengano semplicemente accettate, ma considerate una risorsa. Quando le persone si sentono ascoltate e coinvolte, cresce anche il senso di appartenenza. E questo è il presupposto per affrontare insieme qualsiasi cambiamento.
In definitiva, per cosa provate orgoglio?
Mattia: Sono orgoglioso di lavorare in un’azienda che prova a trasformare i valori in impegni concreti e misurabili. Quando l’inclusione entra nelle regole, nei processi e nelle responsabilità quotidiane, smette di essere una promessa e diventa un modo di fare impresa.
Elena: Io sono orgogliosa del percorso che ho fatto. Non sono un’attivista e non ho tutte le risposte, ma ho imparato che continuare a mettersi in discussione è una forma di crescita. L’azienda offre tante occasioni per farlo: sta a noi coglierle, partecipare e contribuire. Perché, in fondo, l’inclusione non è qualcosa che qualcuno costruisce per noi. È qualcosa che costruiamo insieme, ogni giorno.