
«Mi definiscono un infame. Ma detto da loro è un complimento»
Tutto parte apparentemente per caso. Il 6 giugno 2020 alla fine di una manifestazione contro le misure restrittive legate al Covid nella romana Piazza dei Santi Apostoli, una ragazza avvicina il giornalista Paolo Berizzi e gli lascia un bigliettino con un numero di telefono. Se vuole sapere la verità su Casapound, l’organizzazione neofascista italiana più importante degli ultimi 20 anni, non ha che da chiamarlo. È da questo incontro inaspettato che nasce il volume Il libro segreto di Casapound, pubblicato alla fine dello scorso anno per l’editore Fuori Scena. «All’inizio ho pensato a uno scherzo, anzi a una trappola», spiega Berizzi. «Sembrava contro ogni logica che un militante storico di Casapound decidesse di parlare con quello che considerano il più "infame" dei giornalisti italiani. Ho gettato il bigliettino e non ci ho pensato più fino a che, qualche mese dopo, vengo ricontattato tramite i social dalla persona che poi diventerà la mia vera fonte. Sono ancora molto scettico, ma questa volta rispondo e comincio a scambiare dei messaggi. Interpello le mie conoscenze romane e, quando capisco che si tratta davvero di un militante storico di Casapound, decido di incontrarlo. Sarà solo il primo di una serie di incontri nel corso dei quali riempirò decine di taccuini».
Cosa ha provato a essere il “prescelto”?
Nella storia dell’estrema destra italiana non è mai successo che da dentro un gruppo neofascista qualcuno decidesse di parlare. Ha deciso di fare l’«infame», che nel codice non scritto della destra radicale è un concetto chiave, perché si sentiva tradito dai vertici. E ha scelto proprio me perché sono il giornalista più odiato di tutti. Quindi è l’infame che parla con l’infame. E se il marchio di infamia arriva da Casapound e dai gruppi neofascisti e neonazisti italiani per me è solo motivo di orgoglio.
In che senso motivo d’orgoglio?
Sono felice di rendere più complicata la vita a queste organizzazioni, a cui da anni sto col fiato sul collo in modo costante e seriale. Come pure è motivo di orgoglio essere considerato un «infame» dai nemici della democrazia, benché quello che loro chiamano infamia non è altro che il mio lavoro di racconto, approfondimento e denuncia. Non solo il più infame tra i giornalisti. L’hanno definita anche «cialtrone» e «mentitore seriale». Sì, le due cose vanno a braccetto. È il metodo dei gruppi criminali: quando vedono le proprie strutture, le proprie attività, le proprie malefatte illuminate dalla cronaca provano a delegittimarti, dicendo che racconti balle, che non sei credibile. Del resto lo fanno anche i politici o chi oggi ricopre ruoli apicali nelle nostre istituzioni democratiche, nel momento in cui si sentono attaccati da un’inchiesta giornalistica. Nel caso del libro non hanno risposto nel merito, non hanno smentito nulla di quello che avevo scritto e non ho neppure ricevuto querele. Invece ti mettono all’indice, un metodo che io conosco bene visto che sono sotto scorta da quasi otto anni a causa di minacce e atti intimidatori da parte di questi gruppi. Poi non sono stati solo loro ad attaccarmi, ovviamente, perché il libro parla anche dei collegamenti tra Fratelli d’Italia e l’estrema destra neofascista italiana.
Ricevere minacce, sentirsi costantemente attaccati, vivere con la scorta deve essere pesante. Cosa le dà la forza per non lasciar perdere?
Probabilmente è l’idea che sto facendo qualcosa di utile. È una consapevolezza che non ho da sempre, anzi all’inizio c’era una notevole componente di frustrazione. Ho cominciato a occuparmi di neofascismo e neonazismo quando non ne parlava nessuno, era un fenomeno sotto traccia. Per anni, a destra come a sinistra, le persone hanno sottovalutato la cosa. Poi col tempo la riemersione delle pulsioni fascistoidi, razziste, ultranazionaliste, nostalgiche e remigrazioniste è diventata un problema a livello globale. Io non ho fatto nulla di straordinario, mi sono limitato a unire i puntini. Finita l’onda dell’eversione stragista degli anni Settanta sembrava chiaro che qualcosa si stesse risvegliando. E quel qualcosa ho cominciato a raccontarlo attraverso articoli e inchieste. Il mio primo libro sulla galassia nera è del 2009.
Che effetto le faceva non sentirsi preso abbastanza sul serio?
Per molto tempo mi sono sentito dare quasi del pazzo visionario, quello che vedeva cose che non c’erano. Mi dicevano che ero paranoico, ossessivo: aggettivi che ho accolto con un certo grado di piacere, perché a volte nella vita le ossessioni possono rivelarsi utili. In questo caso sono servite a far emergere un fenomeno, a contrastarlo e a offrire una conoscenza necessaria per provare a sconfiggerlo. In certi casi le ossessioni possono rivelarsi finanche più efficaci dei talenti, perché studiare tutti i giorni un fenomeno per anni produce una competenza che puoi mettere a servizio della collettività. «Nella vita c’è un momento in cui l’onestà e la dignità non sono più una scelta, ma un dovere per non essere complici», diceva Sandro Pertini. E io a un certo punto ho sentito il dovere non solo come giornalista, ma anche come cittadino di fare il possibile per difendere la Costituzione repubblicana con il mio lavoro, cioè con le pochissime armi a mia disposizione: la penna e la parola. Per questo ho deciso di smascherare i fascisti, raccontando i loro covi, le loro articolazioni, le sponde di cui godono, i finanziamenti che hanno, le coperture politiche su cui possono contare.
Quindi è per questo che ha deciso di non girarsi dall’altra parte?
La vita sotto scorta è complicata, è una gabbia fisica e mentale. Non è un beneficio, non è un merito, non è un premio. E non è neppure qualcosa che ti fa sentire un eroe. È solo una iattura, che ti capita perché hai dato molto fastidio a qualcuno. Però decidi di andare avanti perché, come diceva Pertini, «non agire significa rendersi complici».
Dove è nata l’ossessione per questa galassia nera che esplora ormai da oltre 30 anni?
Dagli ultras del calcio e le curve degli stadi. Ero e sono molto tifoso dell’Atalanta e ai tempi del liceo a Bergamo frequentavo l’ambiente dello stadio. Qui ho potuto assistere alla graduale ma inesorabile politicizzazione delle curve, che alla fine degli anni Novanta hanno iniziato a colorarsi di nero. Già a quei tempi erano infiltrate da gruppi neofascisti. Gli ultras e la violenza negli stadi sono diventati l’argomento della mia tesi di laurea in Filosofia. Ho cominciato presto a fare il giornalista ed, esplorando il sottobosco delle curve, ho capito fin da subito che si trattava di vasi comunicanti: le curve iniziavano a offrire manovalanza all’estrema destra e, viceversa, l’estrema destra offriva manovalanza alle curve. Un modello che durante la stagione del Covid è emerso alla luce del sole con gli ultras che alla bisogna uscivano dagli stadi e andavano in piazza a far casino.
Poi però si è sganciato dal calcio.
Sì, dalla dimensione calcio sono passato a quella della militanza politica. Ma all’inizio il mio interesse non si è acceso per motivi politici o ideologici, si è acceso per una curiosità puramente giornalistica, che poi è diventata un metodo. Ho iniziato a stanare i fascisti che si stavano riaffacciando sulla scena, stando loro addosso in maniera costante. Ed è proprio la costanza che non mi perdonano.
Come ha gestito il rapporto con la fonte? A livello personale, come ha vissuto quella sorta di transfert che lega sempre un giornalista a chi gli affida la propria storia?
Provo un sentimento di gratitudine per la fonte che, non so con quale consapevolezza, ha offerto un contributo fattivo straordinario al contrasto dei gruppi neofascisti. Va chiarito però che non si tratta di un pentito, è un fascista che rivendica di essere stato, di essere e di continuare a essere fascista, che ha deciso di parlare al termine di un lungo travaglio. Per lui è stata la scelta sofferta e ponderata di chi si è sentito tradito nei propri ideali. Perché non solo Casapound non ha fatto la rivoluzione, ma col tempo i vertici hanno abbracciato una gestione sempre più pressappochista, padronale e commerciale dell’organizzazione.
Affidando a lei la sua storia ha rischiato molto, ha avuto paura per lui?
È dovere deontologico del giornalista tutelare, coprire e proteggere le fonti. In questo caso poi c’era anche una questione di incolumità fisica che, nella scrittura, mi ha costretto a usare molti escamotage per nasconderne l’identità del militante. Ma quando mi ha contattato offrendomi un’enorme mole di video, foto, messaggi, chat, documenti interni ho subito capito che quel materiale poteva e doveva diventare un libro. Casapound ha provato a bloccare la pubblicazione, facendomi scrivere dai suoi avvocati col pretesto che avrei pubblicato il loro simbolo in copertina. Ma in realtà avevano paura del contenuto, di tutto quello che ho raccontato.
Cosa temevano di più?
Trattandosi di un militante di primissimo piano, la fonte aveva a disposizione informazioni che dentro Casapound erano appannaggio di pochi. Per esempio non volevano che uscissero i nomi dei 70 finanziatori segreti, i cosiddetti Unici, che sono di fatto simpatizzanti. Questo è stato forse il maggiore scoop del libro: fare nomi e cognomi di personaggi molto ben inseriti nella società civile italiana, a riprova del fatto che Casapound va oltre la militanza e l’attivismo, entrando direttamente nei gangli dello Stato democratico. Perché i fascisti sono ancora dentro la macchina dello Stato, hanno solo cambiato look. Hanno dismesso la camicia nera per indossare il doppiopetto della democrazia, ma sono rimasti quelli di sempre.
Malgrado la delusione della fonte, il libro racconta anche l’orgoglio dei militanti di Casapound. Che tipo di orgoglio è in concreto?
Posto che l’orgoglio si divide in orgoglio buono e sano, da un lato, e orgoglio nocivo e distruttivo, dall’altro, quello dei gruppi neofascisti di Casapound è un orgoglio da branco. Il libro racconta una formazione politica, ma anche una comunità umana che ne esce malissimo, con ritratti quasi grotteschi. Personaggi tutt’altro che duri e puri, che non riescono a essere conseguenti a quello che dicono, sembrano gli «arcitaliani» di Alberto Sordi. Eppure chi si avvicina a Casapound assorbe l’idea orgogliosa di far parte di una comunità che ti fa sentire protetto e difeso. Non più un cittadino, ma un soldato politico. Un orgoglio che poi tracima in pratiche violente e lesioniste in spregio alla condotta civile e alla Costituzione, sulla quale si fonda la nostra Repubblica democratica.
Qual è dunque la sua idea di orgoglio?
Orgoglio è un termine che può apparire altisonante, e definirmi orgoglioso del mio lavoro mi crea un certo pudore. Ma, a differenza dei neofascisti che combatto, io non appartengo a un gruppo. Sono un giornalista che fa il proprio mestiere e che a volte sente l’orgoglio di aver scelto una strada scomoda sotto tutti i punti di vista, compreso quello della carriera. Da molti anni ricopro il ruolo di inviato e nella vita mi sono occupato di moltissime vicende diverse. Poi però c’è un tema che scegli e che a me è entrato sotto pelle, stravolgendo la mia vita sia professionale che privata. Non riuscirei a fare un giornalismo diverso, perché per me il giornalismo o è civile o non è.