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Oltre lo stigma: la salute mentale tra cura e responsabilità organizzativa

Oggi in Italia il tema della salute mentale non è più marginale. I dati più recenti indicano che circa una persona su quattro presenta sintomi riconducibili a un disagio psicologico. Se si guarda più da vicino, emergono però differenze significative
A cura di Marina Crespi, People & Culture Manager di Openjobmetis
10 Giu 2026

Tra le e i giovani sotto i 35–40 anni il disagio è in crescita: negli ultimi anni si è registrato un aumento degli accessi ai servizi fino al +30–40%, con livelli più elevati di ansia, depressione e affaticamento emotivo. Nella fascia over 40, i dati appaiono più stabili, ma questo non è necessariamente rassicurante. Il disagio è spesso meno dichiarato, più silenzioso e tende a emergere più tardi, quando è già strutturato.

Anche il dato di genere è rilevante. Le donne riportano più frequentemente sintomi di ansia e depressione e accedono maggiormente ai servizi, mentre gli uomini emergono meno nei dati e tendono a chiedere supporto più tardi. Eppure, mentre cresce la domanda di supporto, cresce anche un altro fenomeno meno visibile: continuiamo a curare sempre di più, ma non sempre riusciamo a ridurre le condizioni che rendono necessario farlo.

Stiamo cercando di curare ciò che continuiamo a produrre. È importante chiarire un punto. I disturbi dell’umore e il disagio psicologico hanno origini multifattoriali: fattori individuali, relazionali, familiari e sociali si intrecciano in modo complesso. Allo stesso tempo, però, il lavoro rappresenta uno degli ambienti in cui le persone trascorrono gran parte del proprio tempo e investono una quota significativa della propria identità. Per questo non può essere considerato una parentesi separata della vita.

Il contesto lavorativo può contribuire ad amplificare condizioni di stress e disagio, oppure può diventare uno spazio che le contiene, le riconosce e le rende sostenibili. Il lavoro non è neutro rispetto alla salute mentale. È uno dei luoghi in cui si costruisce o si compromette.

Non funziona pensare di inserire una o uno psicologo in azienda se il contesto resta lo stesso. Creare condizioni di iper-connessione, aspettarsi risposte alle 23, non lavorare sul clima e sulla possibilità di confronto, per poi offrire uno spazio di cura, rischia di essere poco efficace. In molte aziende, ciò che viene fatto per il benessere e la salute mentale si traduce in convenzioni con professionisti, piattaforme online o iniziative come sessioni di mindfulness. È certamente un passo in avanti, e può essere di aiuto. Ma non è sufficiente. Se non si interviene sui comportamenti organizzativi quotidiani, il rischio è quello di agire solo a valle del problema. Carichi di lavoro non sostenibili, aspettative implicite di disponibilità continua e qualità delle relazioni sono fattori che non solo generano, ma spesso alimentano uno stato diffuso di ansia. In questo senso, il tema non è solo offrire strumenti di supporto, ma interrogarsi su ciò che, all’interno dell’organizzazione, contribuisce a rendere necessario il loro utilizzo.

Il primo passaggio non è la cura. È la cultura. Promuovere una cultura della salute mentale senza stigma non significa semplicemente parlarne di più o rendere disponibili servizi. Significa intervenire sulle condizioni quotidiane in cui le persone lavorano: carichi sostenibili, chiarezza organizzativa e di ruolo, possibilità di disconnessione, spazi reali di confronto in cui poter esprimere idee e necessità senza il timore che possano essere fraintese o manipolate. Significa anche riconoscere che le emozioni fanno parte del funzionamento lavorativo. Quando il contesto non cambia, succede qualcosa di preciso: le persone smettono di mettere in discussione il sistema e sviluppano un senso di impotenza, che porta a un progressivo disinvestimento, fino ad arrivare a mettere in discussione se stesse.

In questo scenario, parlare di salute mentale senza stigma significa evitare che diventi un nuovo criterio di valutazione implicita. Non esiste un modo corretto e continuo di stare bene. Esiste la possibilità di attraversare momenti diversi senza che questo venga interpretato come un segnale di minore valore professionale. Questo è ancora più evidente nelle nuove generazioni, che portano una richiesta più esplicita di espressione di sé e di equilibrio tra vita e lavoro. Non è fragilità, è una domanda di sostenibilità.

Promuovere davvero la salute mentale richiede quindi un cambio di prospettiva: dalla responsabilità individuale a quella organizzativa. Non si tratta solo di aggiungere strumenti, ma di intervenire su ciò che accade ogni giorno nei contesti di lavoro. Questo significa lavorare sulla chiarezza dei ruoli e delle responsabilità, creare spazi di confronto reali, formare le e i manager nella gestione delle persone e rendere legittimo il limite: il diritto a non essere sempre disponibili, a non dover reggere tutto, a poter chiedere supporto. Accanto a ciò, gli strumenti di supporto restano importanti, ma funzionano davvero solo quando si inseriscono in un contesto che non genera costantemente le condizioni che li rendono necessari.

In questa direzione, abbiamo scelto di affiancare alla costruzione di una cultura organizzativa sostenibile anche iniziative concrete: un’assicurazione sanitaria integrativa, un supporto pediatrico per i genitori, percorsi di accompagnamento al rientro dalla maternità con il supporto di figure professioniste della salute mentale. Abbiamo strutturato percorsi di onboarding con il coinvolgimento del team People nei primi mesi, per accompagnare l’ingresso in azienda, con particolare attenzione alle nuove generazioni. Investiamo inoltre in percorsi di coaching, soprattutto per chi coordina persone, per supportare una gestione più consapevole delle differenze e delle individualità. Allo stesso tempo, lavoriamo sull’ascolto: attraverso exit interview, per comprendere i fattori che hanno portato le persone a lasciare l’azienda, e survey periodiche sul benessere organizzativo.

Stiamo infine ampliando i percorsi formativi, includendo anche temi concreti come l’educazione finanziaria, perché il benessere non riguarda solo il lavoro, ma l’equilibrio complessivo della vita. Non possiamo risolvere tutte le complessità, ma possiamo creare condizioni più sostenibili e mettere le persone nella possibilità di vivere con maggiore serenità la propria esperienza professionale. Perché il benessere non si dichiara. Si costruisce, ogni giorno, nei contesti in cui le persone lavorano e vivono.

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