
I cosiddetti sani
Kant osservava che la salute non è un dato oggettivo, misurabile una volta per tutte. È più semplice riconoscere la malattia che definire positivamente la salute, che rimane uno sfondo silenzioso, percepito solo quando si incrina.
Nel Novecento, Georges Canguilhem riprese questa intuizione nel suo Il normale e il patologico: non esiste un “normale” universale, perché normale e patologico sono sempre giudizi di valore. La salute, più che semplice normalità, è normatività: la capacità del vivente di istituire nuove norme vitali, di riorganizzare il proprio rapporto con l’ambiente anche attraverso l’esperienza della malattia. Ciò che per la statistica appare come deviazione può rappresentare, per il soggetto, un’altra forma pienamente vivente, un diverso modo di abitare il mondo.
Su questa linea si colloca anche Hans Georg Gadamer che, in Dove si nasconde la salute?, ha descritto la salute come un «fatto globale» dell’esistenza: un’armonia nascosta che coinvolge insieme il corpo, il mondo sociale e la biografia personale. Per Gadamer, la salute è anzitutto un certo modo di essere nel mondo: sentirsi presi dalle proprie attività, immersi nelle relazioni, capaci di partecipare in modo attivo e soddisfacente alla vita quotidiana. Proprio perché costituisce la tonalità complessiva del nostro esserci, la salute non può essere ridotta a un indicatore oggettivo. La soglia tra salute e malattia è sempre situata e pragmatica: solo la persona concreta, nel suo contesto e nella sua storia, può dire se sta bene o se non riesce più a sostenere le richieste della vita.
Erich Fromm, in I cosiddetti sani. La patologia della normalità, ricordava che «una mente sana può albergare solo in una società sana». Di conseguenza, il discorso sulla salute individuale non può essere separato da quello sulla salute della società nel suo insieme. E proprio qui si apre oggi un paradosso. Da un lato, la salute è elevata a nuova divinità secolare, feticcio di una vita incessantemente ottimizzata. Michel Foucault mostrò come il potere moderno non si limiti a far obbedire i corpi, ma governi la vita stessa, intervenendo su salute, natalità, longevità e rischio, secondo un approccio che definì «biopolitico».
In questa prospettiva, ciò che oggi potremmo chiamare religione della salute è l’effetto di un intreccio tra saperi medici, economia e tecniche di governo: la salute della popolazione diventa una posta politica centrale e un criterio di normalizzazione.
Dall’altro lato, viviamo nella società della prestazione, attraversata da epidemie di depressione, burnout e ansia. Alain Ehrenberg ha mostrato come la depressione sia divenuta la patologia emblematica di una società in cui la norma non è più l’obbedienza alla disciplina, bensì l’iniziativa e l’autorealizzazione individuale. Non ci si sente più colpevoli: ci si sente inadeguati e inadeguate. La sofferenza nasce non tanto dal divieto, quanto dall’imperativo di essere sempre all’altezza di un ideale di sé senza limiti, compreso quello di essere in perfetta forma. ByungChul Han ha descritto questo scenario con la felice formula di «società della stanchezza».
È importante portare alla luce questo paradosso nei vissuti aziendali, creando le condizioni per parlarne, prenderne coscienza e, quindi, agire per trasformarlo. Serve la capacità di ascoltare le voci singolari che raccontano di salute, malattia e disagio, riconoscendole come sintomi di un possibile malessere organizzativo. Nelle organizzazioni, come nelle persone, il sintomo va prima di tutto ascoltato quale portatore di una verità che non riesce ad esprimersi in altro modo.
Questo, credo, è il compito per vocazione del diversity management e, più in generale, di tutte quelle funzioni aziendali chiamate ad attivare ciò che Massimo Recalcati definisce il «codice materno» delle organizzazioni: la loro capacità di vedere chi vi lavora non solo come numero, ma nella sua irriducibile eterogeneità.