
La salute degli animali dipende dalla loro specie. Cosa si nasconde dietro al consumo di carne?
Ci sono motivazioni precise che stanno alla base dello specismo, «la convinzione», secondo la definizione Treccani, «secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti». A causa di questo, è molto difficile provare interesse o preoccupazione per il benessere delle specie reputate inferiori, spesso sfruttate e abusate. Se si guarda a come la maggior parte delle persone in Italia considera gli animali, si può vedere che quelli cosiddetti d’affezione, seppur visti come di minor valore rispetto agli umani, godono di grossi privilegi. Di norma, vivono in casa, dispongono di acqua e cibo a volontà, ricevono coccole e attenzioni. Basta però cambiare categoria animale per vedere l’opposto. L’affetto provato per cani e gatti e l’attenzione per la loro salute fisica e mentale si tramutano in indifferenza per maiali, mucche, conigli e polli. Allo stesso modo, le sfumature psicologiche e cognitive che si possono intravedere nei primi scompaiono nei secondi. A questi individui non viene riconosciuta un’identità, una personalità. Tutti sono uguali tra loro, tutti sono destinati a diventare prodotti. Eppure, anche la consapevolezza di questa distinzione non è detto che basti a una persona onnivora per cambiare il proprio stile di vita.
Il concetto che più di qualunque altro sintetizza questa incoerenza è il meat paradox, il «paradosso della carne». The Meat Paradox, Omnivore’s Akrasia, and Animal Ethics, studio del 2019 curato da Elisa Aaltola, filosofa e ricercatrice finlandese, spiega il significato di akrasia, la «debolezza di volontà» di cui par lava già Platone, ovvero la propensione ad agire contro la scelta che si reputa migliore. L’autrice parla, più nello specifico, di «acrasia onnivora» come di uno stato in cui una persona, conscia del fatto che il consumo di prodotti di origine animale sia «moralmente indifendibile», continua, tuttavia, a cibarsene. Questo può verificarsi perché il piacere edonistico derivante dal mangiare carne unito alla consuetudine, quindi all’abitudine a certe ricette e rituali, contribuisce a ridurre la consapevolezza del paradosso. A questi due fattori si può intersecare anche la dissonanza cognitiva, ovvero, il disconoscimento che la carne derivi da esseri viventi, come se il prodotto e l’animale diventassero due elementi slegati tra loro. Tale dissociazione, come suggerisce Aaltola, è alimentata dal marketing, che tende a evitare ogni riferimento agli animali vivi e a mostrare i corpi già porzionati, pronti per il consumo, come avviene per la maggior parte dei cibi.
Ne consegue che presentare un animale come pietanza o come ingrediente abbassa drasticamente lo scrupolo di essere coerenti con i propri valori morali perché viene meno addirittura il concetto di animale. Descrive bene questo fenomeno anche Carol J.Adams in Carne da macello: La politica sessuale della carne, perché indica l’animale come «referente assente».
Come chiarisce Lorenza Bianchi, Responsabile LAV Area Animali negli Allevamenti e Chair EfA (Eurogroup for Animals) Farm Animal Working Group, «riscontriamo una differenza tra la sensibilità generale provata per gli animali che conosciamo più da vicino, come il cane o il gatto, e gli animali lontani dai nostri occhi, da cui è più facile prendere le distanze. Si tratta di un rifiuto della realtà che permette alle persone di non cambiare le proprie abitudini e di non mettersi in discussione. Inoltre, la narrazione legata agli animali allevati che utilizza nomi collettivi come bestiame e pollame, che spersonalizzano totalmente gli animali, ostacola la loro percezione come individui quali sono».
Esseri senzienti, quindi, a cui vengono negate l’identità e i diritti più basilari. Lo specismo è spesso giustificato dal fatto che il consumo di carne, pesce e derivati è considerato da millenni un elemento iscritto nella biologia umana. Occorre notare, però, che negli anni la volontà di cibarsi di questi alimenti ha dato vita a business di enorme portata, una volta quasi inesistenti. Se fino al secondo dopoguerra, infatti, l’alimentazione media italiana prevedeva in larga parte cereali, verdure e legumi, è dagli anni ‘60 che il crescente benessere economico ha permesso a sempre più persone di acquistare carne e pesce, una volta considerato il cibo delle classi più agiate. Con l’aumento della domanda, la produzione ha dovuto adeguarsi e, anche grazie ai cospicui incentivi statali ed europei, la zootecnia è esplosa e i grossi allevamenti intensivi hanno soppiantato i piccoli allevatori. Quel minimo standard di benessere, se si può considerare tale, che poteva essere garantito a un animale in fattoria è divenuto quasi un miraggio per i tanti animali costretti negli allevamenti moderni, nonostante le normative vigenti.
I finanziamenti che privilegiano tuttora i grossi gruppi dell’agroalimentare hanno favorito la realizzazione di strutture sovraffollate, luoghi che difficilmente permettono la corretta deambulazione degli animali e che possono diventare focolai di gravi malattie infettive. Recenti fatti di cronaca riportano, infatti, epidemie di peste suina la cui eradicazione consiste perlopiù in abbattimenti di massa.
Il tema del benessere animale, fortunatamente, sta diventando sempre più centrale nel dibattito pubblico e vari studi dimostrano come consumatrici e consumatori di prodotti di origine animale siano influenzati anche da questo fattore nel momento dell’acquisto. L’indagine Farm Animal Welfare: Consumers’ Perception Toward Different Breeds of Animals in Italy, a cura dell’Università degli Studi di Milano e pubblicata nel 2025, ha indagato la percezione del benessere degli animali da reddito. Si suggerisce che questa varia in base a caratteristiche socio-culturali e caratteriali delle persone, in particolare, chi è più empatico tende a valutare il benessere animale in modo più positivo, soprattutto per bovini e suini, spesso associati simbolicamente a sistemi meno intensivi, grazie all’immaginario di pascoli all’aperto. Al contrario, galline, pecore e capre ricevono valutazioni leggermente inferiori, probabilmente per minore empatia o per una percezione meno chiara dei loro sistemi di allevamento. Alla luce di queste considerazioni, lo studio conclude che a prevalere rimane la visione del mondo utilitaristica che si rifà al cosiddetto disimpegno morale, in base al quale gli individui giustificano l’uso degli animali per assecondare i propri bisogni.
Il rispetto dell’animale sembra dipendere pertanto dall’empatia e dalla percezione di quella specie animale, influenzata da esperienze personali, dalla cultura assorbita e dai media. Ciò che potrebbe favorire il riconoscimento di un animale in quanto essere senziente, continua Bianchi, è «conoscere la realtà di come funziona l’industria zootecnica e approcciarsi agli animali in contesti in cui sono davvero liberi di esprimersi, come santuari e rifugi. Questo permetterebbe di riconoscere in loro emozioni come le nostre».