Salutecura

L'illusione di vivere in un eterno presente

Alba Bonetti, autrice del libro Un Cerchio di Ciliegie, racconta la sua esperienza come coach e caregiver per le persone anziane
A cura di Sabrina Tracuzzi
10 Giu 2026

Nella sua esperienza da caregiver, cosa significa invecchiare in una società che si basa sulla performance?
In Italia ci sono 2 milioni di persone affette da demenza,1 le famiglie sono sguarnite e sgomente, impreparate a gestire la cosa: si tratta di imparare nuovi comportamenti, nuove modalità di relazione perché, per quanto danneggiata sul piano cognitivo, la persona affetta da demenza mantiene la capacità di leggere gli aspetti non verbali della comunicazione. Tante volte ho assistito a tentativi di figlə intenzionatə a tenere in esercizio la memoria dei genitori («Non è possibile che non ti ricordi cos’hai mangiato a pranzo!») con l’unico esito di figlə via via più spazientitə e genitori mortificati. L’intenzione è lodevole, ma la battaglia è persa in partenza: non sono le persone malate a dover mantenere le loro performance cognitive, sono le e i caregiver che devono trovare un modo di comunicare adatto alle caratteristiche delle persone che accudiscono.

In che modo il consumismo ci ha condotti alla negazione del futuro e della morte?
Fino agli anni ’50 del secolo scorso, la morte era un evento pubblico e il sesso un tema totalmente privato, coperto dal più rigoroso tabù. Nei decenni successivi, abbiamo assistito a un completo rovesciamento: quello che era privato è ormai ampiamente pubblico, mentre tutto quanto riguarda la morte e il lutto è un tema rigorosamente celato e coperto da tabù: non è socialmente accettato che si parli del dolore riguardo a una perdita, a bambine e bambini non si fanno vedere i morti né li si porta ai funerali, è sparita la pratica di portare il lutto e così via. A questo processo di negazione e rimozione ha sicuramente contribuito lo sviluppo della medicina, ma a mio avviso è stato determinante l’affermarsi del paradigma consumistico basato sull’induzione continua di fabbisogni. Ricordarsi che la nostra vita ha una fine, naturale quanto il suo inizio, sollecita la domanda che il consumismo teme di più «Ma ne ho davvero bisogno?» e sgretola l’illusione di vivere in un eterno presente da saturare con sempre nuovi prodotti e servizi.

Perché riusciamo a prenderci cura di bambine e bambini e non delle persone anziane?
I pochi bambini e bambine che nascono sono protettə e curatə già prima della loro nascita: dalle ecografie mensili ai corsi pre-parto. Quando sono natə, in genere i genitori ne curano la crescita consultando una/un pediatra e ricorrendo ad altre figure specialiste, se necessario. Con i nonni e le nonne, però, non è usuale prestare la stessa attenzione. Se è normale portare figlie e figli dal pediatra, non lo è altrettanto portare i propri genitori dal geriatra. Implica l’accettazione che i genitori stanno entrando nella fase della vita che prelude alla fine. La messa al bando della morte fa sì che rimuoviamo o minimizziamo tutti i segnali di fragilità delle persone a noi care che dovrebbero indurci a proteggerle di più. Inoltre, occuparsi di figlie e figli è occuparsi del loro e nostro futuro, occuparsi della vecchiaia dei genitori è vedere anticipata nella loro vecchiaia la nostra.

L’Italia è uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita: circa 81 anni per gli uomini e 85 per le donne. In che modo dobbiamo implementare il nostro approccio alla cura e alla prevenzione per far fronte a questo fenomeno?
Pensando alla vecchiaia come a un’età diversa, mentre la tendenza è di immaginarla come un eterno prolungamento del presente. Sono note le indicazioni mediche per il buon invecchiamento, non altrettanta attenzione si presta alla dimensione esistenziale della vecchiaia che è l’età in cui si ha molto tempo per pensare a come si è vissuto, ricavandone soddisfazione, rimorsi, rimpianti… Pensare per tempo alla propria vecchiaia è un modo per prepararla anche sul piano esistenziale: che bilancio vorrò fare della mia vita? Quali criteri e priorità devono ispirare le mie scelte oggi per far sì che allora io mi possa dire soddisfatta? Riflettere su quale vecchiaia vogliamo vivere è un faro che guida tutta la nostra vita da persone adulte.

Nel suo libro si parla di «indicibili» ambivalenze della cura: quali sono? E perché fingiamo di non vederle?
Curare è un’azione incredibilmente complessa, sia al livello professionale che familiare. Innanzitutto, curare è diverso da guarire: significa accompagnare una condizione cronica destinata all’involuzione. Chi cura non può aspettarsi la gratificazione di assistere alla guarigione della persona assistita. Non si nasce caregiver, lo si diventa quando i genitori cominciano a perdere le loro autonomie, ma la relazione con loro non nasce in quel momento, è una relazione che ha almeno cinque decenni di storia familiare. Una storia che può essere segnata da conflitti, legami sani, legami tossici, prese di distanza, generosità, ripicche, gelosie, rancori… tutto quello che è successo in qualche modo si riverbera nelle modalità in cui viene vissuta la relazione di cura, da entrambe le parti.

  1. Dati dell’Istituto Superiore di Sanità. ↩︎

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