Salutesociale

Crisi umanitarie: testimoniare è un atto di responsabilità, perché ignorare non è più un'opzione

Claudia Parzani, Special Friend di UNHCR, racconta la sua missione in Uganda con l’Agenzia ONU per i Rifugiati, nata dal desiderio di andare oltre i numeri e capire concretamente le difficoltà che oggi affrontano le persone rifugiate. «Queste storie cambiano il peso che attribuisci ai problemi per rimettere a fuoco ciò che conta davvero: dignità, accesso, futuro»
A cura di Valeria Pantani
08 Giu 2026

Chi sono e di cosa si occupano gli e le Special Friends di UNHCR?
Sono persone provenienti dal mondo economico, culturale e accademico che scelgono di mettere il proprio tempo, la propria voce e la propria credibilità al servizio delle persone rifugiate, collaborando con l’Agenzia ONU per i Rifugiati che da 75 anni ha il mandato di proteggere le persone costrette a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni, garantendo il diritto d’asilo, assistenza umanitaria immediata e soluzioni durature. Ci percepiamo come alleati e alleate consapevoli che approfondiscono il lavoro di UNHCR, incontrano le persone nei contesti di crisi e contribuiscono a diffondere una narrazione informata basata sui fatti e sul diritto internazionale, con l’obiettivo di promuovere il coinvolgimento responsabile del settore privato in Italia. Questo è un ruolo particolarmente importante in una fase storica in cui il numero di persone in fuga è di quasi 120 milioni a livello globale e il divario tra bisogni umanitari e risorse disponibili continua ad ampliarsi.

Ci racconta della sua missione in Uganda?
La missione in Uganda con UNHCR nel novembre 2025 (la mia seconda con l’Agenzia ONU per i Rifugiati) è nata dal desiderio di andare oltre i dati, i report e i numeri e di capire in concreto cosa significhi essere persone rifugiate oggi. In Africa l’Uganda è il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati e rifugiate, quasi due milioni, grazie a una politica di accoglienza tra le più progressiste a livello globale. Visitare insediamenti come quello di Nakivale, con 270.000 persone prevalentemente fuggite dalla vicina Repubblica Democratica del Congo mi ha consentito di entrare in contatto con una realtà fatta di straordinaria dignità, resilienza e speranza, ma anche di vulnerabilità strutturali. È stata una missione intensa: abbiamo ascoltato le storie di fughe necessarie da guerre e persecuzioni, sopravvivendo a difficoltà indicibili, senza mai perdere la speranza in un futuro migliore. Le emozioni sono state forti: senso di urgenza, commozione, ammirazione, ma anche una profonda consapevolezza dei limiti dell’intervento umanitario se non sostenuto da impegni politici e finanziari stabili. Questa esperienza ha rafforzato in me una convinzione profonda: la vicinanza cambia lo sguardo. E uno sguardo più consapevole ha il potere di generare scelte migliori, anche nel mondo economico e finanziario.

Ci sono persone che ha incontrato o storie che le sono state raccontate che hanno cambiato il suo modo di vivere, pensare e dar peso alle cose o alle situazioni una volta tornata in Italia?
Tra le tante persone incontrate, ce n’è una che mi ha colpita in modo particolare. Una donna proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo con alle spalle una storia durissima: vedova, con un figlio con disabilità, che vive oggi con i suoi bambini in una tenda condivisa con un’altra madre. Dieci persone in tutto, pochissimi oggetti essenziali. In quello spazio minimo ho percepito una forma di resistenza quotidiana che cambia radicalmente il modo in cui misuri tutto il resto. In Uganda le donne sole con figli e figlie sono la maggioranza; alcune riescono a reinventarsi: producono sapone, vendono poche verdure, improvvisano piccole attività partendo da nulla. Altre, forse ancora più straordinarie, trasformano la propria esperienza in una risorsa per gli altri: insegnano a cucire, a coltivare, a fare di conto. E poi ci sono quelle più fragili, più segnate. Ma anche tra loro, sorprendentemente, emerge una capacità di sorridere, di dire grazie a un Paese che, pur con limiti evidenti, rappresenta una possibilità fondamentale: essere fuori dalla guerra. Queste storie spostano il baricentro, cambiano il peso che attribuisci ai problemi, alle urgenze, alle priorità. Non per minimizzarli, ma per rimettere a fuoco ciò che conta davvero: dignità, accesso, futuro. In questo senso, il lavoro di UNHCR Italia è decisivo: attraverso borse di studio, programmi come DAFI e i corridoi lavorativi, vengono messi a disposizione strumenti concreti per trasformare l’accoglienza da risposta emergenziale a opportunità reale. Perché senza accesso all’istruzione e al lavoro l’accoglienza resta sospesa; con questi strumenti, invece, diventa possibilità di scelta, autonomia, ricostruzione. Quello che mi è rimasto più nel cuore e nella mente è questo: non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo, né come individui né come comunità. Guardare significa assumersi una responsabilità. E, a questo punto, ignorare non è più un’opzione.

Parliamo di salute, fisica ma anche psico-emotiva: qual è la condizione nei campi in Uganda?
Dal punto di vista sanitario, i rifugiati e le rifugiate che ho incontrato vivono una condizione di fragile equilibrio. L’Uganda integra loro nel sistema sanitario nazionale, ma l’enorme pressione demografica e i tagli ai finanziamenti internazionali rendono l’accesso alle cure sempre più difficile. I campi si trovano in posizioni isolate, lontane dai principali centri abitati; le strutture sanitarie sono capaci di far fronte solo ai bisogni più semplici, mentre ogni urgenza si trasforma facilmente in una tragedia a causa dell’assenza di attrezzature, personale specializzato e della distanza da strutture adeguate. Le principali emergenze riguardano: malnutrizione infantile e materna, aggravata dalla riduzione delle razioni alimentari; malattie infettive come malaria e infezioni respiratorie; accesso insufficiente ai servizi di salute mentale e supporto psicosociale, nonostante traumi profondi legati a guerra, violenze e fuga forzata.

L’afflusso di rifugiati e rifugiate aggrava l’insicurezza alimentare e rallenta lo sviluppo di Paesi come l’Uganda? E che ruolo hanno avuto i tagli agli aiuti, il Covid e oggi le guerre in Asia occidentale?
L’Uganda ospita uno dei più alti numeri di persone rifugiate al mondo in rapporto alle proprie risorse, ma è importante sottolineare che non sono loro la causa primaria dell’insicurezza alimentare o del sottosviluppo. Le vere determinanti sono una combinazione di fattori strutturali e globali: cambiamento climatico, povertà cronica, instabilità regionale, shock economici e, oggi più che mai, crisi geopolitiche che si riflettono direttamente sulle catene di approvvigionamento globali. Negli ultimi anni, tre elementi hanno inciso in modo particolarmente destabilizzante. In primis, i tagli agli aiuti umanitari decisi dagli Stati Uniti e da altri donatori storici, che hanno costretto anche l’UNHCR a ridurre drasticamente i propri servizi per rifugiati e rifugiate e il sostegno al Governo ugandese nel far fronte ai bisogni della popolazione che ha generosamente accolto. In Uganda questo ha portato a un aumento rapido di fame, malnutrizione infantile e abbandono scolastico, colpendo sia rifugiati sia comunità ospitanti. Continuano a sentirsi anche gli effetti di lungo periodo della pandemia da Covid‐19, che ha eroso redditi, accesso al cibo e servizi di base, soprattutto per chi vive di economia informale, includendo gran parte delle persone rifugiate urbane. Infine, va detto che l’attuale escalation militare in Asia occidentale, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha ulteriormente aggravato le condizioni di Paesi come l’Uganda. L’interruzione o il rallentamento delle rotte che attraversano Hormuz ha effetti immediati su disponibilità e costo dei fertilizzanti, sui flussi di derrate alimentari di base e sui costi di trasporto per carburante e aiuti umanitari. Questa catena di effetti della guerra mediorientale sta contribuendo a un aggravamento dell’insicurezza alimentare per oltre 45 milioni di persone a livello globale, con un impatto particolarmente grave nei Paesi importatori netti di cibo, come l’Uganda e gran parte dell’Africa orientale. In contesti già fragili, anche piccoli aumenti di prezzo o ritardi logistici possono significare razioni dimezzate o interventi sospesi. In altre parole, le crisi sono ormai interconnesse: ciò che accade nello Stretto di Hormuz si riflette direttamente nei campi per rifugiati e rifugiate come quello di Nakivale.

Il racconto mediatico delle crisi in Uganda e in Africa è sufficiente? Come possiamo contribuire da qui, in questo contesto globale così instabile?
No, il racconto mediatico resta largamente insufficiente. Le crisi africane, in particolare quelle protratte, continuano a ricevere una copertura discontinua e spesso marginale rispetto alla loro gravità reale. Studi recenti dimostrano che l’attenzione dei media internazionali è ancora fortemente legata alla rilevanza geopolitica percepita, più che all’entità dei bisogni umanitari. L’attuale guerra in Asia occidentale ne è un esempio emblematico: l’attenzione si concentra, comprensibilmente, sul fronte militare, ma restano quasi invisibili le conseguenze indirette, come il peggioramento dell’insicurezza alimentare in Paesi lontani dal conflitto, l’aumento dei costi logistici che riduce la capacità di risposta umanitaria, il dirottamento di risorse finanziarie e politiche lontano da crisi “silenziose”, come quelle dell’Africa subsahariana. Raccontare meglio significa andare oltre i fatti isolati: significa rendere visibili le connessioni, riconoscere che le crisi non sono compartimenti stagni e che la sofferenza umana non segue le agende mediatiche. Significa dare contesto, profondità, responsabilità al racconto. Per questo ha un valore particolare che chi ha visto, che ha toccato con mano, scelga di testimoniare. Perché la testimonianza non è solo memoria: è un atto di responsabilità verso ciò che sappiamo e verso le scelte che siamo chiamati a fare.

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