
Quella fatica invisibile
Parlare di salute nei luoghi di lavoro non è semplice. Allo stesso modo, non è facile gestire le scadenze, le trasferte, le responsabilità familiari quando tutto si sovrappone: figlie e figli, genitori, la propria salute. Succede quando la compagna o il compagno hanno la necessità di fermarsi, quando i genitori non sono più autosufficienti e le figlie o i figli devono essere accompagnati in palestra, hanno bisogno di andare dal dentista, o di rientrare da una serata con amiche e amici.
Il risultato è una sensazione diffusa di pressione: da un lato gli impegni, la famiglia, i genitori anziani e, dall’altro, il lavoro che prosegue, le chiamate, le riunioni, le call, le mail, colleghe e colleghi. È proprio questa condizione a dare origine all’espressione "generazione sandwich": la mia generazione, quella che sta in mezzo, quella che è chiamata a dare sicurezze e certezze e che invece, troppo spesso, annaspa, ma rigorosamente in silenzio. Da questo annaspare in silenzio deriva, spesso, un malessere difficile da spiegare, complesso da condividere, anche con chi ci vive a fianco. Una competenza che non avevamo sviluppato e che ora diventa una priorità: una nuova improvvisa organizzazione della nostra vita che non trova risposte solo nell’organizzazione del lavoro, ma che richiede molto di più; un nuovo tema legato a welfare e salute che diventa oggi una priorità in una società che invecchia.
Questa condizione genera ansia e una sensazione di costante corsa contro il tempo: tra traffico, imprevisti sempre dietro l’angolo e incastri sempre più complessi, ogni giornata diventa una sfida. Se prima l’obiettivo era ritagliarsi del tempo per sé, ora, all’improvviso, l tempo diventa il nostro peggior nemico. Anche una pausa può diventare frustrante perché accompagnata dalla consapevolezza di qualcosa di urgente da fare che potremmo aver dimenticato. E tutto questo avviene nel silenzio, di nascosto. Di fronte a questa pressione, la reazione più comune è non chiedere aiuto. Ci si chiude in sé stessi, si evita di condividere una fatica che vogliamo resti solo nostra. Tuttavia, proprio questa mancanza di condivisione contribuisce all’assenza di supporto e aiuto nei luoghi di lavoro. E non è certo una questione esclusivamente di smartworking: ridurre il tema a una modalità operativa significa ignorare un bisogno più profondo di cura, strumenti e sostegno.
Non trovando risposte, non condividendo le nostre preoccupazioni e i nostri impegni scegliamo di nasconderli, poiché non vogliamo che impattino sulle nostre relazioni professionali e sul nostro lavoro quotidiano. Viviamo nel dubbio che la collega più giovane non capisca, come del resto non capiscono i nostri figli, che la nostra superiore lo veda come un segnale di debolezza, che la nostra carriera possa esserne impattata, che i nostri risultati stessi possano venir meno. Su temi così intimi e personali, l’assenza di un dialogo e la mancanza di confronto possono anche generare tensioni e incomprensioni.
Tendiamo a dimenticare che le aziende sono fatte di persone, ognuna con una storia personale e un vissuto complesso che va oltre le mura dell’ufficio. In questo contesto, la condivisione non è solo uno sfogo, ma una via per superare il senso di isolamento: scoprire di vivere dinamiche e preoccupazioni analoghe permette di trasformare il peso individuale in una consapevolezza collettiva, da cui possono scaturire rassicurazioni e soluzioni comuni.
È quindi significativo leggere in questo numero così tante esperienze e progetti legati alle persone caregiver, alla salute mentale, al benessere, alla disabilità: una risposta concreta. A questo punto, però, è necessario anche uno sforzo individuale: uscire dall’invisibilità, aprire un dialogo e varcare confini sino ad ora inesplorati, per noi e soprattutto per le altre persone.