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Tra corpo e tabù: perché la salute femminile è ancora difficile da raccontare

Quello di Caterina Tenisci è un lavoro che unisce pratica clinica e divulgazione per rimettere al centro la salute femminile, contrastando stereotipi e disinformazione. L’ostetrica, che lavora a Modena, Milano, Bologna e online, affianca all’attività in studio un’intensa presenza sui social media, dove coinvolge donne e uomini in un percorso di consapevolezza su corpo e salute. Un impegno che si estende anche alle comunità islamiche, con un’attenzione particolare ai contesti culturali e ai bisogni specifici
A cura di Elisa Belotti
10 Giu 2026

Negli ultimi anni si parla sempre di più di salute femminile, ma molti temi restano ancora circondati da silenzi e normalizzazioni. Quali sono, secondo la tua esperienza, i tabù più radicati e che impatto hanno sul benessere fisico e mentale delle donne?
Prima di tutto, molti dei tabù più radicati riguardano tutto ciò che ruota attorno alla sessualità, e in particolare al piacere femminile. Da anni assistiamo a una forte normalizzazione del dolore e per questo molte donne fanno fatica a prendere consapevolezza del fatto che provare dolore non sia normale. Ciò vale per il dolore durante le mestruazioni – che è probabilmente l’aspetto più normalizzato in assoluto – ma anche per il dolore nei rapporti sessuali. A questo si aggiunge il tema del piacere. Vedo queste difficoltà trasversalmente, in donne provenienti da contesti culturali e religiosi diversi. C’è ancora molta fatica a parlarne apertamente, anche all’interno della coppia. Sembra quasi che una donna che vuole provare piacere sessuale sia una poco di buono. Un altro ambito fortemente segnato da tabù è quello della fertilità. Quando una coppia cerca una gravidanza da tempo e sarebbe opportuno avviare degli approfondimenti, spesso emergono delle resistenze. Le donne tendono a colpevolizzarsi immediatamente, parlano di «colpa» e si faticano ad affrontare la situazione in modo condiviso. In realtà sarebbe fondamentale iniziare a parlare di infertilità di coppia, non solo femminile o maschile.

Una parte importante del tuo lavoro riguarda la divulgazione e il contrasto alla disinformazione. Quali sono le fake news o le credenze più diffuse sulla salute femminile che incontri più spesso, e perché è così difficile smontarle?
Sicuramente la più grande fake news riguarda il dolore mestruale. È una narrazione che noi donne subiamo da sempre: l’idea che sia normale avere dolori forti, dover fermare tutta la propria vita, restare chiuse in casa. Un altro ambito molto segnato dalla disinformazione è quello legato al concetto di verginità e all’integrità dell’imene. Prima di fare questo lavoro pensavo fosse una questione più circoscritta ad alcune culture o religioni, ma in realtà riguarda anche noi donne occidentali molto più di quanto immaginiamo. Lo vedo, per esempio, nella paura diffusa di sottoporsi a visite ginecologiche, di inserire un tampone o un dito. Sono timori che nascono da una scarsa conoscenza del proprio corpo e da un immaginario costruito su informazioni scorrette. C’è poi l’ormonofobia, il timore diffuso nei confronti degli ormoni. Spesso quando si parla di ormoni si tende a considerarli automaticamente dannosi, ma in realtà è un discorso molto più complesso: bisogna sempre contestualizzare, valutare i dosaggi, i benefici e anche cosa comporta non assumerli. Ridurre tutto a una paura generalizzata è fuorviante e rischia di allontanare le persone da percorsi di cura utili. Alla base di tutto questo c’è una difficoltà più profonda: la resistenza a conoscere il corpo femminile spesso passa proprio dalle donne, per via di un carico di vergogna che ci portiamo dietro.

Parlare di salute significa anche costruire strumenti e consapevolezza. Quali strategie – a livello educativo, sanitario e culturale – ritieni più efficaci per promuovere una maggiore alfabetizzazione sulla salute femminile e permettere alle donne di riconoscere e ascoltare il proprio corpo? E magari anche agli uomini…
Dal mio punto di vista, i social media sono uno strumento molto potente in termini di informazione e divulgazione. Possono essere utilizzati per diffondere contenuti sulla salute femminile e stanno già avendo un impatto concreto: tante donne hanno trovato il coraggio di fare delle visite o di affrontare determinati problemi proprio grazie a informazioni intercettate online. Naturalmente, però, non basta. Non tutte vengono raggiunte allo stesso modo e spesso a questi contenuti non viene ancora riconosciuta l’importanza che meritano. Io sono una grande sostenitrice dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, credo sia fondamentale. È facile dire che devono essere i genitori a occuparsene, ma cosa succede quando i genitori non hanno ricevuto a loro volta un’educazione adeguata? Per questo motivo ritengo essenziale introdurre percorsi strutturati fin dalle scuole medie, anche alla luce del fatto che l’età dei primi rapporti si è abbassata, e poi proseguire nelle scuole superiori. Accanto alla scuola, è importante promuovere incontri e percorsi informativi anche in altri contesti, possibilmente gratuiti, perché il costo rappresenta spesso una barriera che esclude molte persone. Io stessa cerco partecipo a eventi di formazione a titolo gratuito proprio per questa ragione. Poi è fondamentale il coinvolgimento degli uomini. La salute femminile non può essere considerata un tema che riguarda solo le donne: fertilità, piacere e dolore sono questioni che riguardano entrambi i generi. Finché si continua a educare solo una parte della popolazione, non si riuscirà mai a colmare davvero il divario di consapevolezza. Infine, credo che il punto di partenza sia anche la famiglia. Mi piacerebbe molto poter lavorare su percorsi di educazione sessuale rivolti ai genitori, perché spesso c’è interesse e consapevolezza dell’importanza della questione, ma mancano gli strumenti e, in molti casi, anche la serenità per affrontarla con i propri figli e le proprie figlie senza disinformazione né imbarazzo.

Tu sei musulmana e lavori anche all’interno di comunità islamiche, occupandoti di informazione e salute femminile. In che modo questo contesto specifico influisce sul tuo approccio? Quali bisogni o resistenze emergono più spesso quando si affrontano questi temi?
Entrare a far parte della comunità islamica e in particolare essere in contatto con quella araba mi ha messa di fronte a una difficoltà enorme: dover necessariamente tenere conto del contesto culturale e religioso. All’inizio è stato faticoso, perché io provenivo da un’idea secondo cui la medicina è universale e il background non dovrebbe incidere. Ma mi sono resa conto che con questa impostazione non si fanno passi avanti, anzi si rischia di generare resistenze. Prendere in considerazione i contesti, invece, funziona. Ovviamente questo non significa pensare di poter cambiare in un singolo incontro convinzioni radicate da generazioni. I bisogni e le resistenze che incontro, spesso, coincidono. Nelle moschee vedo spesso una partecipazione molto alta agli incontri che propongo da parte delle donne, che hanno il bisogno di veder legittimare ciò che già, in parte, sanno: che è normale e giusto provare piacere nei rapporti sessuali, che l’identità femminile non può essere ridotta all’integrità di un lembo di pelle, che non è giusto soffrire. C’è bisogno di sentirlo dire da una professionista, e ancora di più da una professionista musulmana. Allo stesso tempo, quando si acquisiscono strumenti di consapevolezza, emerge spesso anche il timore del giudizio nel metterli in atto. In molte comunità islamiche e arabe il giudizio sociale è molto forte e può portare anche all’isolamento. C’è inoltre un grande rispetto per le parole dei genitori, che vengono vissute quasi come una legge, e questo influisce molto su fenomeni come il dolore nei rapporti sessuali. Nella mia esperienza vedo molte donne con vaginismo che arrivano dopo anni di matrimonio senza rapporti sessuali, in contesti in cui il dolore è stato normalizzato anche dalle figure familiari, come le suocere. Spesso scelgono di affrontare il problema con il marito, ma non con la parte femminile della famiglia, proprio per il peso del giudizio. In questo lavoro non basta dire ciò che sostiene la medicina, ma è necessario integrare anche ciò che viene riconosciuto all’interno dell’Islam, perché ciò rende le informazioni più credibili e più accettabili. Quando a dirlo è una professionista musulmana, il messaggio viene recepito in modo diverso. Questo aspetto è ancora più importante se si considera che, in alcuni casi, esiste anche una sfiducia verso professioniste e professionisti non musulmani, spesso legata a esperienze negative causate dai pregiudizi verso le persone musulmane diffusi anche in contesto medico-sanitario.

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