Salutesociale

Fine vita e diritti: le battaglie dell'Associazione Luca Coscioni

Da oltre 20 anni l’organizzazione si batte per le libertà civili e l’autodeterminazione con campagne di sensibilizzazione, proposte di legge d’iniziativa popolare e azioni di disobbedienza civile. Cappato: «Ci mettiamo al servizio delle persone»
A cura di Antonella Patete
10 Giu 2026

Diritti umani, abbattimento delle barriere architettoniche, accesso ai cannabinoidi medici, procreazione medicalmente assistita e, naturalmente, eutanasia e fine vita. Da oltre 20 anni l’Associazione Luca Coscioni, fondata dal leader radicale malato di SLA da cui prende il nome, si batte per le libertà civili e l’autodeterminazione con campagne di sensibilizzazione, proposte di legge d’iniziativa popolare e azioni di disobbedienza civile.

«L’ideologia consiste nel volere imporre un modello di vita e di società, costringendo le persone ad adattarsi, se necessario con la forza», spiega a DiverCity il tesoriere Marco Cappato, oggi il volto più noto dell’organizzazione. «L’Associazione Luca Coscioni segue un metodo opposto: parte dalle esigenze di vita, di salute, di benessere che le persone liberamente esprimono, per poi individuare gli ostacoli che ne impediscono la soddisfazione. A quel punto ci mettiamo al loro servizio per aiutare a rimuoverli, quando si può fare senza danneggiare altre persone. L’aiuto consiste non nell’imporre loro determinate azioni, o nel pretendere di rappresentarle politicamente, ma nel mettere a loro disposizione gli strumenti – informativi, giuridici, politici di iniziativa popolare – per fare valere i propri diritti e libertà fondamentali».

È difficile tuttavia parlare dell’Associazione Luca Coscioni senza pensare immediatamente all’eutanasia e al suicidio assistito, temi al centro di una proposta di legge presentata lo scorso luglio dalla maggioranza e attualmente ferma in Parlamento. «In tema di fine vita, dal caso Piergiorgio Welby sino a oggi, siamo riusciti a ottenere la legalizzazione dell’aiuto alla morte volontaria in Italia a determinate condizioni anche grazie alla disobbedienza civile per l’accompagnamento di DJ Fabo in Svizzera», spiega Cappato. «Abbiamo poi contribuito a fare approvare la legge sul testamento biologico e le leggi regionali sul suicidio assistito in Toscana e Sardegna».

Partendo dalla vicenda di Fabiano Antoniani (conosciuto come DJ Fabo), accompagnato in Svizzera per accedere al suicidio assistito dallo stesso Cappato, poi autodenunciatosi, la Corte Costituzionale ha stabilito le condizioni di non punibilità per chi agevola il proposito di porre fine alla propria vita con la sentenza 242 del 2019. Questa pronuncia, nota anche come Sentenza Cappato per aver assolto l’attivista nel caso di DJ Fabo, ha stabilito che l’aiuto al suicidio non risulta punibile in presenza di persone pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale, sofferenti di una patologia irreversibile e fonte di intollerabili sofferenze.

Secondo l’Associazione Luca Coscioni, però, la proposta di legge attualmente in discussione rappresenta un passo indietro rispetto a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale e ne cambia, di fatto, i parametri. Il testo richiama il principio del valore della vita come «diritto inviolabile e indisponibile» ed esclude chi dipende dall’assistenza di terzi come familiari e caregiver, ammettendo solo le persone «dipendenti da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». A questo si aggiunge l’obbligo di essere inseriti in un percorso di cure palliative come condizione di accesso, il coinvolgimento preventivo dell’autorità giudiziaria e la creazione di un Comitato etico nazionale di nomina governativa che centralizzi le risposte di aiuto alla morte volontaria. Non solo: tra i punti più contestati c’è anche il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale che, stando al testo, non potrebbe erogare questa prestazione.

La discussione sul fine vita si è riaperta a inizio aprile, con l’annuncio di un nuovo caso di aiuto alla morte volontaria erogato dal Servizio Sanitario Nazionale a una persona residente in Lombardia. In questa occasione è partita una nuova mobilitazione nazionale per chiedere «il ritiro definitivo di un testo che indebolisce diritti già riconosciuti». Così commentano dall’Associazione: «Se il testo del Governo fosse già stato in vigore, ad esempio, la persona che ha ottenuto l’aiuto alla morte volontaria in Lombardia si sarebbe vista opporre un rifiuto, così come le altre quattordici persone che sono finora state aiutate a morire».

Quanto la questione del fine vita sia sentita tra la popolazione italiana lo dimostrano le tante domande giunte al numero bianco 0699313409. In un anno l’associazione ha ricevuto 16mila richieste di informazione sul fine vita con una media di 44 al giorno, di cui cinque solo su eutanasia e suicidio assistito. Tra gli altri fronti di impegno, la fecondazione assistita su cui, sottolinea il tesoriere, «siamo riusciti ad abolire alcuni dei divieti discriminatori della legge 40, come quelli sull’analisi genetica e l’impianto di più di tre embrioni». Importanti anche gli avanzamenti ottenuti sui diritti delle persone malate e con disabilità, altro cavallo di battaglia degli attivisti e delle attiviste: «Tramite azioni giudiziarie abbiamo ottenuto – e continuiamo a ottenere – importanti successi contro ogni discriminazione e per l’abbattimento delle barriere architettoniche», conclude Cappato. «Abbiamo ottenuto, tra l’altro, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale, la possibilità di sottoscrivere la presentazione di liste elettorali anche con la firma digitale, perché non consentirlo era discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità grave».

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