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Tre sfide per un mondo più accessibile

Fondazione Cariplo è al lavoro su tre sfide che propongono un grosso impatto sociale e culturale anche attraverso una componente tecnologica importante: Destinazione Autonomia, sulla disabilità coordinata da Claudia Di Ioia, ZeroNeet, sul fronte occupazionale coordinata da Benedetta Angiari, e Anita – L’infanzia prima, sulla fascia 0-6 coordinata da Laura Anzideo. Lo spiegano le responsabili dei tre progetti
A cura di Elisa Belotti
01 Apr 2026

Che strategie adotta Destinazione Autonomia con il suo Progetto di Vita?
CDI: Il Progetto di Vita rappresenta un cambio di paradigma: non più la persona adattata ai servizi esistenti, ma i servizi organizzati attorno alla persona. Per molti anni il sistema ha funzionato secondo una logica prestazionale. È stato un modello necessario, che ha garantito tutele importanti. Ma ha anche prodotto frammentazione: interventi separati, competenze divise, percorsi che non dialogano tra loro. Sociale e sanitario in parallelo, scuola e lavoro disconnessi, abitare e inclusione trattati come ambiti distinti. Il risultato è che spesso le persone e le famiglie sono costrette a fare da cerniera tra servizi che non comunicano. Destinazione Autonomia interviene su questa criticità con alcune strategie precise. La prima è l’integrazione istituzionale. Il bando voluto da Fondazione Cariplo e condiviso con Regione Lombardia, la cui pubblicazione è prevista nei prossimi mesi, chiederà ai territori di lavorare in rete, attivando una corresponsabilità tra enti pubblici, Terzo Settore e associazioni di persone con disabilità. Non si tratta solo di costruire partenariati formali, ma di condividere obiettivi, strumenti e responsabilità. Il Progetto di Vita diventa il perno attorno al quale si coordinano le risorse, evitando duplicazioni e discontinuità. La seconda strategia è la personalizzazione effettiva. Ogni progetto deve partire dall’ascolto della persona e dalla definizione di obiettivi concreti: abitare, lavorare, partecipare alla vita culturale e sociale. Questo implica flessibilità, capacità di adattamento e una valutazione centrata sugli esiti di vita, non solo sulle attività realizzate. La terza che è sempre stato il punto di riferimento della nostra Fondazione è l’investimento su modelli replicabili. Non si finanziano singoli interventi isolati, ma si sostiene la costruzione di pratiche che possano diventare patrimonio dei territori. L’obiettivo non è moltiplicare progetti, ma rafforzare sistemi locali capaci di garantire continuità e coerenza. Infine, vi è una scelta culturale: riconoscere la persona con disabilità come soggetto attivo, titolare di diritti, non destinatario passivo di interventi. Le associazioni e le organizzazioni rappresentative sono chiamate a partecipare non solo nella fase attuativa, ma nella definizione delle priorità e dei modelli. Superare la frammentazione non è un esercizio tecnico. È un processo di responsabilità condivisa.

Quali sono le condizioni perché questa trasformazione diventi strutturale?
CDI: La prima condizione è che il Progetto di Vita diventi riferimento ordinario nella programmazione territoriale. Se resta confinato in una dimensione sperimentale, non inciderà sulla struttura del sistema. La seconda condizione riguarda la formazione e la cultura degli operatori. Non vi è riforma che possa affermarsi senza una consapevolezza diffusa del suo significato. Quanto alle tecnologie, esse rappresentano una grande opportunità di innovazione, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di orientarle secondo un principio etico. L’AI, in particolare, può diventare una condizione abilitante solo se utilizzata per potenziare le relazioni umane, migliorare la lettura dei bisogni e sostenere l’autonomia delle persone, senza mai ridurle a un insieme di dati né sostituire il giudizio professionale e la partecipazione attiva. Quando innovazione tecnologica e responsabilità procedono insieme, e l’AI si qualifica quale uno strumento al servizio delle decisioni e dell’inclusione, essa può contribuire a consolidare un cambiamento duraturo e generativo, può diventare alleata di un progetto di inclusione.

Passando a ZeroNeet cosa caratterizza questa sfida?
BA: L’intervento, avviato nel 2025 e attivo in Lombardia e nelle province di Verbano-Cusio-Ossola e Novara, propone un approccio integrato che combina tre dimensioni: prevenzione della dispersione scolastica, contrasto alla condizione di Neet e produzione di conoscenza per interventi di precisione. Sul versante della prevenzione, ZeroNeet opera nelle scuole secondarie di I e II grado. Nelle scuole medie, attraverso il Tutoring Online Program, sostiene studentesse e studenti con difficoltà di apprendimento in matematica, italiano e inglese grazie al supporto di tutor universitari volontari . È in fase di sperimentazione anche l’introduzione di un tutor di intelligenza artificiale, pensato per affiancare tutor e tutee e rendere le sessioni di tutoraggio più efficaci. Il programma supporta anche il corpo docente nella formulazione del consiglio orientativo, aiutando a ridurre eventuali bias e favorendo transizioni più corrette e consapevoli. Nelle scuole secondarie di II grado operiamo con il programma Azionamenti. Laboratorio di possibilità che propone percorsi esperienziali per rafforzare la coesione della classe, sostenerne la crescita personale e relazionale di studenti e studentesse attraverso lo sviluppo di competenze trasversali e maggior consapevolezza di sé. Un percorso specifico è poi riservato alle e ai docenti allo scopo di costruire relazioni positive e di fiducia. Necessario è poi intervenire a supporto di chi è già in condizione di Neet. Su questo fronte siamo attivi con Giovani e Lavoro per ZeroNeet, un programma che offre formazione gratuita online professionalizzante in settori che esprimono fabbisogno di forza lavoro garantendo un primo colloquio e opportunità concerete di inserimento lavorativo, e con il Bando ZeroNeet – Reti di opportunità, grazie al quale, a partire dalla primavera, saranno realizzate numerose progettazioni sul territorio della Lombardia. Infine ZeroNeet si fonda su alleanze solide tra attori pubblici, privati e del terzo settore. A partire dalla collaborazione con Regione Lombardia e Intesa Sanpaolo, promuove lo sviluppo di interventi collaborativi, in sinergia con le istituzioni e con le politiche già attive sul territorio, nella convinzione che solo un ecosistema coeso possa generare opportunità reali di crescita, inclusione e valorizzazione delle nuove generazioni.

Anita – L’infanzia Prima, invece, interviene sull’intreccio di infrastrutture materiali e immaginario culturale attorno alla genitorialità. Come?
LA: Secondo l’Indagine Genitorialità e Infanzia realizzata da Evaluation Lab – Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, oggi l’esperienza genitoriale dipende da un sistema complesso di condizioni materiali, organizzative e culturali. Per poter rispondere alle sfide presenti, Anita – L’infanzia prima, intende attivare azioni puntuali che sappiano individuare risposte concrete in un determinato contesto, tenendo conto di risorse e bisogni specifici. Oggi, denatalità per un verso e povertà per un altro, rischiano di minare la sostenibilità di servizi e proposte dedicate all’infanzia, che diventa sempre più una questione privata. Anita intende proporre un'azione che metta al centro il bambino e l’infanzia, affinché sia vista come risorsa e capita della comunità e della collettività e, in questo senso, agire anche sull’immaginario culturale. Il nome Anita non è casuale. Nel 1882 la Commissione Centrale di Beneficenza istituì il Fondo Garibaldi per promuovere la realizzazione di servizi educativi sul territorio dando vita a uno dei fondi più longevi di quella che divenne poi la Fondazione Cariplo. La scelta di richiamare quell’esperienza e di legarla alla figura di Anita Garibaldi consente di valorizzare il patrimonio identitario della Fondazione, proiettandolo verso il futuro. Oggi, oltre alla necessità di avere modelli e risorse per attivare i servizi come proponeva il Fondo Garibaldi, è necessario istituire spazi di confronto, di coprogettazione e di ricomposizione delle risorse esistenti che possano sostenere i territori in maniera puntuale. Un vero e proprio hub di competenze attraverso cui dare un sostegno ai servizi educativi, dando valore a risorse e competenze esistenti. Anita propone azioni di sostegno che siano il risultato di processi di confronto tra musei e reti bibliotecarie del territorio per innovare i sistemi culturali e renderli più accoglienti verso l’infanzia. Parte dell’intervento riguarderà invece in maniera specifica le famiglie: da un lato, è necessario sostenere reti di collaborazione territoriali per individuare i nuclei più fragili e disegnare interventi perché possano ricevere risposte che, in parte, sono presenti ma non sono a loro accessibili e, in parte, vanno create ex novo grazie ad alleanze tra terzo settore, servizi sociali ed educativi e servizi socio-sanitari, come ad esempio i consultori. Se invece prendiamo in considerazione le famiglie che non sono in una situazione di vulnerabilità, emerge l’opportunità che la stessa AI possa sostenere e orientare i genitori fin dal momento della gravidanza: per molti neo-genitori, capire quali sono i servizi, orientarsi tra essi e individuare l’offerta specifica per il loro bisogno non è immediato. Fortunatamente sono diverse le realtà, sia imprese sociali sia istituzioni pubbliche,1 che stanno sperimentando assistenti personali e portali web dinamici per rispondere a questo specifico bisogno. L’intento è mappare le esperienze più avanzate ed eventualmente sostenere un disegno capace di fare sintesi tra ciò che è già presente e ciò che invece manca. L’analisi dei nuovi strumenti digitali è connessa al cambio culturale che Anita intende sostenere: i social media rischiano di dare una rappresentazione dell’infanzia stereotipata e semplicistica e, laddove la genitorialità è percepita e vissuta come questione privata, i meccanismi propri dei social tendono a validare e rafforzare questa percezione. Diverso è invece l’utilizzo di un digitale che permette di connettere con il territorio e di proporre una dimensione comunitaria della genitorialità perché informa in modo corretto e consapevole, orienta ad un confronto tra pari e con professionistə dedicatə. La visione dell’infanzia come bene collettivo costituisce il fondamento dell’azione di Anita. Il futuro bando Anita Chiama rappresenterà uno strumento chiave per stimolare ricerca e innovazione, sollecitando territori e comunità scientifica a produrre evidenze e soluzioni che riconoscano l’attenzione all’infanzia come ambito di responsabilità condivisa.

  1. Di recente attivazione è il nuovo Portale Genitorialità di INPS ↩︎
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