
Si può pensare senza un corpo?
I nomi che diamo alle cose non sono neutri; potrebbero mascherare, anche involontariamente, la realtà. È il caso dell’intelligenza artificiale (AI)?
Per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto soffermarsi su cosa intendiamo per intelligenza. Seguendo la prospettiva fenomenologica di pensatori come Husserl e Merleau-Ponty, l’intelligenza non è una proprietà della mente intesa come entità astratta, ma è sempre e innanzitutto l’intelligenza di un corpo: il corpo non è il supporto materiale della mente, ma è ciò che consente all’essere umano di orientarsi nel mondo, di comprenderlo, abitarlo. L’intelligenza, in questo senso, è la capacità di un corpo di relazionarsi con il mondo attraverso l’intenzionalità: la proprietà fondamentale della coscienza di essere sempre diretta verso qualcosa, di stare in una relazione significativa con il mondo.
Seguendo questa prospettiva l’intelligenza non è calcolo puro, ma essere-nel-mondo. E qui emerge subito una pluralità; ci sono tante intelligenze quante sono i modi di rapportarsi al mondo: la musicista lo comprende attraverso le vibrazioni sonore, il danzatore attraverso il movimento, la scienziata attraverso l’esperimento e la teoria, il caregiver con l’empatia e il contatto. Tutte queste forme di intelligenza hanno in comune una cosa: sono forme di apertura di un corpo a un mondo.
L’AI non è dunque, propriamente parlando, intelligenza. È una capacità di calcolo, di elaborazione di dati secondo algoritmi, di identificazione di pattern, di ordinamento e classificazione di informazioni. Sono capacità straordinarie, ma appartengono a un ordine diverso rispetto a quello dell’intelligenza umana. Questo non significa che l’AI sia stupida. Significa che esprime potenzialità non paragonabili all’intelligenza umana perché non si alimentano di alcuna relazione incarnata e intenzionale col mondo.
Perché è importante marcare questa differenza? La lingua ha una valenza performativa, crea la realtà che nomina. AI evoca la duplicazione di una facoltà umana, che può dunque sostituire gli esseri umani nei lavori, nell’assunzione di decisioni, fino a renderli tutto sommato ridondanti nello spazio pubblico. L’abbinamento di “intelligenza” ad “artificiale” suggerisce che siamo in presenza di una forma di intelligenza più obiettiva, quasi superiore, non sporcata da emozioni, pregiudizi, vissuti personali, cosa peraltro non vera in quanto l’intelligenza algoritmica riflette (e talvolta amplifica) tutti i limiti cognitivi degli esseri umani.
Soprattutto, la scelta linguistica potrebbe tranquillizzare sul fatto che tutto sommato stiamo semplicemente esternalizzando i ragionamenti più complessi alla macchina. Non è così. Quando deleghiamo la nostra intelligenza – le nostre decisioni, le nostre creazioni, la nostra comprensione – a sistemi di AI, dovremmo chiederci se stiamo semplicemente esternalizzando certi compiti o se, invece, stiamo rinunciando al nostro rapporto con il mondo. Quando usiamo un GPS per navigare, non stiamo solo risparmiano tempo: stiamo rinunciando alla capacità di orientarci nello spazio, di conoscere le vie della nostra città, di costruire una relazione geografica con il luogo che attraversiamo. Quando deleghiamo la scrittura all’AI, deleghiamo il processo attraverso cui organizziamo i nostri pensieri, attraverso cui scopriamo quello che pensiamo davvero, attraverso cui entriamo in dialogo solipsistico con le idee altrui. In tutti questi casi il nostro mondo diventa più povero. E se l’intelligenza (umana) è anche intelligenza condivisa, dialogante, la delega sistematica all’AI può implicare anche rinuncia alla dimensione comunitaria che consente, attraverso l’incontro, la costruzione di un mondo comune.
Questa riflessione ovviamente non vuole suggerire che dobbiamo rinunciare alle grandi potenzialità dell’AI; piuttosto, ci invita a riflettere sullo spazio che comunque dovremmo continuare ad attribuire all’intelligenza umana nelle sue numerose sfaccettature. Il diversity management, che ha per vocazione il riconoscimento e la valorizzazione di ciascuna persona nella sua unicità, potrà avere un ruolo fondamentale nel richiamare l’attenzione sull’esigenza di preservare il contributo dell’intelligenza (non artificiale) nelle nostre comunità di lavoro.