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Le radici antiche della violenza di genere

A cura di Nicole Riva
04 Dic 2025

Episodi letterari per riscattare personaggi femminili vittime di violenza
«Ma nel Seicento esisteva già il catcalling?». Esordisce così un mio studente, durante la lettura del primo capitolo de I promessi sposi in poche parole, edito da Einaudi Ragazzi e riadattato da Davide Morosinotto. Lucia sta rientrando a casa quando riceve avances poco galanti dal signorotto della zona, il quale deciderà di rovinarle il matrimonio per niente meno che una scommessa.

Questa scena, apparentemente marginale, rivela quanto la letteratura, specchio della società che la produce, custodisca le tracce di un modello culturale fondato sul dominio maschile. Un modello che, se non letto con gli strumenti critici adeguati, rischia di giustificare comportamenti misogini.

Il percorso può partire dalla Commedia di Dante, dove incontriamo due figure femminili la cui sorte è segnata dalla violenza maschile. Nel canto V dell’Inferno troviamo Francesca da Polenta, uccisa dal marito e condannata per l’eternità tra i lussuriosi per il suo desiderio di amore e libertà sessuale. Francesca appare energica, unica voce a sovrastare il coro di lamenti infernali, ma la sua forza non basta a riscattarla: la società e l’ordine divino la puniscono per aver osato alzare la testa. «Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante» (Inf. V, vv. 137-138).

Nel Purgatorio, invece, Dante ci presenta Pia de’ Tolomei, anche lei uccisa dal marito. Pia non alza la voce: pronuncia poche parole lievi che rivelano il suo atteggiamento docile di fronte all’ingiustizia subita. La sua figura rappresenta le donne private del diritto di raccontare e ottenere giustizia: il premio che riceve è la collocazione tra i penitenti, come se il silenzio fosse una virtù. «ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ’nnanellata pria / disposando m’avea con la sua gemma» (Purg. V, vv. 133-138).

Da Dante passiamo a Boccaccio, che, ricordiamolo, nel Decameron si rivolge a un pubblico esplicitamente femminile. Nell’ottava novella della quinta giornata, dedicata agli amori felici, Nastagio degli Onesti, amando una de’ Traversari, la quale non è degna nemmeno di avere un nome, osserva l’episodio della caccia infernale. Una donna è condannata a correre nuda, inseguita da un cavaliere che la trafigge. La colpa? Aver rifiutato l’amore del giovane, spingendolo al suicidio. L’aspetto più inquietante è l’uso che il protagonista fa di questo spettacolo: invita la donna che lo respinge ad assistere alla scena, e la ragazza cede e accetta di sposarlo. La violenza sul corpo femminile diventa strumento pedagogico: serve a terrorizzare e a piegare le volontà.

Dante e Boccaccio testimoniano le radici profonde di una cultura patriarcale. Ma per comprenderne la lunga durata, è utile tornare a Manzoni. I promessi sposi ci offrono due figure complementari: Lucia e Gertrude. Lucia appare come la vittima senza agency, costretta a subire minacce, tentativi di rapimento e molestie verbali senza poter reagire; il suo unico rifugio è la Provvidenza, che la salva, ma non le restituisce potere di scelta. Accanto a lei si staglia la figura più ambigua e drammatica del romanzo: Gertrude, la monaca di Monza. Nobile, vittima della violenza psicologica della famiglia che la destina alla clausura, Gertrude si ribella solo a metà: ama, tradisce, uccide, manipolata da un uomo violento. Manzoni la lascia in un abisso di colpa e dolore, senza redenzione possibile. La vicenda, inoltre, si ispira a una storia vera, quella di Marianna de Leyva, condannata e murata viva per 13 anni in una cella del convento.

Questi personaggi raccontano la stessa storia: la normalizzazione della violenza sulle donne attraverso la scrittura. Oggi abbiamo il compito di leggere queste storie con sguardo critico per restituire ai classici la loro la capacità di testimoniare ciò che è stato reso invisibile: il dolore femminile e la radice antica della violenza di genere. Solo così la letteratura, da specchio del passato, può trasformarsi in strumento di consapevolezza per il presente.

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