
Espulse: la violenza di genere nel giornalismo
Com'è nato il collettivo Espulse? Di cosa vi occupate?
Il collettivo, formato da quattro giornaliste freelance, Alessia Bisini, Francesca Candioli, Stefania Prandi e Roberta Cavaglià, è nato nel luglio 2023 con l’obiettivo di indagare il problema delle molestie sessuali e degli abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano. Le molestie, gli abusi di potere e le discriminazioni di genere, sono uno dei principali strumenti per tenere le donne ai margini del mondo del lavoro. Nel settore del giornalismo, nello specifico, non sono solo un danno – sociale, economico, psicologico – per le singole professioniste, ma uno strumento per mantenere lo status quo nelle redazioni e impedire alle donne di dare voce ad altre donne. Questa esclusione sistematica ha conseguenze profonde: senza potere sulle scelte editoriali, l’agenda mediatica resta dominata da una prospettiva maschile, che spesso ignora o distorce temi cruciali per la società. Uno squilibrio che è evidente anche per chi guarda la televisione, ascolta la radio e legge i giornali: solo il 35% della popolazione italiana ritiene che i media trattino le tematiche di genere in modo adeguato (fonte: Osservatorio sul giornalismo, edizione 2020). Un sistema che quindi non solo penalizza le professioniste del settore, ma impoverisce l’intero panorama informativo, compromettendo la qualità e il pluralismo dell’informazione, in un Paese che l’anno scorso è già sceso dal 41esimo al 46esimo posto per la libertà di stampa nel mondo (fonte: Reporter Senza Frontiere, 2024).
Alla luce della vostra prima inchiesta, quali sono i pattern più comuni della violenza di genere nel giornalismo?
Voi con queste gonnelline mi provocate è il titolo dell’inchiesta che abbiamo pubblicato il 16 ottobre 2024 su IrpiMedia ed è stata fondamentale per dimostrare che la discriminazione di genere inizia dalle scuole di giornalismo. Durante l’inchiesta, infatti, abbiamo intervistato 239 studentesse e studenti e quattro fonti interne che hanno frequentato negli ultimi dieci anni uno dei dieci master di giornalismo attivi riconosciuti dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti, che si trovano a Bologna, Milano, Torino, Roma, Bari, Perugia e Urbino. La metà delle persone sentite ha riferito di aver assistito o saputo di molestie sessuali e verbali, tentate violenze sessuali, atti persecutori, stalking, ricatti e discriminazioni di genere, in classe, durante attività legate alla scuola o nei periodi di stage previsti dal piano di studi. Un terzo delle alunne ha descritto nel dettaglio, con nomi e cognomi, gli abusi subiti. Tra le persone che abbiamo sentito, nessuna ha sporto denuncia. Le loro testimonianze sono raccolte nell’inchiesta che abbiamo pubblicato il 16 ottobre 2024 su IrpiMedia. Ma non solo. Di fronte a questo dato, estremamente preoccupante, abbiamo scelto di portare le testimonianze di fronte alle stesse scuole, le università, gli ordini regionali e l'ordine nazionale. L’inchiesta contiene anche le loro risposte. In particolare, alcune scuole ci hanno confermato di avere ricevuto segnalazioni di episodi di molestie e sessismo negli ultimi dieci anni e di avere preso provvedimenti, allontanando i formatori coinvolti. Altre, in assenza di segnalazioni da parte delle praticanti, hanno espresso stupore di fronte agli episodi di molestie e sessismo che ci hanno raccontato le alunne grazie all’inchiesta e ci hanno assicurato di voler verificare in modo approfondito la questione. Abbiamo incontrato diversi casi di ragazze o ragazzi che hanno preferito non raccontare quanto successo perché ci sono ancora diversi fattori che inducono chi subisce molestie a non esporsi. Non è stato facile per le nostre fonti, che fanno le giornaliste oppure i giornalisti, aprirsi di fronte a una collega che non conoscevano. Chi subisce molestie sessuali nella maggior parte dei casi tende a mantenere il silenzio per diversi motivi: scarsa consapevolezza della gravità dell’offesa, senso di vergogna e timore di ritorsioni sul lungo periodo. Le nostre fonti hanno provato senso di colpa. Hanno avuto paura delle conseguenze di una loro eventuale denuncia. Hanno pensato che non sarebbero state credute. Alcune hanno normalizzato la situazione perché si crede, come alcune hanno spiegato, che «il mondo funziona così». Ci sono ex studentesse che abbiamo intervistato e che oggi non lavorano come giornaliste e a volte le molestie ricevute hanno influito su queste scelte (insieme ad altri fattori, come le scarse retribuzioni e la precarietà). Ci sono altre che ci hanno raccontato di aver perso opportunità di lavoro, sempre nell’ambito del giornalismo, per paura di venire molestate o discriminate di nuovo. Il nostro lavoro ha già prodotto effetti importanti: a dicembre 2024, in seguito alla nostra inchiesta, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha approvato il nuovo Codice etico e di comportamento delle scuole di giornalismo.
Ora avete deciso di dedicarvi a una seconda inchiesta. Che focus avete scelto? Cosa vi ha spinte a continuare questa indagine?
Siamo al lavoro per realizzare una seconda parte dell’inchiesta, concentrandoci sulle molestie sessuali, le discriminazioni di genere e gli abusi di potere che avvengono nelle redazioni. Per questo, abbiamo creato un questionario ad hoc dove giornaliste assunte, freelance e uffici stampa possono condividere in forma anonima la propria testimonianza. Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding per poterla realizzare. Anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che nel 2019 si è occupata del problema delle molestie nel mondo del giornalismo italiano, ha sostenuto il progetto con una donazione a parte. E anche l’Ordine nazionale dei giornalisti ci appoggia, oltre ad alcuni ordini regionali. Vogliamo continuare a fare giornalismo d’inchiesta di qualità e soprattutto vogliamo un giornalismo libero da molestie sessuali, discriminazioni di genere e abusi di potere, dove l’informazione sia davvero plurale e inclusiva e le giornaliste che hanno subito le conseguenze di questo sistema non si sentano più sole.