Violenza di generepersoneparità

La vera sfida? Difendere ogni vittima con la stessa determinazione

Dall’azienda di famiglia al cinema, dall’Oman alla governance: l’imprenditrice racconta il suo impegno contro ogni forma di violenza e stereotipo. «Online o offline, dobbiamo proteggere tuttə. E parlarne in famiglia»
A cura di Antonella Patete
05 Dic 2025

Imprenditrice poliedrica, doppia laurea in Scienze motorie e della Nutrizione, docente, consulente, testimonial, nel tempo Daria Illy ha saputo costruire un percorso professionale originale, che non si associa più soltanto all’azienda di famiglia leader nella produzione del caffè. Un percorso che negli ultimi mesi si è arricchito di un impegno imprenditoriale in Oman e della partecipazione, in qualità di attrice, al film On Life del regista Rodolfo Bisatti. «Un film che unisce cinema e riflessione sociale», spiega l’imprenditrice. «Per me un’esperienza intensa e profondamente significativa: tutto è iniziato con una piccola parte e alcune riprese a casa mia, poi sono stata completamente coinvolta nel progetto. Interpreto un’imprenditrice che decide di mettersi in gioco e iscriversi a un corso avveniristico gestito da giovani nativi digitali. Il tema è attuale e stimola una profonda riflessione. Consiglio vivamente di vederlo».

Sappiamo che sta scrivendo un libro sul tema della governance. Può anticiparci qualcosa?
È un progetto che avevo in mente da tempo: un testo maneggevole e accessibile, pensato non solo per i professionisti, ma anche per chi desidera leggere testimonianze autentiche di imprenditori che hanno affrontato momenti di cambiamento come la revisione dei patti di famiglia o il distacco dalle aziende di origine. È anche il racconto di famiglie unite, capaci di affrontare insieme le sfide e di consolidare i legami. Avventure di famiglia, nel bene e nel male, tra dinamiche compatte e altre più complesse, raccontate sempre con ironia. Non voglio offrire soluzioni preconfezionate, ma aprire domande nuove. Perché governare, oggi, oltre a prendere decisioni, significa anche imparare ad abitare le sfumature e a leggere i silenzi.

Veniamo al tema della violenza di genere. Qual è il suo impegno di imprenditrice e personaggio pubblico?
Mi sono impegnata nel women’s empowerment in innumerevoli occasioni, ma al tempo stesso ho sempre sostenuto l’importanza di un principio più ampio: la parità intesa come riconoscimento del valore e della dignità di ogni persona, indipendentemente dal genere. A livello globale, secondo i dati più recenti di UNODC e UN Women, circa l’81% delle vittime di omicidio sono uomini ma non esiste la parola “ominicidio”. È un dato che spesso passa inosservato, ma che racconta una realtà complessa, dove la violenza assume forme e contesti diversi, colpendo tutte le persone. Credo profondamente che la vera sfida sia riconoscere ogni forma di violenza e difendere ogni vittima con la stessa determinazione. La mia battaglia è per una società capace di vedere l’essere umano prima di tutto: perché l’equità non nasce dalla contrapposizione, ma dal rispetto reciproco e dalla consapevolezza che la dignità non ha genere.

Aprire un ufficio in Oman non è una scelta comune: cosa l’ha motivata come donna manager in un contesto culturale diverso?
Il primo incontro col Paese, nel 2022, è stato memorabile: sono sbarcata senza valigie, perse durante il viaggio, e senza telefono. All’aeroporto sono rimasta catturata da una scritta che recitava: «Se più persone fossero passate per l’Oman, l’uomo non conoscerebbe la cattiveria e l’abuso». In quel momento ho capito che questo Paese custodisce visioni profonde. In seguito mi sono innamorata della sua luce e dei suoi profumi. Ho scelto di aprire un ufficio in questo Paese per creare un ponte tra due mondi che sento complementari, la mia famiglia ha da sempre relazioni di amicizia e di affari con questa terra. L’Oman è un Paese dalla cultura millenaria, straordinariamente ricca di varietà nei paesaggi, nelle tradizioni, nelle lingue. È un luogo accogliente, che offre stabilità e visione, capace di preservare un profondo rispetto per la comunità e il dialogo.

Nel suo lavoro in Oman, ha avuto modo di osservare la situazione delle donne. Che impressione ne ha ricavato?
Ho incontrato molte donne determinate, che con merito e disinvoltura cavalcano ambiti professionali e istituzionali. Tendenzialmente vengono riconosciute per competenza, non per stereotipi. In termini di istruzione e qualifiche, nel 2021 circa il 60,7% delle donne in età lavorativa possedeva titoli di studio avanzati. In ambito pubblico, le donne rappresentano circa il 42% della forza lavoro in posizioni amministrative e dirigenziali.

Tornando a On Life, il film affronta il tema del mondo digitale e dei social: secondo lei, questi strumenti possono diventare terreno fertile per nuove forme di violenza di genere?
Purtroppo sì. La distanza, la rapidità e l’anonimato si trasformano facilmente in strumenti di attacco. Secondo l’ISTAT, quasi il 70% delle ragazze e dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subìto, nell’ultimo anno, comportamenti offensivi, aggressivi o di esclusione, online o offline. Il cyberbullismo colpisce tutte le persone, senza distinzione. L’intelligenza artificiale se non regolata (e sono certa che lo sarà) apre una nuova frontiera di rischio: deepfake, furto d’identità, manipolazione di immagini e video. Secondo le organizzazioni che si occupano di violenza digitale, oltre il 97% delle vittime ha subìto qualche forma di abuso facilitato dalla tecnologia. Chi non è preparato rischia di trovarsi più espostə, spesso senza nemmeno rendersene conto.

Ci sono episodi o testimonianze che l’hanno colpita in particolare sul rapporto tra violenza online e conseguenze nella vita reale?
Ho incontrato persone disperate: i loro figli e figlie erano stati vittime di cyberbullismo, spesso attraverso gruppi WhatsApp o contenuti condivisi in modo improprio. Ho sostenuto persone ricattate online. Condividere è difficile: episodi di cui non abbiamo colpa possono procurarci vergogna. Le istituzioni fanno del loro meglio e la polizia postale ha condotto campagne di sensibilizzazione, ma il fenomeno purtroppo continua. Bisogna avere cautela nella diffusione delle proprie immagini: oggi tutto può essere manipolato e ciò che non è vero può sembrare reale. La nostra immagine pubblica può diventare una forma di vulnerabilità.

Lei ha una figlia di dodici anni. Come si approccia al tema della violenza di genere, anche online?
L’educazione scolastica svolge un ruolo fondamentale, ma da sola non basta. A volte pensiamo che certi episodi non ci riguardino, che non possano capitare a noi o ai nostri figli o figlie. Per questo cerco di affrontare il tema in modo concreto, raccontando le storie di ragazzi e ragazze che, su TikTok o nei gruppi di messaggistica, si trovano coinvolti in situazioni di minaccia, derisione o isolamento. Almeno una volta a settimana ci sediamo a tavola e ne parliamo apertamente. Essere una famiglia significa anche condividere, ascoltare e confrontarsi, partendo da testimonianze, dati e conoscenza. Solo attraverso la conversazione costante si costruisce una cultura della prevenzione e del rispetto reciproco.

Registrazione Tribunale di Bergamo n° 04 del 09 Aprile 2018, sede legale via XXIV maggio 8, 24128 BG, P.IVA 03930140169. Impaginazione e stampa a cura di Sestante Editore Srl. Copyright: tutto il materiale sottoscritto dalla redazione e dai nostri collaboratori è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione/Non commerciale/Condividi allo stesso modo 3.0/. Può essere riprodotto a patto di citare DIVERCITY magazine, di condividerlo con la stessa licenza e di non usarlo per fini commerciali.
magnifiercrosschevron-down