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La violenza nascosta contro le donne con disabilità

Sono oggetto di stupro o molestie più frequentemente rispetto alle donne senza disabilità e spesso sono vittime di abusi subdoli, anche da parte di partner e familiari. Eppure di questi argomenti si parla poco, e molti centri antiviolenza rimangono ancora oggi inaccessibili. Intervista a Valeria Alpi, giornalista, scrittrice e autrice del libro "La voce a te dovuta"
A cura di Antonella Patete
05 Dic 2025

«Sono una giornalista da oltre vent’anni e anche una donna con una disabilità motoria dalla nascita. Grazie al mio lavoro e alla mia esperienza personale, in questi anni ho intrecciato tantissime tematiche, come la sessualità delle persone disabili, la maternità, la diversità dei corpi, fino ad arrivare alla violenza di genere».

Formatrice e viaggiatrice, oltre che giornalista, Valeria Alpi lavora al Centro Documentazione Handicap di Bologna, dove si occupa di comunicazione, inclusione e sessualità. Per la collana I libri di AccaParlante delle edizioni La Meridiana lo scorso anno ha pubblicato il volume La voce a te dovuta. Donne con disabilità e violenza di genere.

Valeria, come è nata l’idea di questo libro?
Sulla violenza di genere, negli ultimi dieci anni, sono state portate avanti tante iniziative sul territorio nazionale e prodotti tanti articoli da ricercatrici sul tema, ma sentivo tutto come frammentato e accessibile solo a un pubblico che già si occupa di disabilità. Sentivo la necessità di raccontare in un unico testo cosa finora è stato fatto, cosa c’è ancora da fare, come poter costruire percorsi di uscita dalla violenza accessibili anche alle donne con disabilità. Ho scelto di scrivere tutto in prima persona e in maniera narrativa per rendere più leggero un tema che in realtà non lo è e per poter raggiungere pubblici differenti, magari anche persone che non hanno mai conosciuto una donna disabile.

Quali numeri abbiamo sulla violenza contro le donne con disabilità?
Quello dei numeri è il problema più grande, perché a oggi non esiste una statistica completa e in qualche modo unica. Perfino le statistiche del numero telefonico nazionale antiviolenza 1522 non intrecciano il dato della eventuale disabilità, quindi i dati sono vecchi oppure derivano da questionari rivolti a donne disabili, provenienti da tanti enti diversi, sia italiani che europei. In ogni caso, quello che emerge è che sette donne disabili su dieci hanno subito almeno un episodio di violenza, quindi oltre il doppio rispetto alla media per le donne non disabili che è una su tre.

Esistono forme di violenza specifiche che colpiscono le donne con disabilità?
Le donne con disabilità possono essere come tutte vittime di percosse, stupri e femminicidi, ma esistono altre forme di violenza specifiche. Ad esempio somministrare appositamente le medicine in maniera sbagliata, togliere gli ausili che servono alla comunicazione o al movimento, spendere la pensione di invalidità non per esigenze della donna, trattarla come una bambina o vestirla sempre con la tuta da ginnastica. In molti Stati europei è ancora in vigore la sterilizzazione forzata per le donne con deficit cognitivo.

C’entra qualcosa in tutto questo l’abilismo?
Certamente sì. L’abilismo, che fondamentalmente significa aver costruito un mondo per persone considerate abili, porta anche a forme di violenza istituzionalizzate ma alle quali non si pensa mai: ad esempio, a causa dell’inaccessibilità degli ambulatori ginecologici e dei macchinari per la mammografia, è molto difficile per una donna con disabilità occuparsi della sua salute sessuale e riproduttiva. Questa è una gravissima violazione del diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione. Infine, nel caso di donne disabili, a volte la violenza è esercitata da altre donne, le figure cosiddette di cura come la madre o la badante.

Esiste una specificità legata alle donne con disabilità cognitiva?
Le donne con disabilità cognitiva hanno un ulteriore problema, quello di non essere credute. Sappiamo che questo succede a tutte le donne vittime di violenza, anche senza disabilità, ma ovviamente con un deficit intellettivo la questione si amplifica. Io stessa, come racconto nel libro, pur essendo donna e con disabilità, non ho creduto immediatamente a una donna con deficit cognitivo quando ha denunciato una molestia che poi si è rivelata reale.

Quali sono gli ostacoli principali nel contrasto alla violenza contro le donne disabili?
Ci sono ancora due questioni irrisolte: innanzitutto spesso si pensa che la violenza contro le donne sia determinata dalle azioni, i comportamenti, il vestiario delle donne stesse. Quindi non si pensa che la donna con disabilità possa attrarre su di sé una violenza di questo tipo, una violenza che si pensa legata anche all’attrazione, alla sessualità, alla femminilità. Il secondo punto è che chi ha una disabilità, per la nostra cultura, non ha un genere, non è un uomo o una donna, è solo una persona disabile. Per cui la donna con disabilità viene esclusa da tutto quello che riguarda il suo genere, violenza compresa. Una volta ho conosciuto una donna disabile cui mancava completamente un dente davanti: era caduta dalla carrozzina e non poteva andare dal dentista da sola, ma chi si occupava di lei non voleva sostenere una spesa che riteneva inutile. In quanto disabile, era una donna brutta e nessuno l’avrebbe voluta comunque. Nella mia vita ho viaggiato tanto da sola, ne ho scritto anche un libro, e una volta, durante una presentazione, una donna mi disse che lei, in quanto bella donna, non poteva viaggiare da sola per il rischio aggressioni, mentre io, secondo lei, non avevo questo problema. In altre parole per lei non ero una donna come le altre. Non si è mai abbastanza donne.

E i centri antiviolenza sono accessibili?
Molti centri antiviolenza hanno case rifugio inaccessibili o addirittura sportelli di primo accesso raggiungibili attraverso scale. Anche la parte comunicativa e informativa spesso è inaccessibile, perché i termini sulla violenza, sulle denunce e su eventuali iter processuali sono molto complessi e di difficile comprensione per molte donne. Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla violenza di genere, in Italia il 94% delle case rifugio presenta criteri di esclusione: ad esempio non accolgono le disabilità di origine psichiatrica che oggi sono in aumento. Per fortuna in questi dieci anni ho visto anche tanti miglioramenti. Comincia ad affacciarsi la volontà di raggiungere anche le donne con disabilità, di costruire buone prassi, magari andando per tentativi o appoggiandosi ad associazioni che lavorano sulla disabilità.

Cosa l’ha spinta a raccontare la sua esperienza in prima persona?
Mi è venuto naturale pensare subito alla mia esperienza personale, perché io stessa ho avuto difficoltà a riconoscere che avevo subito una forma di violenza legata alla disabilità. Volevo mettere in gioco anche il mio vissuto sia come donna disabile sia come professionista per mostrare al pubblico che è un tema su cui ancora navighiamo a vista, abbiamo bisogno di formarci, di parlarne e di fare rete, e da qualche parte bisogna pur iniziare.

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