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I numeri della mascolinità. Quando i dati ci raccontano le radici culturali della violenza

La ricerca Ipsos "Nuovi modelli di mascolinità", condotta sui giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni, racconta sicuramente di una società in trasformazione che, tuttavia, porta ancora con sé il peso di retaggi culturali profondi. E quando parliamo di violenza di genere, questi dati assumono una rilevanza ancora maggiore, perché ci permettono di comprendere le radici profonde di un fenomeno che continua a segnare tragicamente la nostra cronaca quotidiana. Capire come i ragazzi costruiscono la propria identità maschile significa comprendere dove e come nasce quella cultura del possesso e del controllo che può trasformarsi in violenza
A cura di Francesca Petrella, Senior Communication e DEI Manager di Ipsos
05 Dic 2025

Il peso determinante della cultura nella costruzione del maschile
Il 61% dei giovani intervistati riconosce che i comportamenti maschili sono principalmente prodotto culturale, non biologico. Le ragazze mostrano una consapevolezza ancora più marcata (64%). Questo dato demolisce l'alibi del "sono fatto così" che troppo spesso normalizza comportamenti aggressivi. Se la mascolinità è culturale, allora è modificabile.

Eppure, questa consapevolezza teorica fatica a tradursi in cambiamento concreto. Il 79% percepisce una distanza dalle generazioni dei nonni, ma questo non si traduce automaticamente nel superamento dei modelli maschili del passato. Infatti, la ricerca evidenzia un paradosso che merita un'analisi approfondita. Mentre la maggioranza del campione, precisamente il 54%, considera ormai superata e inadeguata l'espressione "uomini veri" – con le ragazze che raggiungono il 63% e i ragazzi che si fermano al 46% – persistono modelli comportamentali che richiamano concezioni tradizionali e potenzialmente problematiche della mascolinità. Questo scarto tra consapevolezza dichiarata e pratica vissuta rappresenta il cuore del problema. È significativo notare come questo paradosso si manifesti differentemente nelle tre sfere fondamentali dell'esperienza maschile che abbiamo analizzato.

Nella sfera lavorativa, emerge un'apparente convergenza sul fatto che l'uomo ideale sia quello che si prende cura della famiglia (45% del campione) e dei figli (42%), puntando comunque a uno stipendio elevato (41%). Tuttavia, scavando più a fondo, scopriamo che questa apparente uniformità nasconde profonde divergenze di genere. Le ragazze, quando parlano di cura familiare, intendono una partecipazione attiva e paritaria alla vita domestica, valorizzando l'uso completo dei diritti di paternità e vedendo l'equilibrio tra vita lavorativa e familiare come un aspetto fondamentale del modello maschile contemporaneo.

I ragazzi, al contrario, continuano a privilegiare competitività e ambizione economica, interpretando la "cura della famiglia" principalmente in termini di sostentamento economico piuttosto che di presenza emotiva e partecipazione attiva.

Le dinamiche del potere e le radici della violenza
Quando analizziamo la sfera del potere, il quadro diventa ancora più complesso e, per certi versi, preoccupante. Emerge una preferenza generale per la mediazione e la risoluzione pacifica dei conflitti, ma questa preferenza nasconde nuovamente significative differenze di genere. Le ragazze non solo valorizzano queste competenze relazionali, ma le considerano tratti essenziali di un buon modello maschile. Per loro, la capacità di mediare, di fare un passo indietro quando necessario, di cercare soluzioni collaborative non è un optional ma il cuore stesso di una mascolinità evoluta. I ragazzi, invece, mostrano un atteggiamento ambivalente. Mentre riconoscono teoricamente il valore della mediazione, continuano a mostrare attaccamento a tratti di autorità e forza che richiamano modelli di leadership più autoritari e tradizionali.

Infatti, mentre l'immaginario collettivo valorizza, come detto, la mediazione (46%) e il saper fare un passo indietro (45%), i ragazzi si auto-percepiscono molto diversamente: il 47% dei coetanei maschi viene visto come ossessionato dall'evitare di apparire debole, il 44% alza la voce quando crede che serva e il 43% userebbe la violenza se necessario. È proprio in questo scarto tra ideale dichiarato e pratica vissuta che possiamo individuare le radici culturali della violenza di genere. Quando un giovane cresce in un contesto che, pur predicando teoricamente l'uguaglianza, continua a valorizzare implicitamente modelli di mascolinità basati sul controllo, sulla competizione esasperata e sulla difficoltà nell'espressione emotiva, si potrebbe creare un terreno fertile per comportamenti che possono degenerare in violenza. La violenza, in questa prospettiva, non è un'esplosione improvvisa e inspiegabile, ma l'esito estremo di un continuum culturale che legittima forme più sottili di dominio e controllo.

L’amore e il controllo: il nodo gordiano della questione
Nella sfera sentimentale, i dati Ipsos rivelano dinamiche particolarmente significative per comprendere le radici della violenza di genere.

Apparentemente, sia ragazzi che ragazze concordano sull'importanza di un modello maschile che partecipa attivamente alle relazioni, mostrando empatia e responsabilità emotiva. Entrambi i generi riconoscono il valore di una maggiore partecipazione degli uomini nella vita domestica e nella condivisione dei compiti, sottolineando la necessità di un coinvolgimento paritario nella gestione della casa e della famiglia.

Tuttavia, quando scendiamo nel dettaglio delle aspettative concrete, emergono differenze sostanziali che non possono essere ignorate. Le ragazze immaginano un partner che sia genuinamente aperto al dialogo, collaborativo nelle decisioni, capace di vulnerabilità emotiva e sostenitore convinto dell'uguaglianza all'interno della relazione. I ragazzi, pur accettando teoricamente questi principi, mostrano ancora un attaccamento significativo a visioni più tradizionali, particolarmente riguardo al ruolo economico del maschio nella coppia e alle aspettative legate all'eterosessualità normativa. Ancora più preoccupante è la persistenza, in una parte non trascurabile del campione maschile, di aspettative di superiorità economica e di primato decisionale nelle questioni di coppia. Questi non sono semplici retaggi del passato, ma veri e propri fattori di rischio per dinamiche relazionali disfunzionali. Quando un uomo entra in una relazione con l'aspettativa implicita di dover mantenere una posizione di superiorità economica o decisionale, qualsiasi sfida a questo presunto primato può essere vissuta come una minaccia all'identità stessa.

La ricerca Ipsos offre, dunque, una chiave di lettura fondamentale: la violenza contro le donne non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in modelli culturali di mascolinità che, nonostante i cambiamenti in corso, resistono ancora nelle nuove generazioni. Capire come i ragazzi costruiscono la propria identità maschile oggi significa comprendere dove e come nasce quella cultura del possesso e del controllo che può trasformarsi in violenza domani.

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