
La violenza economica: riconoscerla per reagire
Sono trascorsi quasi quindici anni dalla firma della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica – nota come Convenzione di Istanbul – e ancora la violenza di genere viene associata principalmente a quella fisica, più di rado a quella psicologica. Molto meno si parla di violenza economica, un fenomeno subdolo, difficile da riconoscere e quindi anche da misurare, sicuramente un fenomeno sottostimato. In Italia, l’Istat raccoglie i dati sulle chiamate al numero antiviolenza 1522, distinguendo tra le diverse tipologie di abuso. La violenza economica è raramente indicata come causa principale della chiamata (circa nell’1% dei casi), ma compare più spesso come concausa (circa nel 18%). Le possibili manifestazioni comprendono raggiri, privazioni, controllo delle proprie risorse economiche da parte del partner, fino a una dipendenza economica totale. Per studiarla, sono stati sviluppati strumenti specifici, come la scala SEA-121 che identifica tre macro-aree della violenza economica:
- sfruttamenti e raggiri economici;
- controllo completo delle risorse finanziarie;
- induzione alla rinuncia al lavoro o alla sua
ricerca.
A ciascuna area corrispondono comportamenti specifici che, se ripetuti nel tempo, rivelano
l’intento di limitare e controllare la persona. È utile saper riconoscere alcuni comportamenti che possono rappresentare veri e propri campanelli d’allarme:
- Ti controlla le spese e ti lascia senza soldi,
salvo motivate esigenze? - Non ti informa sulle decisioni economiche
né sul bilancio familiare? - Ti fa firmare documenti che non hai modo
di leggere o comprendere? - Ti scoraggia dal lavorare, dicendo che ci
pensa lui?
È molto probabile che non lo faccia per proteggerti o prendersi cura di te ma al contrario per poterti controllare perché la libertà di scegliere, di chiudere una relazione per esempio, passa anche per la disponibilità di denaro. Non è un caso che questa forma di violenza si manifesti anche in fase di separazione, quando il denaro viene sottratto dai conti comuni o negato, soprattutto per il mantenimento dei figli, diventando un’arma punitiva e di ricatto. Nel nostro Paese, diversi fattori favoriscono la diffusione di questi abusi a danno delle donne, tra essi:
- il mercato del lavoro: in Italia, i tassi di partecipazione e di occupazione femminili sono tra i più bassi dell’Unione Europea: quasi metà delle donne non lavora, molte non hanno entrate proprie. I compiti di cura non sono retribuiti e, quando si ha un’occupazione, le retribuzioni sono spesso basse, anche perché di frequente associate ad attività e settori meno remunerati, a part-time, talvolta involontari, o a contratti precari;
- gli stereotipi di genere: ancora oggi si distinguono giocattoli, studi e professioni “da maschio” e “da femmina”, riflettendo i distinti ruoli in famiglia e l’accudimento assegnato di default prevalentemente alle donne;
- la scarsa cultura finanziaria: indagini condotte dalla Banca d’Italia, basate su indicatori OCSE, mostrano l’esistenza di un divario di genere nei livelli di alfabetizzazione finanziaria a sfavore delle donne che non lavorano.2
Quest’ultima circostanza – sia pure, bisogna dirlo, in un contesto in cui tutta la popolazione ne sa poco – rende le donne particolarmente esposte alle conseguenze negative della bassa cultura finanziaria, dal rischio di non sapere amministrare in modo conveniente le proprie (scarse) risorse a quello di indebitarsi senza consapevolezza, oppure di rimanere vittime di truffe e frodi nei pagamenti, fino al rischio di delegare e fidarsi degli altri al punto di subire violenza economica. Dalle stesse analisi emerge che le donne tendono a sottostimare le proprie competenze, anche quando ottengono punteggi superiori alla media. L’insicurezza e la paura di non sapere abbastanza espongono ancora di più alla violenza economica, rispetto alla quale la delega e l’affidamento incondizionato sono una precondizione. In questo contesto, si inseriscono iniziative come quelle della Banca d’Italia che è impegnata da tempo nella promozione della cultura finanziaria femminile, attraverso il corso Le donne contano, pensato per trasmettere i principi base della finanza personale e rafforzare la fiducia in sé stesse. È disponibile, nella sua versione on-line, sul sito di educazione finanziaria della Banca d’Italia L’economia per tutti. Le attività di sensibilizzazione, formazione ed empowerment sono svolte dalla Banca d’Italia in collaborazione con partner fondamentali: associazioni femminili come Soroptimist e Federcasalinghe, organismi no-profit come il Consiglio Nazionale del Notariato, e sindacati.
Per proteggersi, è fondamentale intercettare i primi segnali, non trascurare la gestione delle finanze personali e familiari, e ricordare che il controllo del portafoglio equivale al controllo dell’autonomia dell’individuo. Non sempre è un gesto d’amore. L’indipendenza economica che passa dal lavoro e la capacità di gestire le proprie finanze ci rendono libere di scegliere.
Le autrici dell'articolo lavorano presso il Servizio Educazione Finanziaria della Banca d'Italia. Le opinioni espresse sono strettamente personali e non coinvolgono in alcun modo l'istituzione di appartenenza.
- Postmus, J. L., Plummer, S. B., & Stylianou, A. M. (2016). Measuring economic abuse in the lives of survivors: Revising the Scale of Economic Abuse. Violence against women, 22(6), 692-703. ↩︎
- D'Alessio, G., De Bonis, R., Neri, A. e Rampazzi, C. (2020). L'alfabetizzazione finanziaria degli italiani: i risultati dell'indagine della Banca d'Italia del 2020, QEF N°588, Banca d’Italia; Report Indagini sull'alfabetizzazione finanziaria e le competenze di finanza digitale in Italia: adulti, a cura di S. Lamboglia, M. Marinucci, M. Stacchini e P. Vassallo, Banca d'Italia. Luglio 2023. ↩︎