
Nessun corpo è neutro: voci di maternità in azienda
Noi siamo, prima di tutto, il nostro corpo. Perché, grazie ad esso, siamo e siamo nel mondo. Perfino la mente, i nostri pensieri, non possono prescindere dalla nostra corporeità. Il corpo, poi, si trasforma. Invecchia, e a volte invecchia e nel proprio corpo ci si trova più a proprio agio che da giovani. Grazie allo sport – senza esclusione di chi vive una malattia o disabilità – il corpo si mantiene al meglio e la mente con esso. Ma forse l’esperienza corporea più sconvolgente è quella della maternità. E mai come in questo periodo in cui si lavora (duramente) per la parità di genere (basti pensare alla UNI/Pdr 125 e all’impennata di aziende certificate negli ultimi anni), maternità e azienda sono due termini ormai paralleli.
Una confessione: non è stato semplice arrivare alle testimonianze – importantissime – di Silvia Dellabianca ed Elisabetta Cammarano. Alcune colleghe sono rimaste un po’ interdette dalla proposta di intervista. Il perché ve lo diciamo alla fine di questo doppio dialogo.
Dellabianca (ESG and Internal Communication Manager) ha un figlio di 4 anni, Cammarano (Execution Coordinator specializzata nell’ambito R&S delle persone appartenenti alle categorie protette) una bimba di quasi due.
Quali sensazioni hai provato nel vivere il tuo corpo prepararsi alla maternità?
Silvia. Incredibile come il corpo sia il primo a comunicarci questa grande trasformazione, prima ancora che la mente ne sia pienamente consapevole! I cambiamenti nel sonno, i dolori addominali, le nausee o il reflusso e le alterazioni sensoriali sono tutti segnali che mi hanno preannunciato questa nuova fase della vita. Cambia anche la percezione di sé. In quei mesi mi sono sentita calma, forte, come se fossi “invincibile”, nonostante ci trovassimo in periodo di lockdown, ricco di vulnerabilità e timori per il futuro.
Elisabetta. Sensazioni diverse ma tendenzialmente tutte positive, perché legate alla gioia e all’emozione indescrivibile del momento. Ogni piccola trasformazione fisica era un messaggio potente che mi ricordava la straordinarietà di ciò che stava accadendo. Per cui, anche quando il corpo mi mandava segnali meno piacevoli – come gonfiore, nausea o stanchezza – riuscivo comunque a vivere tutto con serenità, perché l’emozione dell’attesa prendeva il sopravvento su ogni fastidio.
E dopo il parto? Com’è stato ritornare “alla vita quotidiana”?
Silvia. Il post parto per me è stato difficile: dopo mesi passati a desiderare di incontrare il mio bambino, mi sono ritrovata avvolta da tanti sentimenti contrastanti: felicità ma anche stanchezza, solitudine e malinconia. È un momento di grande cambiamento, sia fisico che emotivo, e spesso ci si sente sopraffatte da pensieri, sensazioni di inadeguatezza e responsabilità nuove. La privazione del sonno può amplificare tutto questo, comprese le emozioni e la fatica. Per una neomamma che si confronta con la propria solitudine, trovare un supporto concreto, sia da partner, famiglia o professionisti, può fare una grande differenza. Con il tempo, il corpo e la mente si adattano e le emozioni si stabilizzano. Prendersi cura di sé, concedersi momenti di riposo e condividere i propri sentimenti, anche quelli più scomodi, può sicuramente essere d’aiuto.
Elisabetta. Dopo il parto non è stato sempre tutto roseo: la gioia della maternità era sempre tanta ma, spesso, accompagnata da emozioni contrastanti quali ansia, paura e, non ultimo, disagio. Disagio motivato dalla consapevolezza che il mio corpo era cambiato ma in questo caso, non avendo più il motivo evidente del pancione a cui ricondurre quei cambiamenti, era tutto più difficile da accettare. Non è stato semplice tornare alla quotidianità in quella fase di instabilità e vulnerabilità ma col tempo ho imparato ad accettare la nuova me con più pazienza e rispetto.
Nel contesto lavorativo, quali segnali ti ha mandato il tuo corpo prima e dopo la gravidanza? Sono cambiate le tue esigenze? Se sì, come?
Silvia. Nel contesto lavorativo, i segnali che il corpo mi ha inviato prima e dopo la gravidanza sono stati il riflesso dei cambiamenti fisici ed emotivi che stavo attraversando. Prima della gravidanza segnali come affaticamento e stanchezza, cambiamenti nel sonno, dolori o tensioni muscolari, cambiamenti nel livello di energia o concentrazione. Dopo la gravidanza, gli stessi segnali del prima con in aggiunta la mancanza di sonno, cambiamenti nella postura, alterazioni dell’umore e bisogno di più pause. Questi segnali indicano una necessità di ascolto e adattamento che credo sia importante sentire e quindi comunicare eventuali esigenze al lavoro, per trovare un equilibrio vero tra salute e attività professionale.
Elisabetta. Fortunatamente la gravidanza è stata serena e mi ha permesso di lavorare fino a poco prima del parto. Il rientro, invece, è stato più faticoso: stanchezza, mal di schiena, calo di concentrazione sono stati alcuni dei segnali ricevuti. Ho capito che le mie esigenze erano cambiate ma con il tempo, la dovuta organizzazione e – cosa fondamentale – il supporto, sia in ambito familiare che lavorativo, sono riuscita a ritrovare un ritmo sostenibile. Anzi, in certi aspetti, mi sono sentita anche più forte di prima. La maternità mi ha dato una nuova consapevolezza e una diversa capacità di ascoltare i miei limiti e rispettarli.
A una collega che diventerà mamma, quale consiglio ti sentiresti di dare per accogliere al meglio i cambiamenti che il corpo vive con la maternità?
Silvia. Le consiglierei di ascoltarsi davvero, corpo e mente, e, se non ci riesce, di non aver paura a chiedere aiuto. Ma soprattutto… le consiglierei di non ascoltare troppo gli altri! Troppo spesso sono proprio le aspettative, nostre e delle persone intorno a noi, a non essere realistiche e a non permettere ai neogenitori di godersi appieno i momenti! Le ricorderei che ogni esperienza di maternità è unica e speciale e che i paragoni sono inutili!
Elisabetta. Le consiglierei di viversi il momento in modo sereno e totalizzante, accogliendo tutte le emozioni e le sensazioni che arriveranno, anche quelle apparentemente più difficili da gestire perché, in fondo, sono anch’esse figlie di un evento incredibilmente unico e straordinario. Le consiglierei anche di non restare in silenzio di fronte ai dubbi, alla fatica o al disagio. Parlare, condividere e – soprattutto – chiedere aiuto, anche nel contesto lavorativo, è un atto di forza e consapevolezza, non di debolezza.
Nel ringraziare Silvia ed Elisabetta per aver accettato di esporsi a fin di bene, rispondiamo in qualche modo al quesito di cui sopra: perché un’intervista del genere è stata vista con timore? Perché la maternità, nella sua narrazione pubblica, è ancora un grande tabù. E i tabù si sfatano con le testimonianze più autentiche, come quelle di Silvia ed Elisabetta. La ricetta sempre valida si riassume in una parola: ascolto. Purché sia, appunto, autentico.