
Dalla diagnosi alla dignità: una visione sistemica della salute
Lei ha alle spalle una lunga esperienza nel settore farmaceutico, in Italia e all’estero. Cosa l’ha spinta a scegliere questo ambito e che significato ha per lei oggi lavorare in un’industria che si occupa concretamente di corpi, salute e cura?
28 anni nelle scienze della vita: una avventura personale e professionale significativa da molti punti di vista. Un percorso che ha modificato la mia percezione di cosa sia il corpo e di cosa vogliano dire salute e cura. Il corpo è stato per me il luogo confinato della materialità; un luogo per contenere qualcosa di decisamente più rilevante: pensiero, emozioni, anima, cuore; un luogo destinato a prendere contatto col mondo o ad accomiatarsi da esso. Da questa concezione di fatto dualistica se non addirittura antagonista della persona, ho imparato che il corpo è un crocevia di interconnessioni con tante dimensioni interne ed esterne e che non vi è separazione e confine tra l’esperienza che viviamo sulla pelle e quella che sperimentiamo in qualunque altro strato di noi. Siamo ecosistema: curare il corpo vuol dire curare i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre relazioni. Il corpo non è né il contenitore corruttibile dell’anima, né la res extensa di una res cogitans: il corpo vive di un proprio protagonismo, ha una propria voce ma fa parte di un coro di voci complesso; alle volte dissonante, alle volte asincrono ma pur sempre un coro che così va concepito e trattato. Occuparsi di corpi, salute e cura vuol dire occuparsi di persone intere.
Diasorin opera nel campo della diagnostica e della ricerca: che ruolo gioca oggi l’innovazione nel tutelare e promuovere il benessere dei corpi e come un’azienda con questa missione promuove un accesso equo e sostenibile alla salute?
Diasorin è una azienda multinazionale e globale, leader nel settore dell’immunodiagnostica e diagnostica molecolare. Fare innovazione per noi vuol dire non solo immaginare qualcosa che non esiste, vuol dire avere l’audacia e il coraggio di costruirlo. La storia imprenditoriale di Diasorin è questo: specialisti nella diagnostica, ossessionati dalla scienza, imprenditori per natura, globali per scelta. Senza la passione per la ricerca, senza il cruccio continuo dell’innovazione non esisterebbe diagnosi e dunque non esisterebbe cura. I manager di tutte le aziende sono rigorosamente educati a investire tempo nella definizione dei problemi, consapevoli che fallire nella diagnosi significa fallire nelle soluzioni dissipando risorse scarse e – per definizione – finite. Questo è vero per ogni ambito di conoscenza inclusa la medicina. Scegliere di lavorare nella diagnostica vuol dire occuparsi a monte di efficacia, di appropriatezza e di sostenibilità. Un esempio? La resistenza agli antibiotici – anche provocata da abuso e inappropriatezza (l’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva che il 50% delle prescrizioni di antibiotici è inappropriata) – è un’emergenza globale e potrebbe causare fino a 40 milioni di morti entro il 2050. Un’emergenza di salute pubblica e una minaccia serissima per la sostenibilità dei sistemi sanitari. Fare corretta diagnosi delle patologie infettive è una priorità irrinviabile.
Ha dedicato parte della sua carriera a sviluppare progetti e relazioni nell’ambito delle malattie rare, dove la vulnerabilità del corpo è particolarmente evidente. Cosa ha imparato da questa esperienza, sia a livello professionale che umano?
Vivere le malattie rare è una esperienza che cambia per sempre. È stata una delle esperienze più luminose e nutrienti della mia vita. Ho imparato moltissime cose e non mi basterebbe un romanzo per raccontarle e testimoniare la mia gratitudine. Ho imparato quanto sia ottuso
il pregiudizio, quanto sia grandiosa la comunità degli operatori sanitari italiani (tra i migliori al mondo), quanto sia forte e invincibile l’impegno dei pazienti e delle loro associazioni, quanto sia fondamentale e mobilitante fare sistema, quanto possa essere meravigliosa una piccola conquista, quanto possa essere alla portata una grande vittoria quando si è sostenuti e curati. Ho imparato l’insopportabilità di certe forme d’inciviltà votate a forme stereotipate di “prestazionalismo” (consentitemi il neologismo). Ho vissuto il profondo rispetto per il senso della missione dei clinici e l’ardore coraggioso della comunità tutta.
Lei si è impegnata nello sviluppo di una cultura d’impresa centrata sulla leadership creativa e l’empowerment delle persone. Come si tiene insieme la performance con la cura? E che forma può avere oggi una leadership gentile, soprattutto in un settore ad alta pressione come quello farmaceutico?
Mi faccia iniziare con una provocazione. La sua domanda presuppone una specie di ossimoro, un antagonismo quasi ontologico tra prestazione e cura delle persone. A questa contraddizione – da sempre – mi oppongo e le dirò che nutro una certa antipatia per i dibattiti che schiacciano la questione sull’o/o. O prestazione o cura. O risultati o gentilezza. O profitti o benessere. Io so questo: chi viene trattato da debole, fallace, mancante, incapace… si comporta da tale. Chi viene costantemente criticato senza ponti di costruzione o slanci di miglioramento, chi è immerso in ambienti svilenti o genericamente stressogeni non dà il meglio di sé. Cura non è buonismo, non è molle indulgenza verso la mediocrità. È esattamente l’opposto. La cura è una spinta potente verso l’apertura di possibilità, verso la crescita e l’espansione ambiziosa di sé. La cura è uno sguardo fanatico sull’altro, una prospettiva in cui vogliamo vederlo vincere e per questo ci confrontiamo con le sue (e nostre) vulnerabilità. È solo con questo sguardo – per quel che ne so – che si può insegnare e incoraggiare qualcun altro a essere la versione migliore di sé. Avete visto gli agonisti vincere anche grazie al sostegno di chi ha creduto in loro? Gli allenatori, le curve, i fan… Chi vince non lo fa mai solo da solo.