
Tuttə insieme, non molto appassionatamente
Nel gergo aziendale le persone che lavorano sono “risorse umane”. Definizione che tradisce una visione meccanicistica di lavoro e dà vita a un paradosso. Il lavoro, infatti, richiede fisicamente la presenza dei corpi delle persone, ma degli stessi corpi tende a non occuparsene. È una rimozione dei corpi che cancella i loro bisogni. Nascondendone profondità e variabilità.
Nello schema tradizionale del lavoro in presenza - tuttə nello stesso ufficio, stesso orario uguale per tuttə - la differenza dei bisogni dei corpi non trova spazio. Forse solo in qualche battuta sul collega ritardatario e le sue fatiche a scendere dal letto o nei ricordi di proverbiali litigi tra vicini di scrivania nei giorni di aria condizionata. Il tema invece è serio e complesso e influisce sulla produttività, sul benessere e, non ultimo, sulla felicità di chi lavora.
Proviamo allora a entrare nel merito. Partiamo dallo spazio: i corpi hanno percezioni diverse del calore. Ricerche mostrano forti variazioni nella sensazione di caldo/freddo: fattori come età, genere, metabolismo e ciclo circadiano possono causare differenze percepibili di 2–5 °C fra persone che lavorano in uno stesso ambiente. Inoltre, le preferenze termiche cambiano durante la giornata: alcune persone preferiscono ambienti più caldi la sera, in linea con il calo fisiologico della temperatura corporea, mentre a metà giornata tendono a preferire condizioni più fresche.
L’idea di chiedere a persone diverse, con corpi diversi e percezioni diverse, di trascorrere la loro vita lavorativa in un unico ambiente è veramente miope. Dà adito a frustrazioni e sofferenze. Come pensare di accogliere bisogni termici diversi con un unico regolatore climatico centralizzato?
Analizziamo il tempo. Anche in questa dimensione i nostri corpi funzionano in modo diverso, a seconda dei ritmi circadiani. Circa il 40% delle persone è identificabile come mattiniero o serale, mentre il resto si colloca in categorie intermedie. Il cronotipo mattiniero rende meglio la mattina, mentre quello serale al pomeriggio-sera. L’idea di un orario standard, tradizionalmente spostato verso il mattino presto, mette in crisi un cronotipo serale. Perché è un orario artificiale, che impone rigidità e non considera che la varietà delle persone fa sì che le loro prestazioni fluttuino durante la giornata.
Aggiungiamo un’ultima riflessione sul cibo. Anche in questo caso una fascia oraria standard per il pranzo non recepisce la complessità dei bisogni corporei. Siamo biologicamente diversə, abbiamo ritmi diversi. Come pensare che tutte le persone a un certo punto lascino i loro computer per scendere in mensa, tuttə alla stessa ora? Per moltə è una forzatura, un disagio. Orari alimentari standardizzati non rispettano i ritmi metabolici e possono causare squilibrio glicemico e stress.
La variazione dei bisogni corporei è oggettiva. Il modello di lavoro rigido, tradizionale 9-17, ignora le variazioni di temperatura percepita, i bioritmi, il metabolismo e la salute. Un’unica fascia oraria, pausa pranzo inclusa, impone un modello artificiale su corpi che funzionano a ritmi differenti. Un unico luogo di lavoro impone un clima standard a corpi che hanno percezioni diverse.
Il lavoro agile, anche questa volta, è la risposta. La flessibilità oraria, la possibilità di variare il luogo in cui si lavora, riduce il tempo di convivenza forzata e asseconda i bisogni individuali. Migliora produttività e benessere. Poter lavorare in armonia con il proprio tempo, negli spazi più amati, secondo le proprie personali esigenze, sono gli effetti più eclatanti del lavoro agile. Lo dicono le persone, lo ribadisce la scienza.