Corpicorpi

Cosa può un corpo

A cura di Riccardo Basso
25 Set 2025

Nel corso del ‘900 c’è stata una grande valorizzazione, da parte dei filosofi, del corpo e della sua centralità in un discorso etico e politico.

Per tutta una lunga linea di pensiero, che risale almeno a Platone, il corpo era la prigione dell’anima, l’elemento più nobile dell’essere umano, che lo contraddistingue dagli altri animali. Il corpo, secondo questa impostazione, era – a seconda delle sfumature del pensiero – in balia delle passioni, ingannato dai sensi, a rischio di cadere nel peccato, dominato da desideri fallaci e disordinati. Solo l’anima razionale era in grado di garantire un governo di sé e l’accesso a un pensiero lucido quando non anche al vero. Il corpo era qualcosa da dominare, redimere o trascendere.

Con l'età moderna, il corpo ha iniziato a essere oggetto di studio scientifico: sezionato, classificato, misurato. La medicina, l’anatomia e la fisiologia lo hanno progressivamente ridotto a macchina biologica. Cartesio, pur attribuendo all’essere umano una doppia natura, non ha spiegato chiaramente come potessero interagire la mente e il corpo, ipotizzando una misteriosa connessione nella ghiandola pineale. In questa visione, il corpo resta strumento passivo, reificato, da gestire, studiare o correggere: come accade spesso in Occidente, davanti alle dicotomie uno dei due poli è quello nobile (l’anima) e l’altro quello problematico (il corpo).

Nel suo libro La sociologia del corpo, David Le Breton traccia una genealogia della riduzione moderna del corpo a oggetto: dalle prime dissezioni anatomiche del Rinascimento agli interventi di chirurgia estetica contemporanea, il corpo viene progressivamente allontanato dalla soggettività vissuta, fino a essere trasformato in prodotto da modellare secondo standard estetici e funzionali sempre più artificiali. Non sono mancati i pensatori che hanno, su questo sfondo, avuto un approccio diverso. Uno per tutti, Spinoza ha superato la dicotomia anima/corpo, sostenendo che mente e corpo non sono due entità diverse ma due attributi di un’unica sostanza: Dio o Natura. Nel ‘900, è con Husserl, padre della fenomenologia, che il corpo ritorna al centro del pensiero filosofico. Egli distingue tra il corpo oggettivo (Körper) e il corpo vissuto (Leib), cioè il corpo non come massa esterna, ma come soggetto della percezione, veicolo dell’intenzionalità, origine di ogni esperienza. Questa linea è approfondita da Merleau-Ponty, per il quale «noi non abbiamo un corpo, ma siamo un corpo». Il corpo è intelligenza incarnata, che abita il mondo prima ancora del pensiero riflessivo. Lungi dall’essere più considerato un semplice supporto biologico, o peggio ancora un ostacolo alla verità e alla moralità, il corpo è riconosciuto come luogo centrale dell’esperienza umana, crocevia di etica, politica, desiderio e potere.

Molti pensatori del ‘900 ne hanno approfondito la dimensione politica e sociale. Foucault, ad esempio, ha svolto un’analisi del corpo come spazio su cui si esercita primariamente il potere: il corpo viene plasmato, sorvegliato, addestrato e normato da dispositivi disciplinari e biopolitici; non è l’anima a essere prigioniera del corpo ma il corpo prigioniero dell’anima, quest’ultima frutto dei processi di soggettivizzazione e assoggettamento (assujettissement) da parte del potere. Foucault ha aperto poi la strada a numerosi studi, tra cui quelli di Butler su genere e identità sessuale, esiti di effetti performativi di norme culturali che proprio sul corpo agiscono.

Nel suo recente Corpo, umano Vittorio Lingiardi dichiara di avere inserito la virgola nel titolo per invitarci a fermarci e riflettere su cosa sta accadendo oggi ai corpi; da una parte sempre più evanescenti in esperienze virtuali che definisce, con una felice crasi, onlife; dall’altra, oggetto di attenzione estetica e mediatica e teatro della sintomatologia clinica che esprime il disagio.

Il diversity management dovrebbe – a mio avviso – cogliere il suggerimento di Lingiardi e fermarsi a riflettere su come riconoscere ai corpi, nella dimensione del lavoro, la loro unicità, la loro storia, i traumi che li segnano, i loro desideri, le loro potenzialità, riprendendo la domanda che pose Deleuze leggendo Spinoza: Cosa può un corpo?

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