Cosa dice la Legge italiana in merito all’affermazione di genere

Dopo il fallimento del cosiddetto DDL Zan in Parlamento, la proposta di legge - di pochi articoli - che avrebbe considerato reato le forme più gravi di sessismo, omobilesbotransfobia e abilismo, parlare di sesso e genere, specie in una riflessione sulla bellezza, risulta più complicato di quanto non sia mai stato.Tutt* cercano sé stess* nella vita: come dice il preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza americana, tra i diritti inviolabili esiste anche quello alla ricerca della felicità. Questa ricerca è espressione della bellezza e dell’unicità di ciascun* e dovrebbe potersi svolgere in condizioni di libertà e sicurezza: l’appoggio e l’accompagnamento degli altri e dello Stato è una delle più forti manifestazioni di bellezza e solidarietà, dell’esserci gli uni per gli altri.

A volte la ricerca della felicità passa anche dalla ricerca dell’identità di genere e dei corpi che più sentiamo appartenerci. 

Secondo la Corte costituzionale, il diritto all’identità di genere fa parte del diritto all’identità personale garantito come diritto inviolabile della persona. 

La bellezza dei diritti costituzionali (fondamentali, inviolabili, imprescrittibili) sta in ciò: non dipendono dal volere dell’autorità, dal capriccio del singolo, dal potere di questa o quella burocrazia. 

Vanno però attuati, resi concreti.

In Italia, sin dal 1982 la legge riconosce la possibilità di un percorso di affermazione del proprio genere a chi vive una situazione di incongruenza tra il sesso anagrafico assegnato alla nascita e il genere internamente percepito e vissuto. 

Fino al 2018 tale situazione era considerata un disturbo mentale, diagnosticato come disforia di genere ma, secondo la nuova classificazione internazionale delle malattie (ICD-11) dell’OMS, l’incongruenza di genere non è più da considerarsi un disturbo, bensì una situazione non patologica da annoverare nell’area della salute sessuale.  

La legge italiana n. 164 del 1982 fu tra le primissime in Europa a consentire la rettificazione dei documenti anagrafici e l’accesso agli interventi chirurgici, sul solo presupposto esplicito delle “intervenute modificazioni dei caratteri sessuali”. 

Purtroppo, ancora oggi alcuni Paesi dell’Unione europea negano o rendono estremamente difficili questi passaggi: è il caso dell’Ungheria, che di recente ha abrogato la possibilità del riconoscimento giuridico del genere ancorandosi al solo dato biologico, e di altri paesi dell’Europa centrale, che ancora prevedono requisiti assai gravosi come, per esempio, la sterilizzazione forzata. 

A ben vedere, nonostante la legge italiana non si esprimesse apertamente su questo punto, anche in Italia l’interpretazione e la prassi avevano condotto all’obbligo di sterilizzazione per poter ottenere la rettificazione anagrafica. Nella vecchia impostazione, che è durata almeno fino al 2015 anche se aveva cominciato a sgretolarsi vari anni prima per effetto di alcune sentenze di merito, la persona doveva rivolgersi al tribunale per chiedere prima l’autorizzazione a sottoporsi agli interventi; una volta effettuati, doveva ritornare in tribunale per chiedere la modificazione dei dati anagrafici attraverso l’annotazione della sentenza di rettificazione sull’atto di nascita. 

Dal 2011, per effetto di una legge di semplificazione del processo civile, questo procedimento in due fasi  è scomparso e, dopo una importante sentenza della Corte di Cassazione dell’estate 2015, cui si è aggiunta quella della Corte costituzionale dell’autunno dello stesso anno, è scomparso anche l’obbligo di sottoporsi ad intervento chirurgico di riattribuzione di sesso (quello che a livello internazionale era stato stigmatizzato, appunto, come sterilizzazione forzata e che, per esempio in Svezia, ha generato forme di compensazione e riparazione per le vittime). 

Sicché, oggigiorno in Italia la giurisprudenza consente di richiedere la rettificazione anagrafica del nome e del genere anagrafico (maschile/femminile) sul solo presupposto delle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali secondari, per esempio per effetto di terapia ormonale e/o interventi estetici. Per chi lo desidera, l’intervento chirurgico – che deve comunque essere autorizzato dall’autorità giudiziaria – può essere richiesto contestualmente alla richiesta di rettificazione anagrafica. La legge non si esprime invece, né potrebbe farlo, su quali siano i presupposti medico-sanitari per avviare il percorso di affermazione di genere, la cui definizione è rimessa a standard e approcci scientifici nazionali e internazionali, in costante evoluzione ma purtroppo ancora poco attenti alla situazione di persone non binarie poco o per nulla medicalizzate, che percepiscono e vivono una fluidità tra i generi al di là della dicotomia maschio/femmina.  

L’impostazione giuridica, comunque, a partire dal 2015 è nel senso di riconoscere che la legge “in coerenza con supremi valori costituzionali, rimette al singolo la scelta delle modalità attraverso le quali realizzare, con l’assistenza del medico e di altri specialisti, il proprio percorso di transizione” (Corte Cost., sent. 221/2015). Ancora più esplicitamente, la Corte di Cassazione ha affermato che ogni scelta relativa al percorso di transizione non può che essere il risultato di “un processo di autodeterminazione verso l’obiettivo del mutamento di sesso” (sent. n. 15138/2015).

Queste sentenze hanno adottato un’interpretazione della L. 164 che ha consentito di porre chiaramente l’accento, più di quanto fosse mai stato fatto in passato, sui diritti individuali e sull’autodeterminazione della persona, ancorché solo all’interno di una logica strettamente binaria (da cui la maldestra locuzione del ‘mutamento di sesso’). 

Tutto bene, dunque? Purtroppo, nel corso del tempo si è instaurata una prassi medica e giudiziaria che prevede una serie di requisiti, da intendersi come precondizioni per l’accesso ai trattamenti medico-chirurgici (che devono essere autorizzati dal giudice): tra essi spiccano la diagnosi psicologica, la terapia ormonale ed altri ancora. 

Nei ricorsi ai Tribunali si è soliti allegare almeno una relazione psicologica, con la diagnosi di disforia di genere e l’esclusione di disturbi mentali, una certificazione endocrinologica, con la prescrizione della cura ormonale già iniziata e il regolare esito della terapia, e un certificato di stato libero, per dimostrare di non essere sposati.  Se sposat* invece, sarà necessario citare in giudizio coniuge e figli, se ve ne sono, e il matrimonio verrà sciolto ex lege all’esito del procedimento (questo perché la legge italiana, ancora, non ammette il matrimonio fra persone dello stesso sesso, tutt’al più la conversione del matrimonio in unione civile – ma non viceversa…).

Ebbene, in questo contesto appare subito evidente che tanto il dispositivo medico, per quanto attiene all’accertamento dei presupposti e all’accesso ai trattamenti, che quello giuridico, per quanto attiene alla rettificazione anagrafica e all’autorizzazione agli interventi, sottopongono la persona trans (considero questo un termine ombrello, omnicomprensivo, anche se purtroppo ancora stigmatizzante) a molteplici vagli di varia natura, spesso lunghi e dispendiosi. Questa impostazione, che culmina nel vaglio dell’autorità giudiziaria per ottenere la rettificazione dell’atto di nascita e l’aggiornamento dei documenti di identità personali, è il portato del fortissimo stigma che in passato ha considerato le persone trans come folli, deviate, criminali, legittimando una lunghissima serie di abusi che ancora non si è arrestata, nonostante gli organismi europei per la protezione dei diritti umani abbiano posto chiaramente in luce, perlomeno nell’ultima decade, che è necessario porre fine a sì manifeste violazioni dei diritti. 

Se la prassi medica e le norme giuridiche ancora richiedono parecchi passaggi per arrivare alla sentenza del giudice che disponga la rettificazione di attribuzione di sesso (per usare la terminologia della legge italiana), si sono però diffuse alcune buone prassi che mirano sostanzialmente ad ‘anticipare’ gli effetti della sentenza nella gestione interna dell’identità personale di alunni, studenti, lavoratori e lavoratrici dipendenti, atleti e atlete. È questo il caso della identità o carriera alias, che si è diffusa in alcuni istituti superiori o università, aziende, società sportive come strumento di riconoscimento delle differenze e inclusione delle persone trans a prescindere da, o perlomeno in attesa della sentenza che ufficializzi la rettificazione anagrafica. Non dimentichiamo che il percorso medico e quello legale possono durare anni e che questa situazione espone le persone trans, specialmente in questo lasso di tempo, ad una serie di possibili abusi, discriminazioni e violenze, specialmente laddove l’aspetto fisico non corrisponda più a quello risultante dai documenti di identità. Ricordiamo infatti che per la legge italiana il nome proprio della persona deve corrispondere al sesso, sicché, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, in Italia non è possibile adattare solo il nome o la fotografia sui documenti alla identità vissuta e manifestata socialmente, al di fuori del complesso iter giudiziario che abbiamo visto. 

Il carattere di rigidità che l’attuale impianto imprime al riconoscimento ufficiale dell’identità di genere, inoltre, si salda con l’uso pervasivo dei marcatori di genere in tantissimi ambiti della vita pubblica e lavorativa, essendo il “sesso anagrafico” alla base del funzionamento di parecchi enti pubblici o datori di lavoro: pensiamo al codice fiscale, alla posizione previdenziale, all’anagrafe sanitaria, alla composizione delle liste elettorali, agli istituti educativi e di istruzione, solo per citarne alcuni (evidentissimo il problema con il Green Pass). È chiaro che introdurre maggiore flessibilità sia nella registrazione che nell’uso dei marcatori di genere, tanto nella sfera pubblica che in quella privata, diffondere l’uso dell’identità alias e, in maniera ancora più incisiva, ripensare la necessità di autorizzazione del tribunale, sono passaggi che consentirebbero alle persone trans di esercitare effettivamente il proprio diritto all’identità personale e all’autodeterminazione in tutte le sfere della vita. Non sarebbe questo, ancor più, un modo di concretizzare la ricerca della felicità e la bellezza dei diritti costituzionali?

Matteo Bonini Baraldi 

è avvocato del Foro di Bologna. 

È stato funzionario dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali a Vienna ed è anche consulente e formatore. Nei momenti liberi apprezza la musica, la lettura, l’orticoltura e i viaggi. Il sito web del suo studio professionale è www.studioboninibaraldi.it e la sua email avvboninibaraldi@studioboninibaraldi.it. 

Ha curato con il MIT – Movimento Identità Trans la stesura della piattaforma per il superamento della L. 164/1982 sulla rettificazione di attribuzione di sesso, che può essere consultata sul blog del MIT all’indirizzo 

https://mit-italia.it/una-proposta-di-piattaforma-per-la-riforma-della-legge-164-82/.

Nel 2022 verrà pubblicato il suo studio per il Parlamento europeo sulla prima strategia UE per i diritti LGBTIQ.

Sottoporsi a un’operazione chirurgica per allineare il proprio corpo alla propria percezione dell’identità di genere. Un percorso continuo di “ricerca della bellezza” quello del mondo “trans”, diffusa abbreviazione che fa riferimento alla condizione di chi avverte di appartenere a un genere diverso rispetto a quanto registrato all’anagrafe. 

La questione è attualissima e va a svilupparsi lungo due binari fondamentali: il supporto medico-chirurgico e la sfera psicosociale. D’altronde l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e, precisa, “non semplice assenza di malattia”.

Chiamare in causa la medicina vuol dire, nel caso specifico delle persone transgender, riferirsi alle terapie ormonali che si sommano agli interventi. Le relative protesi possono variare per corporature e, soprattutto, esigenze differenti: non esiste un unico canone di bellezza, ma siamo dinanzi a una concezione che cambia a livello individuale. Basti pensare all’occupazione professionale, e a molte altre motivazioni, che possono spingere a scelte diverse fra loro. 

Per fare luce sull’argomento abbiamo interpellato il dott. Gennaro Selvaggi che dirige l’Unità per l’Affermazione di Genere presso il Sahlgrenska University Hospital di Goteborg, in Svezia mentre, in Italia, collabora con alcune università e società specialistiche. La sua équipe conduce 160 operazioni l’anno che comprendono vagino-plastiche, fallo-plastiche, mastectomie, mastoplastiche additive, e riduzioni del pomo di Adamo: termini che attengono alla ricostruzione di organi sessuali o alla modifica di parti del corpo legate a un particolare sesso. 

La sensazione, che apprende da chi si rivolge a lui, è una ricorrente voglia di rinascita, a maggior ragione dinanzi a discriminazioni, difficoltà burocratiche e vuoti normativi. Nelle visite preoperatorie è solito mostrare delle foto relative, rispettivamente, alla situazione attuale del corpo e all’obiettivo a cui mirare. A sua volta raccoglie le preferenze delle persone che gli mostrano “modelli” a cui potrebbero ispirarsi. Tante sono le domande sulla riuscita finale e si rivela centrale la rete di amicizie a cui si ricorre per ricevere consigli e testimonianze. 

Nell’intento di approfondire come evolve il concetto di bellezza nel perseguimento dell’identità di genere, è importante fare alcune distinzioni. Il dottor Selvaggi è un chirurgo plastico ricostruttivo e ci spiega come la chirurgia estetica sia solo un aspetto della sua disciplina. Dunque, oltre a tutto ciò che concerne, ad esempio, la crescita o la diminuzione della barba, non bisogna perdere di vista lo stato complessivo, la sensazione di sentirsi a proprio agio. Perché, aggiunge, la bellezza si può trovare all’interno di sé, ma anche nelle relazioni familiari, a scuola o in ufficio.

Non a caso, alla base del discorso, c’è la “disforia di genere”, malessere diffuso che ha una sua diagnosi ampiamente codificata a livello scientifico. Ecco che è utile considerare la bellezza a 360 gradi poiché non è solo qualcosa di esteriore, bensì una qualità che attiene all’anima e a una serenità tanto cercata nel corso degli anni. 

“Se il problema fosse puramente estetico - fa presente il dott. Selvaggi – non ci sarebbe accesso alle cure offerte dal sistema sanitario nazionale o dalle compagnie assicurative. Mentre l’intervento per la affermazione di genere rappresenta una reale soluzione all’incongruenza tra il genere assegnato alla nascita, ossia maschio o femmina, e il genere in cui la persona stessa si identifica crescendo”.
La questione non è soltanto anatomica o scientifica, ma ha in sé tratti sociali e politici: alla scienza, quindi, si accompagna il versante umanistico e la maturazione di una crescente sensibilità sul tema.

“In tale direzione – ci racconta il dottor Selvaggi - in Svezia ho notato una maggiore apertura rispetto all’Italia, e un accesso più facile alle cure, dovuto a una diversa organizzazione e ripartizione delle risorse che sono a disposizione dello Stato”. È necessario sicuramente fortificare le famose “soft skills”, perché nel settore sanitario possono e devono avere un ruolo rilevante le relazioni e una buona dose di empatia. L’armonia può essere raggiunta nell’incontro tra saperi apparentemente distanti per arrivare così a un’umanizzazione della cura. La bellezza è uno spettro, nel quale trovare il proprio posto, e l’aspirare ad essa diventa, almeno in parte, sinonimo di una costante ricerca della felicità.

Emanuele La Veglia

1992, laureato in editoria, culture della comunicazione e della moda, giornalista professionista

Siamo ciò che siamo o siamo ciò che vogliamo essere?

Nel gennaio del 2015 Alessandro Michele debuttò alla guida di Gucci con una collezione che ha aperto un nuovo orientamento nel mondo della moda maschile: tuniche fiorate, bluse con il fiocco al collo… I ventenni di allora non fecero neanche un plissé e si ritrovarono immediatamente in quello stile; gli adulti, invece, osservavano spaesati interrogandosi su chi si sarebbe potuto vestire in quel modo nella vita di tutti i giorni.

Tutto ciò accadeva sette anni fa, in un periodo in cui il dibattito filosofico e sociologico aveva già da tempo messo in discussione molti assunti e molte convenzioni che hanno caratterizzato il conformismo e gli stereotipi della cultura europea e occidentale della seconda metà del XX secolo.

Oggi nella moda parlare di genderfluid è un concetto sdoganato; il confine tra moda maschile e femminile continua ad esistere, ma i comportamenti di acquisto dei consumatori mostrano una maggiore libertà nel transitare tra capi femminili e maschili a prescindere dal fatto che questa scelta sia legittimata da brand con collezioni ad hoc.

La questione di cosa sia portabile, dal punto di vista dell’abbigliamento, ha origini profonde: tutta la storia dell’umanità poggia sull’idea che il sesso biologico determina in maniera definitiva il genere di un individuo. Per la nostra cultura, soprattutto la cultura borghese, disporre della certezza rassicurante di individui, che nella loro natura biologica sono definiti intrinsecamente rispetto alla loro funzione specifica (maschile e femminile) nel contesto sociale senza tener conto del loro orientamento sessuale, garantisce forme “implicite” e antropologicamente strutturate per orientare e controllare i comportamenti e le relazioni.

Il tema è stato messo sotto analisi e giudizio a partire dagli anni ‘70 dalla lucida e spietata analisi di Michel Foucault che, con “Sorvegliare e punire”, ha aperto uno sguardo divergente e innovativo nel mostrare quanto il potere istituzionale utilizza forme di controllo, punizione e rieducazione per garantire che comportamenti devianti dagli standard sociali non facciano vacillare uno “status quo”, utile ad assicurare la replicazione di modelli di relazione e di potere funzionali alla società stessa.

Il paradigma, secondo Foucault, si riferisce non solo alle forme di devianza sociale su cui è auspicabile che si applichi (criminali, assassini, truffatori, ecc.), ma anche a quelle che riguardano degenerazioni psichiche e trasgressioni di genere, che negano il binomio di una relazione strutturale tra sesso biologico e genere.

Credo che non occorra essere antropologi o filosofi per ricordare quanto anche in un passato recente le istituzioni (scuola, ospedali, famiglia, esercito, religione, ecc.) abbiano svolto “istintivamente” e in maniera convergente azioni di formazione e rieducazione per garantire la continuità del paradigma.

Lo dimostra quanto fu dirompente, per la cultura italiana, la pubblicazione nel 1973 del libro “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti, prima sostenitrice nel panorama italiano del concetto che la tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori “innati”, bensì ai “condizionamenti culturali” che l’individuo subisce nel corso del proprio sviluppo. Nella riflessione dell’autrice la società e la cultura, alle quali apparteniamo, si servono di tutti i mezzi a disposizione per ottenere dagli individui di entrambi i sessi il comportamento più adeguato ai valori che si impone di conservare e trasmettere: fra questi anche il “mito” della “naturale” superiorità maschile contrapposta alla “naturale” inferiorità femminile. 

La critica, contenuta nel testo di Gianini Belotti, indica una nuova visione rispetto al ruolo educativo delle istituzioni che “non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene”.

Nella nostra cultura questo focus ha impiegato cinquant’anniper divenire un principio teoricamente riconosciuto e condiviso, ma ancora non interiorizzato né naturalizzato. 

Viviamo un’epoca in cui il linguaggio è quotidianamente intriso di espressioni svalorizzanti rispetto alla classificazione di individui che non soddisfano i requisiti di una cultura orientata al riconoscimento dell’eterosessualità come valore e strumento per replicare gerarchie di potere nella società.  

Il pensiero strutturalista (Foucault e Lèvi-Strauss) ha posto l’accento su quanto i comportamenti individuali sono determinati dalle strutture in cui l’individuo si trova ad agire e le riflessioni post strutturaliste di Derrida sull’indefinibilità dell’Essere attraverso il linguaggio hanno reso molto evidente che la presenza di strutture metafisiche e fondanti l’analisi della realtà debba essere sottoposta a un processo di decostruzione della “metafisica della presenza”, fondamento della filosofia occidentale, per costruire paradigmi più pertinenti rispetto alla complessità antropologica e fenomenologica. 

Detto in termini più concreti, il tema con cui ci misuriamo riguarda l’incapacità del nostro mindset di osservare il contesto in cui viviamo, decostruendo i paradigmi, ovvero le strutture con cui siamo formati a descrivere quello che vediamo in una prospettiva di giudizio di valore: questo processo, tuttavia, non riguarda semplicemente l’approccio soggettivo (dell’individuo) alla materia d’indagine, poiché ciò che accade alle “strutture” costituisce la cultura di un’istituzione; quindi è attraverso la trasformazione delle stesse strutture che è possibile generare un cambiamento collettivo capace di riconoscere e includere la differenza anche nelle istituzioni. 

Fluide vertigini intorno a “Orlando” di Virginia Woolf

Alla genealogia della fluidità alcune opere d’arte hanno anticipato i tempi e le percezioni, anche in epoche in cui l’omosessualità era bandita, rimossa e criminalizzata. Era l’anno di grazia di Nostro Signore 1928, quando Virginia Woolf dette alle stampe nella pudibonda e omofoba Inghilterra presso la sua raffinata Hogarth Press Orlando, con in copertina, in nitido bianco e nero, un gentiluomo in armi con spada snudata e uno scudo con scene di caccia. 

Quella che è stata definita: “la più lunga lettera d’amore al mondo” è la sua opera più felice. Già dal titolo esprime la necessità di esplorare il mondo in tutte le sue meno prevedibili rifrazioni, al di fuori della comfort zone delle più consuete relazioni sociali. 

È una trama personale di amori sotto falso nome, in una sequenza strepitosa di travestimenti, connessi in primo luogo alla protagonista, Vita Sackville-West amatissima da Virginia. All’epoca del loro incontro Vita era da tempo un bestseller, e un personaggio assai noto per le sue eccentricità nella High Society. Oggi poche delle sue opere sono ancora in circolazione.

Dama dell’aristocrazia, dal portamento regale e dalla lingua aguzza, amava gli abiti di velluto da caccia e i travestimenti clamorosi da caballero, in omaggio alla sua favolosa bis nonna “flamenquera” Paquita a cui dedicò un appassionato libro, del 1937, noto da noi come Malagueña. Memorie di una ballerina. L’anno prima di Orlando Vita aveva pubblicato Incomparable Astraea,magnifico saggio dedicato da Vita alla drammaturga e romanziera barocca Aphra Behn, figura clamorosa di ribelle delle lettere che senz’altro risuona in alcuni capitoli di Orlando. 

La dimensione principale della aristocratica dama era d’altra parte il giardino, quel paradiso domestico di Sissinghurst, mantenuto in vita dagli “scellinatori”, che pagavano appunto quell’atteso obolo per visitare la tenuta e i suoi giardini. 

La scrittrice vi si dedicava maniacalmente: i fiori erano personaggi delle sue pagine, come il magnifico poema The Garden (da poco edito da Elliot). La bella signora, che come molti britannici si recava a Parigi con frequenza per poter vivere alla sua maniera, là poteva indossare alfine con libertà i desiderati abiti maschili. 

Ella aveva da sempre un ménage con Harold Nicholson, diplomatico, che come molti altri nella rigida e soffocante High Society inglese,  favoriva quella relazione che - con un termine rubato a Henry James - veniva definita un “Boston marriage”, ossia una relazione tra due persone omosessuali che metteva a tacere gli attacchi di una comunità pettegola quanto violenta. 

Orlando, come Tiresia, ha il talento di mutare di sesso nel corso dei secoli e il sottotitolo del volume A Biography vuole definire la definizione di una nuova persona che sfidi le appartenenze di genere. Sullo sfondo c’è anche un’altra signora mirabile, Violet Trefusis, figlia illegittima del re Edoardo VII, che visse nel jet-set con la formidabile madre buona parte della sua esistenza. 

A lei spetta il ruolo della infedele principessa Sasha, fascinosa e mutevole, che promette eterno amore al paggio della regina Elisabetta I, per poi fuggire verso il suo lontano reame di Moscovia. Vita e Violet avevano celebrato il loro amore, prima che Virginia entrasse nel quadro. Madame Trefusis, che visse per buona parte della sua esistenza sulle colline fiorentine, alla magnifica dimora dell’Ombrellino, a Bellosguardo ebbe relazioni con entrambe. La sua versione del tumultuoso affaire è in Broderie anglaise, scritto in francese tra il 1939 e il 1945, in cui rivisita gli eventi dal suo pungente punto di vista. Le epoche si susseguono in Orlando per celebrare un unico amore, che avvolge il narratore e il narrato in un nastro rosso fuoco di passione. Ariostesca è la tensione della storia, come denota il titolo che allude scherzosamente a trame cavalleresche, finché nella nuova identità femminile Orlando troverà il successo con il poema a cui attende da tutta la sua lunghissima vita, La quercia, che reca un titolo che sarebbe perfetto per numerose opere di Vita Sackville West. Lo scandalo nel 1928 mancò perché madama Woolf stemperò i risvolti più pungenti, favorendo la féerie e l’incantamento. 

Sullo sfondo divampava intanto il clamore travolgente de Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall, uscito quasi in contemporanea a Orlando, in cui l’omosessualità era dichiarata come un grido di rivolta. Per l’autrice, e per la sua compagna, Lady Una Troubridge, fu l’ostracismo e l’esilio in Italia, a Sirmione. Nel fascinoso film di Sally Potter (1992) una scena illustra chiaramente la vertigine dei sensi che Orlando ha pionieristicamente raccontato. Quentin Crisp, icona gay britannica, autore del notevolissimo A Naked Civil Servant, celebrato da Sting in An Englishman in New York, interpreta la regina Elisabetta I, di fronte a Tilda Swinton, in veste di melanconico vagheggino, con Jimmy Somerville che intona su toni acutissimi una melodia in veste di anfelo. La fluidità, un trentennio addietro non era nominata in questi termini, ma la regista britannica ne ha offerto un’icona. Non per caso oggi molte sono nel mondo le associazioni o i festival che si intitolano al personaggio del romanzo di Virginia Woolf.

Cosa sia la bellezza è un mistero. Almeno per me. Ogni civiltà, ogni tempo, credo abbia, in buona parte inconsapevolmente, ereditato e assorbito propri canoni. Noi occidentali, cresciuti a pane e autostima (siamo sempre i “migliori”, si sa) benché ci riteniamo democratici e liberi, siamo rimasti intrappolati in quell’ideale di bellezza, di cui millenni di storia e storie, miti e leggende, tradizioni e teorie, ci hanno nutrito. Lo abbiamo ingurgitato, digerito, introiettato. Da allora ed ora ci è tatuato addosso. 

Siamo tutte e tutti vittime e figli di Alcibiade: l’inafferrabile ci tiene ancora in pugno. Perché è da lì, da quel mondo di eroi, belli e invincibili, che si arriva all’#uomochenondevechiederemai: quello che non riusciamo proprio a scrollarci di dosso (e che ha colpito nel segno anche #sonoBondJamesBond). 

Nel tentativo di rendere il nostro ideale assoluto, abbiamo attinto a piene mani al pensiero dei Greci antichi, ipotetici (molto ipotetici) depositari di saggezza infinita, esattamente come stimiamo noi stessi, donne e uomini plasmati della stessa pasta di Alcibiade. Omologati e uniformati a quell’unico modello che abbiamo messo, come un simulacro, nel nostro Olimpo, scalzando ogni altro fenotipo discordante. 

L’Acropoli, il Discobolo, il David, la Primavera, Bel Amì, Barbie… tutt*molto bell*… ma ancora ha un senso, nel tempo dei selfie taroccati, filosofeggiare sulla bellezza? O, proprio perché nel tempo che più sta patendo la schiavitù dell’immagine consumata fino al logorìo, ha una ragione parlare di bellezza, per riappropriarsene (o finalmente, appropriarsene) e farci ognuno modello di noi stess*? 

Riavvolgiamo il nastro fino all’origine di tante frustrazioni. Alcibiade (non me ne voglia…), figlio di Clinia, fu celebre uomo politico e generale ateniese della seconda metà del V sec. a.C. Un pessimo inizio, se vogliamo parlare di bellezza. Il fascino della divisa (ma i Greci in guerra non indossavano uniformi!) ha il suo perché. Sì, ma un politico... siamo al minimo del glamour! Il fatto è che Alcibiade, oltre che di famiglia nobilissima (era un perfetto kaloskagathòs, tipica espressione che indica la completezza, la perfezione di un uomo “ben nato” e che generazioni di studenti destinati alla bocciatura hanno tradotto con “bello e buono”), ricchissimo e - come negarlo - anche straordinariamente intelligente, era oltremodo bello. Non comunemente bello: bellissimo. Da bambino, da giovane, da adulto. Vecchio non lo divenne: morendo a 50 anni, gli Dèi gli risparmiarono paturnie alla Dorian Gray. 

Di questa sua avvenenza ci parla Plutarco, la conferma Socrate e, con lui, diversi altri personaggi dei dialoghi platonici. Tecnicamente, queste non sono prove. Triste a dirsi, non abbiamo la benché minima idea di quale fosse l’aspetto di Alcibiade. Non abbiamo ritratti, se non tardi e del tutto stereotipati, non abbiamo vere descrizioni del nostro uomo. Tanto rumore per nulla. Seguiamo da millenni piste piuttosto vaghe… una notevole prestanza fisica, un delizioso difetto di pronuncia (sostituiva la “elle” alla “erre”), un’oratoria ammaliatrice ed esitante quel giusto che basta, un look eccentrico e ricercato abbastanza da far sognare i concittadini a spasso per Atene. Ma non conosciamo alcun particolare del suo volto: per immaginarlo potremmo rifarci, in modo del tutto arbitrario e pretestuoso, al Discobolo di Mirone. Piaceva a tutte e tutti, questo sì. Rudi spartani e molli persiani compresi. 

Era un fantastico Zelig (vedi il capolavoro di Woody Allen), a tal punto che Plutarco, nella Vita dedicata al nostro, lo definisce “camaleonte”, per una straordinaria capacità di adeguarsi perfettamente all’interlocutore. Meravigliosa dote di flessibilità o grave disturbo di personalità? 

Questo se lo domandavano già gli antichi, perché è un conto è aspirare all’approvazione altrui, ma trasformarsi, annichilendo la propria personalità e il proprio aspetto, per soddisfare le altrui aspettative… è altra cosa. Ciò, per la verità, basterebbe a muovere riflessioni sulla labilità del concetto stesso di bellezza. Cosa facciamo, dunque, da millenni? Tendiamo a una caricatura da fumetto? Nessuno è mai stato così, suvvia. Eppure, non una parola di quanto scritto, è contestabile. 

Le difficoltà che abbiamo noi ad immaginarlo sono le stesse che avevano gli Ateniesi ad averlo come concittadino. Un garbuglio davvero paradossale: la democrazia - lo sappiamo quasi tutti - si basa sul concetto di eguaglianza, ma come si fa a venire a patti con un #angelocadutodalcielo del genere? L’unico in grado di sintetizzare questa contraddizione di fondo fu Aristofane (ah... i poeti!), che ne Le Rane, tardo capolavoro della sua produzione, ricordando che gli Ateniesi “lo bramano, lo detestano, vogliono averlo”, fa dire niente meno che ad Eschilo, il grande tragediografo ripescato da Dioniso nell’Ade: “Non si deve allevare un cucciolo di leone in città; ma se lo si alleva, ci si deve adattare alla sua indole”. 

Come a dire: abbiamo posto noi l’idolo sull’altare, abbiamo noi partorito il mostro, e siamo finiti sotto il suo giogo. Con la macchina del tempo potremmo dare un’occhiata all’Atene della guerra del Peloponneso: c’era parecchia gente interessante e forse Alcibiade neppure era tanto bello. Troppo nauseante come bellezza, troppo carica di perfezione. Poco importa, visto che tanto costui continuerà, come la bellezza, a essere inafferrabile... finché non spezzeremo la catena della dipendenza dall’inesistente, finché non la finiremo di misurarci con l’imponderabile, di rincorrere l’irraggiungibile, qualsiasi colore, forma, diversità saranno letti come errori della natura, inciampi da correggere, divergenze da recuperare. Cosa sia la bellezza è un mistero. Ma la mia bellezza vorrei fosse democratica e libera. Quella di un occhio verde e uno viola che ci rende speciali. Reali a tal punto da sentirci vivi. 

di Davide Sapienza

Il monumentale Horizon (che uscirà in Italia a fine anno per Black Coffee Edizioni), frutto di decenni di viaggi e riflessioni sul destino dell’umanità e sul rapporto tra culture e geografie, Barry Lopez offre esempi da tutto il mondo per comprendere la relazione tra i paesaggi interiori, la bellezza, scritta come un codice dentro Homo Sapiens, e l’immaginazione come strumento per elaborare il futuro dell’umanità. Durante un campo archeologico sull’isola Skraeling nell’Artico canadese, Lopez racconta di una riflessione particolare sulla cultura Thule, progenitrice degli Inuit, giunta nell’area intorno al 1000 d.C. Ci parla dei loro sogni: «Se avessi voluto domandare ai Thule come gestivano l’oscurità che arrivava con il crepuscolo d’autunno, e in cosa riponevano la loro fiducia, avrei voluto sapere anche la forma dei loro sogni. Una volta calato l’inverno, come cambiavano i sogni? Antropologi e archeologi ipotizzano che nell’oscurità invernale i Thule dormissero molte ore e che i lunghi sonni aprissero vasti paesaggi onirici in grado forse di funzionare in modo simile ai cicli dei miti. Nell’epoca moderna abbiamo meno familiarità con i paesaggi onirici e i nostri sogni vengono troncati dal bisogno di alzarsi e di uscire: è il ritmo imposto alla vita quotidiana dagli orologi. Secondo Shakespeare “il secondo sonno” arrivava dopo il periodo di veglia che seguiva il “primo sonno”, intervallo in cui i compagni di letto parlavano dell’immaginario dei loro sogni, un’intimità che l’avvento del razionalismo fece svanire. Parlando dell’utilità dei sogni, la sfida non è tanto se rifiutarli per privilegiare la verità logica offerta dalla mente razionale, ma immaginare una conversazione tra l’immaginazione e l’intelletto, in grado di produrre una visione utile che il solo intelletto non saprebbe riconoscere e che la sola immaginazione non è in grado di creare». 

Fu proprio il capolavoro di Barry, Sogni Artici, ad aprire molti paesaggi interiori e geografici per me e per i miei viaggi: quel taglio nell’orizzonte dove lasciare fluire l’immaginazione e il desiderio per plasmarli in nuove visioni. 

Anni fa, insieme a un gruppo di Inuit, fummo colti dal whiteout e ci fermammo ad attendere. Sulla pista che seguivamo, tra rocce primordiali e levigate, mura di ghiaccio marino e il freddo di inizio primavera, osservando il biancore provai un brivido. Era come se avessi colto una sorta di bellezza che risuonava vera e rivelatrice. 

Era un messaggio più grande, l’essenza stessa del viaggio che avevo intrapreso senza uno scopo preciso, se non quello di essere lì. 

Era una soglia che si apriva e mi faceva capire meglio il rapporto con queste persone così lontane da me. Così scrissi: Da vicino, vedi lontano - oltre quel tempo che ancora non esiste. Loro, un popolo capace di sopravvivere tra i ghiacci così a lungo, convinti fino a due secoli fa di essere soli al mondo, come i loro antenati Thule, avevano conosciuto e affrontato ogni giorno il tempo che ancora non esiste(va) perché conoscevano il proprio paesaggio, onorandolo e accettandolo. Il loro futuro era nel ciclo della vita. 

Ho viaggiato a lungo nel basso e medio Artico norvegese, dove la presenza umana è stabile da millenni. E ho colto spesso la sensazione che nonostante la rarefatta presenza umana, essa sia messaggera di qualcosa che va preso in considerazione per riconsiderare il nostro destino comune. La mia guida è da anni luce artica, o una mia idea di essa, a definire i contorni del mio lavoro di pratica geopoetica.

Questa luce è il sistema linfatico della comprensione di un immaginario dal quale estrarre essenze da offrire agli altri: quella luce potente, la profondità del paesaggio, la vividezza delle sue risposte mi hanno convinto che il paesaggio deve avere assoluta priorità nel presente. Questa espressione prettamente umana, ha formato l’umanità come la conosciamo e non è solo un’immagine o un’estetica, bensì un lasciapassare. 

Abbiamo privilegiato la nostra vista, ma il paesaggio parla a ognuno dei nostri sensi e con quelli ci chiede di lavorare. La luce ci plasma, come il paesaggio, pervadendo mente e corpo. 

La luce artica è la fibra ottica del tessuto linguistico, è lana grezza da trasformare in tessuto, come gli elementi che compongono il paesaggio. Chiarisce in quale punto dello spazio mi trovo e come mettere in relazione pensieri e intuizioni. Il territorio e la sua morfologia agiscono sulle connessioni neurologiche, interagiscono con le percezioni, le emozioni, i pensieri e con un’idea geografica che va oltre il pensiero, liberando lo sguardo da inibizioni, rendendolo poetico. 

È a quel punto che il pensiero si fa parola e, di riflesso, comunità e paesaggio umano. Per raccogliere l’eredità di Homo Sapiens, quello capace di partire da un punto dell’Africa e diffondersi nel mondo creando culture, tecnologie e manufatti strabilianti dobbiamo continuare a dimostrare di saper scegliere un destino comune fatto di condivisione e di bellezza, il carburante di questo cammino. L’emozione dei primi antenati fu forse quella che impedì di fermarsi alla superficie di ciò che percepiamo. E il pensiero trasformò tutto ciò in un veicolo che ancora non si è fermato, ma solo trasformato. 

Nel mondo artico, che ancora conserva largamente aspetti sconosciuti del nostro rapporto con la geografia, il viaggio è l’immateriale porta della luce che schiude gli elementi di un paesaggio fantasticato, desiderato, vissuto. Oltre la soglia, ci siamo noi a definire l’estensione del viaggio, individuale e comune. 

Mai come oggi questo viaggio si espande in un orizzonte globale e va compiuto con maggiore consapevolezza: la conversazione tra la mente, il corpo e il paesaggio richiede pause, quegli spazi necessari alla elaborazione di ciò che verrà. E ciò che verrà dovrà essere una lingua comune, una totale presa di coscienza che la bellezza è anche questo unico popolo che vive sulla Terra. Il cui destino è comune. 

Talita Ramos Erickson is the new Chief Legal & Compliance Officer and Chief D&I Officer at BARILLA GROUP. Let’s meet her today!

Tell us about your background – how did you start your personal journey on D&I? 

I was born and raised in Brazil, right at the border with Argentina and Paraguay, in a very beautiful place called Iguazu Falls. 

The place is not only beautiful because of the nature, but also because of the vibrant and diverse culture that you find there. Tourism is key in that area, so there are people from all over the world and a very welcoming approach to all from the local community. 

I was raised around diversity: non-traditional gender roles, sexual orientations, ethnic groups, races, religions, etc. After high school, I went to another city to pursue a law degree and later started working in-house at a multinational American food company. I was sent to the United States on assignment, and that was the first time that I felt what it is like not to be in “the majority group”. 

In Brazil I was white, middle class, and at that point I could not see a lot of the sexism/misogyny that I had already internalized. In the US I got the “Latina” label, and that was the start of my personal journey of self-awareness around my identity and where it places me in the structures of power in society. Fast forward to today, and after living /working/ studying in many countries (as well as frequent leisure travel), all these experiences have allowed me to have a much better idea of who I am, how others are different from me, and I am constantly learning how to respectfully navigate this gap. 

How did you become Chief D&I Officer for Barilla?

I am a lawyer by training. I joined Barilla in 2012 as the in-house counsel for the Americas, which included key markets such as the U.S., Canada, and Brazil. Barilla is a global Company, but not a large one (only around 8,500 employees), so this environment allows our people to stretch their skills and try new things. When our D&I Board was created in 2013, I was known as being very passionate about D&I. Passion was the reason I was asked if I would like to lead our D&I Board, which was a challenging question for me since I was over 7 months pregnant with my first child! The opportunity was presented to me by a very skilled and empathetic HR person, who told me I should say yes or no based on what I would like – not the uncertainty I was feeling about my future as a new mom – and that the company would support me through anything I decided to do, including if things did not work for me and I wanted to change things later. I said yes and with an immense amount of support from some wonderful Barilla people, I was the first Chief D&I Officer for the Company from 2013 to 2016. 

That was our “Season 1” of D&I at Barilla, which was all about laying (or building) the foundations and basics and engaging top leaders. From 2016, another member of the D&I Board took over the role, Kristen Anderson. 

Kristen led our D&I Board during our “Season 2” (2016-2021) and under her leadership our program went wide, engaging over 1.300 employees in numerous D&I areas and culminating with Barilla being awarded the prestigious Catalyst Award in 2021. At that point I was wrapping up another non-legal assignment as head of Barilla’s restaurant division, and I was asked to move to Italy as Kristen and our Global Chief Legal & Compliance Officer were transitioning out of the company. I feel very lucky to now be responsible for both roles – Chief Legal & Compliance Officer and Chief D&I Officer (leading our “Season 3”), which gives me the opportunity to keep making a positive difference in our organization. 

You recently relocated to Italy with your family. Any personal observations on D&I challenges that are somewhat unique to Italian culture?

First, I have to say that I really enjoy how Italian culture feels “like home” to me. Similarly, to Brazilians, Italians are generally warm, caring, and personable. I also appreciate how people here seem to prioritize enjoying life – spending time with family and friends, good food, culture/arts, and of course all the beautiful natural and historical sights. 

As it often happens, challenges come as the other side to something positive. 

I observed and heard from many Italian colleagues/friends that while Italian culture generally values what is aesthetically pleasing, la dolce vita and the notion of beauty, there can be an implication of pressure to conform that can come with that – whether it be place, person or thing (fare bella figura).  

When referring to people, I have heard stories of people having fear of being judged which has driven them to hide when they struggle with depression, anxiety, alcoholism or domestic abuse, as they feel afraid to share with others something that is not “beautiful” or positive. As a business leader, that is particularly challenging as it goes beyond the individual wellbeing of people in the workplace, but also into organizational behaviors where people are not comfortable having difficult conversations (including about performance/potential), or acknowledging and learning from mistakes. 

Any other key challenges that you see when it comes to D&I and beauty? 

Yes, one that comes first to mind is the definition of what is considered beautiful by media and advertising standards. We are seeing brands doing wonderful work on inclusive beauty, developing targeted products and showing greater diverse representation in ads (beyond people who are white, able bodied, young, binary, uncommonly thin, etc). I see this from everyday brands to luxury products. I think brands are moving in this direction because customers and consumers are caring more and more about beauty being subjective, diverse, real and authentic. Seeing this inclusive change makes me optimistic about the future.  

Non mi piace la bellezza di serie. Non c’è bellezza senza qualche stranezza.

(Karl Lagerfeld)

Un grande film deve molto ai protagonisti come ai comprimari. Chi non ricorda, in The Wolf of Wall Street, la scena in cui il cameriere (un po’ imbranato, diciamocelo) chiede a Leonardo Di Caprio quanto costi la sua auto in bella vista? Ebbene, quel cameriere goffo diventerà di lì a breve uno dei collaboratori più fidati dello spregiudicato uomo d’affari contribuendo, in maniera determinante, alla scalata verso il successo della società da lui fondata (successo intorbidito da una modalità disonesta per arricchirsi). 

Jonah Hill mi colpì proprio per la discrasia tra il suo aspetto (un po’ da inetto) e il suo fare (poco raccomandabile). E ricordo bene di essermi molto divertito (con me stesso) ad interrogarmi su questo disallineamento: perché un buono a nulla non poteva anche essere audace fino a diventare pericoloso? La cosa mi piacque, mi divertì, la trovai giusta (per noi spettatori). Evidentemente Jonah Hill era un po’ nel mio destino, perché l’ho ritrovato in un film molto interessante (True Story) in cui gioca la parte di un ottimo giornalista screditato per aver lanciato uno scoop senza fonti certe e che, per riscattarsi, si mette a scrivere la storia di un uomo accusato di aver sterminato la famiglia. Anche in questo caso, per Hill, un ruolo fuori dagli schemi, in aperta contraddizione col suo aspetto bonario.

E sono rimasto molto sorpreso nell’apprendere che l’attore ha avuto un percorso travagliato di convivenza col proprio corpo e, soprattutto, con quello che gli altri hanno avuto da dire sul suo corpo. Così Jonah Hill ha chiesto di smettere di commentare la sua forma fisica: «Non mi è di nessun aiuto, anzi, mi fa sentire peggio». Decisamente tranchant. È strano, vero? Pensare che un personaggio così celebre e celebrato possa risentire a livello mentale dei commenti che si sprecano sul suo conto, fino a perdere sicurezza in se stesso. Perfino, come si legge nell’articolo, quando i commenti sono d’incoraggiamento o addirittura positivi.

Le riflessioni fino ad ora condotte ci portano ad approfondire il tema del body shaming, ossia la sistematica derisione di una persona per il suo aspetto fisico, specialmente attraverso l’uso dei social. Attenzione: le accuse mosse al malcapitato/a di turno prendono di mira un aspetto che non necessariamente è così lontano dalla realtà o dai “canoni” di bellezza del momento. Anzi. Per intenderci: se io avessi i capelli rossi, potrei essere riempito da una valanga di insulti solo per avere i capelli rossi. Così, tanto per gradire. Questo per darvi l’idea della portata di un fenomeno stupidissimo capace, però, di generare gravi danni. Il dramma si consuma quando giudici improvvisati (e anonimi: come gli utenti del web) ci additano per una qualsiasi ragione legata al nostro aspetto e ci inducono a provare un forte senso di vergogna (lo sottolineo a voce alta) immotivata. Se colpiti nel profondo, il rischio è di aprire le porte alla vergogna, di lasciare entrare e veder sorgere (nel nostro corpo, nella nostra mente soprattutto) disturbi di vario genere, da quelli alimentari a quelli psicologici e psichici.

Colpisce ancor più che Jonah Hill sia un maschio “alfa”, quindi bianco, eterosessuale, eccetera.

Insomma, ci siamo capiti, lui non dovrebbe essere interessato da tutto ciò. La verità è che il mito del maschio “alfa” rischia di soffocare gli stessi uomini che non corrispondono perfettamente al prototipo di perfezione. Declinare, poi, il fenomeno del body shaming al maschile è probabilmente insolito, perché questo tema riguarda spesso il genere femminile, ma – giocando un po’ con le parole – possiamo dire che il rischio di essere derisi perché il proprio corpo non risponde a canoni prestabiliti (e, soprattutto, duri a morire) è altamente e drammaticamente inclusivo. Tutti potremmo esserne colpiti. Di questa piaga del nostro tempo si stanno ormai interessando leggi, normative sulla privacy, aule dei tribunali.

C’è un momento cruciale in tutta questa desolazione: il momento in cui gli altri, offendendo, ci porgono il vassoio della vergogna. Possiamo scegliere di accettarlo o di ignorarlo. Per trovare la lucidità, la forza e la maturità per dire “no, grazie” bisogna però lavorare sulla cultura collettiva e sull’autostima personale. Nel nostro corpo dovremmo imparare a stare tutti a nostro agio: la vera bellezza, in fondo, è tutta qui.

Gennaio 2022, oggi, cuore del nuovo mondo dominato da forze che l’umanità non controlla, da uno scorrere del tempo inafferrabile – troppo lento, troppo veloce- ci interroghiamo sul significato di una parola, ‘bellezza’, dominante nella storia del pensiero, nell’arte, nella moda, nei social media: la bella, il tronista, l’influencer. 

Nella Grecia antica, quella di Socrate e Platone per intenderci, si riteneva che la bellezza coincidesse con la verità e la bontà. Ogni cosa, frase, tratto del volto o grazia del corpo che fosse bella, doveva contenere in sé un germe misterioso di verità e di bontà. Se così non fosse stato, la bellezza si sarebbe trasformata nel suo contrario: bontà fasulla, parola ingannevole, volto bello che nasconde il male.

Un paio di millenni dopo e oltre, uno scrittore russo, Fedor Dostoevskij, farà dire ad alcuni dei personaggi di due famosi romanzi che “La bellezza salverà il mondo”. Protagonisti delle storie in cui ritorna prepotente il tema della bellezza salvifica: un assassino, redento da una prostituta e condannato a 7 anni di lavori forzati (Delitto e castigo); un principe, Myškin, da tutti chiamato ‘Idiota’ (L’Idiota) il quale, per eccesso di bontà e per aver amato due donne tanto belle quanto malvage e bugiarde, finirà la sua vita realmente pazzo, in manicomio. 

La bellezza dunque salva? O inganna? Facciamo un passo indietro, arretriamo solo di pochi passi rispetto a una parola così carica di significati accumulati nel tempo da risuonare vuota.

Percorriamo gli open space della nostra azienda, di centinaia di altre aziende sparse per il globo: cosa vediamo? Sedie vuote. Computer spenti. Le sale caffè bisbigliano voci, eco sospese di un tempo che, cronologicamente, risale a febbraio 2020, ma sembra a noi ormai remoto. 

Ah il tempo, inafferrabile e ambiguo come la bellezza stessa!

Tutto si è fermato, immobilizzato dall’incantesimo di una strega malvagia. La principessa (bella, anzi no, bellissima) si è punta con un ago e il regno dorme: giorni, mesi, anni… forse secoli. La bellezza genera stupore. E l’orrore? Questo tempus horribilis non genera anch’esso uno stupore, magari più forte? Bellezza e orrore sono forse facce di una stessa medaglia? Ci siamo ingannati e la nostra vita altro non è che macchinazione di un Demiurgo che gioca con la sua creatura?

Viviamo rintanati tra le mura di casa, un senso di insicurezza ci attanaglia, ansie sottili per noi, i nostri figli, i nostri vecchi i cui anni a venire sono ancora più preziosi dei nostri. Bellezza arida, perduta, parola vuota: inganno del bello, simulacro di una verità che non esiste! 

Proviamo a fare un altro passo indietro, a uscire dagli open space, dalle sale caffè vuote, attraversiamo i corridoi in direzione inversa, sì, ma senza fretta. Prendiamoci tempo, un attimo di respiro può durare più di quanto si immagini: torniamo a casa.

In questi anni, altro è accaduto: qualcosa che rimanda a un tempo pieno, vissuto, un tempo in cui gesti e parole sono rimasti lì, come ‘sopravvissuti’. Dalle nostre cucine, dagli sgabuzzini attrezzati a studioli, dai salotti, dai giardinetti di casa, abbiamo processato ordini, sviluppato software, rincorso normative che impazzivano come la maionese e all’inizio di ogni riunione ci siamo chiesti a vicenda “Come stai? Come state ragazzi? Come stanno i vostri cari?”. 

Abbiamo praticato l’umanità, l’umanità e - la bellezza - che cos’altro è se non pervicace, ostinata resistenza al brutto? Dove il brutto avanza come un deserto che spegne la vita, l’umanità resiste: un gesto di attenzione verso l’altro vale mille teorie del bello. 

Il simbolo della nostra azienda è un veliero che affronta la tempesta e mai - mai - ne viene scosso (parafrasando Shakespeare). In realtà, noi di State Street, gli scossoni li abbiamo sentiti e continuiamo a sentirli, ma siamo ancora qui, sulla nostra barca blu che resiste nel mare, a raccontarvi cosa sia, per noi, la bellezza.

La bellezza è l’equilibrio tra l’idea di bello e quella di bene. In latino, infatti, il termine bellus (bello) è il diminutivo di una forma antica di bonus (buono). Questa etimologia, oggi, è più che mai di attualità.
Queste sono le premesse da cui è nata The Greenary house, la residenza ristrutturata di Francesco Mutti, Amministratore Delegato di Mutti, che oggi è anche la casa di Alma, un ficus di 26 anni, alto 10 metri e posizionato al centro dell’abitazione.

In The Greenary house, crasi di green e granary, è l’uomo ad adattarsi agli equilibri della natura: sebbene la specie di Alma, ficus australis, sia adatta a vivere in spazi interni si è reso necessario creare ulteriori condizioni affinché potesse crescere, per esempio sfruttando al meglio la luce naturale e il microclima circostante. 

Nella casa tutto funziona con il geotermico, non esiste infatti alcun impianto a gas. Questo significa che ci si deve adattare a una temperatura che non si sceglie, che non può cambiare rapidamente e in modo drastico come accade accendendo un comune climatizzatore. Bisogna, invece, cercare un continuo equilibrio che consenta di star bene senza impattare negativamente sul ficus stesso.

Questa abitazione, progettata dallo studio di design internazionale CRA - Carlo Ratti Associati, sorge vicino alla sede dell’azienda di Montechiarugolo (PR) in un parco verde di oltre 2.5 ettari e si ispira alla forte sensibilità ambientale dell’imprenditore e alla sua visione di benessere, che si riflette anche sull’azienda che guida: Mutti è un’azienda che cresce puntando alla qualità, nel senso più esteso del termine, un’azienda che evolve senza rivoluzionarsi, che innova in maniera attenta e coscienziosa e che tiene bene a mente che le radici dei propri successi stanno nella Terra, e per questo la rispetta.

L’equilibrio ambientale necessario al benessere di Alma è idealmente rappresentativo di questo approccio. L’impegno del Gruppo nell’ambito della sostenibilità ambientale, infatti, è stato scandito negli anni da alcuni passaggi particolarmente significativi, come quello che nel 1999 l’ha vista diventare la prima azienda ad adottare il Disciplinare di Produzione Integrata Certificata, seguito nel 2001 dall’ottenimento della dichiarazione non ogm e, nel 2016, dal raggiungimento della completa certificazione di tracciabilità di filiera (secondo la norma internazionale ISO 22005) a garanzia della provenienza cento per cento italiana del pomodoro. Un altro risultato particolarmente importante è quello ottenuto nella riduzione dell’impronta idrica, raggiunto grazie a una collaborazione decennale con WWF Italia. 

A partire dal 2010, infatti, Mutti ha avviato con l’organizzazione ambientalista un lavoro di analisi per calcolare e ridurre l’impatto della filiera sul consumo di energia e di acqua. Un percorso virtuoso che ha portato l’azienda, anche, a pubblicare il suo primo Bilancio Ambientale nel 2020 e a pianificare un primo piano di investimenti, nel triennio 2022-2024, da 1,5 milioni di euro a favore di progetti ambientali, uno fra tutti la rinaturalizzazione di un tratto del fiume Po, alla quale sta lavorando in questi mesi.

Restituire continuamente alla natura, almeno in parte, ciò che da sempre ci dona è dunque una missione quotidiana che vuole, e deve, poter dimostrare che Uomo e natura possono convivere. 

Proprio come in The Greenary, prima tappa di un più ampio progetto che vedrà nascere altre opere d’architettura tra cui un ristoro per dipendenti e avventori. Tutte, ovviamente, a prova di Alma. 

La parola chiave è autenticità

media hanno creato lo stereotipo corrente di bellezza, ma possono contribuire a distruggerlo. Si vedono cambiamenti importanti, accelerati dalla digitalizzazione, potenziati dai flussi di coscienza elaborati nei lunghi mesi di lockdown (soprattutto dalla famosa GenZ, non vinta dall’estetica mainstream) e da uno zeitgeist particolarmente frizzante legato all’emergere di nuove piattaforme di comunicazione.

I social media hanno inizialmente ereditato un bagaglio di canoni estetici convenzionali dalla tv e dalla stampa, pensiamo alle prime influencer su Instagram: un luogo dove poter raccontare se stesse con i riferimenti di stile che ambivano a essere, finalmente liberi dal filtro impenetrabile delle agenzie di modelle e dei magazine. Le migliori fra loro hanno imparato in fretta a gestire la propria immagine sui social ibridandola con una modalità di execution stilistica propria del mondo delle PR e della moda: il fulgido esempio è Chiara Ferragni con il geniale innesto degli stilemi Fashionweek-driven in uno storytelling da media borghesia milanese.

Per anni i feed di Instagram sono stati intasati da corpi perfetti, case perfette, viaggi da sogno e nuove professioni apparentemente lucrosissime e prive di insoddisfazione, che sono diventate il fulcro dello storytelling social. La generazione dei Millennial ha assorbito diligentemente e senza farsi troppi problemi un concetto di perfezione irreale e tossico. 

Poi, la pandemia. La GenZ, obbligata nelle camerette da lockdown, ha colliso con nuovi algoritmi che spingevano più l’intrattenimento che l’estetica, e ha improvvisamente scoperto di avere un rinnovato e potentissimo potere di espressione del proprio disagio: dai Fridays for future, alla discriminazione razziale passando per le tematiche di genere, la protesta ha trovato imprevisti alleati in contenuti nascosti nelle for you pages di TikTok, altrimenti affollati da balletti e lipsync.

In questo contesto, la prima vittima della generazione quarantenata è stata proprio la perfezione estetica derivata dai media tradizionali, e il concetto di body positivity ha cominciato ad acquisire senso e complessità. 

Da una parte i social sono diventati il luogo dove esplorare e proclamare la propria unicità, la propria “non bellezza”, la propria diversità. La musica e la moda si sono adeguate, sposando almeno in superficie un’estetica fondata sulla necessità di accettare se stessi.

Dall’altra, sempre sui social, sotto questa voglia di riscatto e di cambiamento della percezione del proprio corpo vediamo tanti contenuti che tradiscono la fragilità immensa di chi è cresciuto con modelli estetici stereotipati, ha ancora paura dell’altrui giudizio e affronta ogni giorno la sfida di una accettazione di sé ancora lontana dall’essere pienamente vinta. Su TikTok, se si ha la pazienza di andare oltre l’apparenza ludica del mezzo, è emozionante e commovente vedere come questa generazione abbia deciso di combattere una battaglia diversa da quella delle generazioni precedenti, non più e non solo contro i genitori o contro il sistema costituito, ma contro se stessi.

I social media, palinsesto narrativo del nostro quotidiano, possono essere loro grandi alleati. Vedere normalizzata l’imperfezione estetica, la disabilità o il proprio orientamento sessuale rende la lotta contro gli stereotipi meno dolorosa e contribuisce, ogni giorno, a creare un nuovo non-ideale di bellezza. Le probabilità di successo sono alte: una delle leve più potenti sugli algoritmi è l’autenticità (il vangelo di TikTok recita ‘be authentic’ come primo comandamento) e nei contenuti che promuovono l’inclusione e la diversità fisica, etnica, sessuale ecc. si trova quella voglia di mostrarsi come si è, che finora non era mai stata veicolo di consenso ma, anzi, di discriminazione. 

Le scelte dei Brand possono essere il fattore decisivo, l’arma finale per dare la spallata ai vecchi stereotipi e creare una nuova cultura della bellezza, e si iniziano a vedere casi rilevanti: MAC cosmetics si è aperta al B2C parlando sui social a un target genderless mai visto in comunicazione, ma che rappresenta sfumature reali.
Zalando sta cambiando i suoi codici di comunicazione per avvicinare pubblici eterogenei, sceglie TikTok per parlare della sua linea second hand e crea contenuti in feed per chi non vede il proprio corpo come un limite, in nome di un modello di sostenibilità ambientale e umana che è un tema delicato per tutto il settore moda. 

McDonald’s ha lanciato il nuovo Big Mac insieme a Ghali, dando vita a un gramelot fatto da parole provenienti da tutte le lingue del mondo che si traduce sui social nella possibilità di creare una propria versione della canzone, con la propria lingua o slang. Il pay off “Lo capisci solo se lo provi” è un invito a provare la diversità, a conoscerla da vicino.

Le scelte che facciamo nei media possono avere un impatto positivo sulla cultura, e portare un enorme valore ai brand in termini di fiducia e vicinanza, ma ancora una volta la parola chiave è autenticità. Le nuove generazioni forse non riescono ancora ad accettare fino in fondo la loro vera, luminosa bellezza, ma non hanno alcuna incertezza quando devono affondare una campagna poco sincera. 

Su TikTok creatività e conoscenza a disposizione della community

TkTok, con oltre 1 miliardo di utenti attivi mensilmente in tutto il mondo, è diventata la piattaforma di intrattenimento d’eccellenza su cui esprimersi, raccontarsi, condividere le proprie passioni con la community, in un ambiente inclusivo, sicuro e positivo. 

Ne sono un brillante esempio i creator, la linfa vitale della piattaforma, che quotidianamente condividono e co-creano tra di loro, dando vita a un continuo scambio, in cui la creatività e l’allegria sono elementi imprescindibili. La community sempre più eterogenea accoglie al suo interno utenti di tutte le età, con interessi, ma anche professioni, diverse che abbracciano tutti i campi: professionisti dell’ambito sanitario, chef, artigiani, piccole e medie imprese, insegnanti, religiosi, aspiranti comici, travel creator, appassionati di make-up e fashion e molto altro. 

Se diverse sono le aree che rappresentano, sono però tutti accomunati dall’aver messo in primo piano e a disposizione dell’intera community conoscenze, sapere e talento. 

Nel panorama del mondo food, sono state creator come Aurora Cavallo o Diletta Secco a creare alcune delle ricette e trend più virali sulla piattaforma solo nell’ultimo anno, avvicinando – con la loro semplicità e velocità di esecuzione – sempre più utenti a una cucina sana e del “fatto in casa”. 

Sembrerebbe impossibile portare su TikTok il mondo del cinema con le sue pellicole che superano facilmente i 3 minuti (tempo messo a disposizione dalla piattaforma per raccontarsi). Invece, Alessio De Santa è stato uno dei primi creator a condividere contenuti sul cinema, pillole di curiosità e dietro le quinte delle scene più celebri. Un talento, il suo, legato al desiderio di trasmettere storie e tutto quello che, nel corso degli anni passati, era riuscito a imparare sul tema. Un’aspirazione e una difficoltà pari a quella di Federico Cecchin: cartoonist da quasi 4 milioni di follower, è riuscito a conquistare l’attenzione della community grazie a caricature realizzate in pochissimi secondi. Tratti veloci, portati dalla carta a un altro materiale, lo schermo, per condividere un’esplosione di creatività. 

Viaggiare e instillare la scintilla della curiosità di scoprire di persona luoghi, posti, esperienze viste in un breve video. È quello che Giovanni Arena, soprannominato “Giovanni, quello che viaggia”, ha reso il suo tratto distintivo ed è una qualità apprezzata dalla community. Dal 2020 condivide le scoperte fatte durante i viaggi portando tutte le persone che lo seguono nei posti magici, strani e poco noti, che visita. E, dopo aver raccontato le tappe del suo on the road attraverso l’Italia, l’anno scorso è stato anche uno dei quattro ambassador del progetto Ti Racconto l’Italia – progetto in e off app di cinque mesi per scoprire luoghi italiani insoliti e poco conosciuti.

I talentuosi esempi della variegata e creativa community di TikTok da raccontare sarebbero infiniti: Gloria Schito e i trend della moda che per prima sta portando i look di un sempre più vicino metaverso tra i suoi follower; Marco Martinelli che ha avvicinato, con esempi pratici e divertenti, giovani e adulti al mondo delle scienze e delle biotecnologie; Davide Patron che ha reso lo slang e la pronuncia inglese facili e chiari per tutti. C’è anche chi, sfruttando origini multietniche e doppia cultura ha sfatato miti, condiviso curiosità, aiutando la piattaforma a essere sempre di più un luogo inclusivo e positivo. Come le creator Tasnim Ali e Dayoung Clementi. La prima nata ad Arezzo e cresciuta a Roma, usa TikTok per rispondere alle curiosità e alle domande sulla sua religione, l’Islam, e condividere la sua vita; la seconda, italo-coreana nata e cresciuta a Roma, ha fatto della multiculturalità il fil rouge dei suoi video in maniera spontanea e coinvolgente rivelando la ricchezza delle sue origini. 

Infine, un talento da non dimenticare è quello dei creator comedy della piattaforma: brevi sketch, esilaranti interpretazioni, parodie e molto altro che strappano risate diventando virali non solo in app, ma anche fuori da essa – dimostrazione della forza di TikTok e di come ormai sia parte della cultura contemporanea. Martina Socrate, Mattia Stanga, Gabriele Vagnato, Lorenzo Guarnera e Rocco Toniolo sono il simbolo di una comicità dilagante che conquista tutte le generazioni. 

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