Che baracconata, la normalità

…come dice Aldo Busi

di Clara Carlini e Annalia Luciano

La normalità non è qualcosa a cui aspirare, ma da cui fuggire. Questa frase viene attribuita a Jodie Foster, attrice premio oscar, regista e produttrice americana e stimola una riflessione su cosa effettivamente significhino oggi, nella nostra società, i concetti di normalità e diversità con particolare attenzione al concetto di neuro diversità. Si usa spesso il termine “normale” per indicare qualcosa che sia regolare, comune, giusto, equilibrato e, se riferito alla medicina, “sano”. Il diverso è tale perché non conforme al concetto della normalità, non rientra nei suoi criteri. La maggioranza è normale, il diverso viene escluso dal gruppo perché i suoi caratteri distintivi sono diversi da quelli riconosciuti come normali.

Neuro diversità è un termine recente usato per indicare tutte le persone che presentano dislessia, disprassia, discalculia, sindrome di Tourette o disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), e tutti coloro che rientrano nel vasto disturbo dello spettro autistico, tra cui chi soffre della sindrome di Asperger. Il termine neuro diversità è stato coniato dalla sociologa australiana Judy Singer ed è apparso in un articolo pubblicato alla fine degli anni Novanta, sulla rivista inglese The Atlantic. La Singer, donna Asperger con una figlia nello spettro autistico lieve, ha contribuito in maniera consistente alla divulgazione relativa a questa condizione, unitamente a moltissime famiglie che hanno facilitato il progresso della ricerca.

Per molto tempo queste realtà sono state percepite come un limite, un problema, senza vedere il potenziale di coloro che si trovano in queste condizioni. Parliamo di persone che apprendono in modo diverso, che interagiscono con il mondo circostante con ritmi diversi, con stati d’animo differenti.

Il modello della neuro diversità difende le differenze neurologiche, cercando di sdoganare alcuni di questi disturbi dal concetto di patologia, apparendo in contrapposizione alla narrazione medica e alla ricerca scientifica che si riferiscono alle neuro diversità come a “malattie vere e proprie” da curare. In realtà alla base di qualsiasi considerazione ci dovrebbe essere sempre il rispetto per le persone che vivono queste condizioni e la volontà di tutti di valorizzare il loro diverso modo di sentire, comunicare e ragionare per un bene comune.

Nel 2017 la modella danese Nina Marker, protagonista della Parigi fashion week degli ultimi anni, ha pubblicato su Instagram una sua foto con indosso una maglietta con la scritta “Be kind, I have autism”, rivelando al mondo che vive la condizione della sindrome di Asperger. “Diventare consapevoli della sindrome di Asperger può permetterci di avere successo e di goderci la vita. Prendetevi cura di voi stessi e del vostro spirito”, ha dichiarato la modella oggi ventiquattrenne in un’intervista a Vogue America. Nina è riuscita a realizzare il sogno di diventare modella diventando così un esempio e un simbolo di speranza per chi soffre dello stesso disturbo. Il mondo della moda può e dovrebbe sempre più diventare strumento utile per parlare di argomenti scomodi, forse poco fashion, ma molto importanti.

Nel febbraio 2022 è uscito sulla piattaforma globale i-D un articolo molto interessante con protagonisti 5 modelli autistici di colore che discutevano della loro condizione definita di “disabilità invisibile”. La modella e direttrice del casting Daniella D’Aiuto, autistica, è intervenuta nella conversazione tra i ragazzi; aveva 17 anni quando ha ricevuto la diagnosi, ma ciò non le ha mai impedito di perseguire i suoi obiettivi. È ideatrice del progetto “Safe Space”, dove i modelli autistici di colore vengono mostrati appunto nei loro “spazi sicuri” attraverso sfondi dipinti su misura per le loro preferenze da uno scenografo; Daniella definisce Safe Space la sua risposta alla mancanza di rappresentazione che i modelli autistici di colore sperimentano all’interno del settore fashion.

La modella afferma, inoltre, che le conversazioni sull’inclusività e le iniziative per combattere la discriminazione sono aumentate nell’ultimo periodo, portando molti a presumere che anche le industrie più tradizionaliste ed elitarie possano cambiare in meglio. Ma la domanda che si pone è quella che ci poniamo un po’ tutt*: la moda si è davvero evoluta per accogliere chiunque in un grande abbraccio?

Secondo Daniella, sebbene le persone neuro divergenti con disturbi tra cui autismo ADHD e sindrome di Tourette costituiscano oltre il 20% della forza lavoro creativa, l’industria della moda non riesce ancora a fornire a lei e a molti altri, ambienti di lavoro adatti alle loro esigenze. Per le persone con disturbo dello spettro autistico, per esempio, gli attacchi di panico possono essere causati da sovraccarico sensoriale prodotto da indumenti scomodi, rumore eccessivo, luci e/o odori troppo forti, contatto fisico e cambiamenti inaspettati, tutti elementi che fanno parte tipicamente di sfilate e spettacoli. Lavorando ormai nella moda da diversi anni, Daniella lamenta la scarsa comprensione che -in generale- le persone hanno delle disabilità non visibili e auspica un aumento nell’educazione attraverso workshop e comunicazione quotidiana per garantire che chiunque si trovi a proprio agio sul set o in qualsiasi altro luogo di lavoro.

I ragazzi affermano infatti che, proprio come per il colore della pelle, avere un cervello autistico non deve essere un deficit, ma parte integrante del modo di essere, in un mondo dove possano sentirsi al sicuro senza essere giudicati o, peggio, derisi. Lo descrivono come un disturbo neurologico con cui sono nati, non come qualcosa che si sviluppa nel tempo e che può essere curato come una malattia; essi affermano: “È qui per restare e noi vogliamo che la gente ci accetti per ciò che siamo”.

Da un po’ di tempo, quindi, si cerca di capire se e come la moda si muova nella direzione della inclusione delle diversità. La moda porta avanti iniziative e investimenti in questo ambito ma i risultati sembrano ancora scarsi stando all’ultimo studio condotto dal British Fashion Council (BFC)  con Mbs Group come riportato da Pambianco news in un recente articolo del 5 luglio 2022: “Su 100 aziende analizzate circa la metà dispone di una strategia di diversità e inclusione , ma poche hanno come obiettivo specifico l’inserimento delle minoranze ; la maggior parte dei dirigenti sono uomini bianchi, e poco si è fatto per la promozione e l’assunzione di minoranze etniche che rappresentano il 9% della popolazione dirigenziale. Anche per quanto riguarda le posizioni dirigenziali affidate alle donne il dato rimane basso, inferiore al 40%”.

Il punto è che per decenni il segno rappresentativo dell’industria della moda è stato il concetto di esclusività, facendo quindi riferimento a qualcosa per pochi che necessariamente esclude tutti gli altri. Per anni nella comunicazione della moda o nella pubblicità il significato di esclusione è stato però abilmente rimosso a favore di una connotazione positiva che trasforma il capo d’abbigliamento o l’oggetto esclusivo in qualcosa di unico e irripetibile e quindi riservato ai soggetti belli e senza imperfezioni.

Oggi per molti non è più così. Mathew Dixon, Director fashion del MBS Group sostiene infatti: “La diversità e l’inclusione non sono mai state così importanti per i marchi di moda, ma è chiaro che c’è ancora molta strada da compiere prima che le aziende riflettano e rappresentino le comunità che servono”.

Ci sono però anche delle buone notizie, tra queste merita una menzione particolare l’incontro che avviene tra due settori all’apparenza assai lontani come moda e neuroscienze e che invece trovano un punto d’incontro proprio in un nuovo progetto, ideato dalla psicologa Chiara Salomone. Si tratta di una nuova linea genderless la cui collezione si chiama “Dress the gap”, no size, no gender, no season e che fa parte del più ampio progetto Neurofashion che ha l’obiettivo di trasmettere messaggi di accettazione e inclusività, dove gli abiti si trasformano in strumenti di benessere.

L’impegno di Chiara Salomone, psicologa con la passione per la moda, è caratterizzato dalla scelta di tessuti che provengono da una filiera etica; vengono utilizzati solo materiali di origine vegetale provenienti da fonti rinnovabili e sostenibili. La scelta del nome non è certamente casuale” dress the gap” ovvero “colma il divario” si riferisce esattamente a quella differenza di percezione tra come siamo e/o vorremmo essere. I vestiti diventano dunque lo strumento per superare questo vuoto.

Salomone afferma quanto segue intervistata da Vogue lo scorso 3 gennaio 2022: “Sono partita dall’idea di creare nuovi volumi al corpo senza legarlo, ho pensato di non sovvertire i codici dell’abbigliamento e di genere ma di ignorarli: io non li vedo e vorrei che fosse così anche per gli altri. Non credo nelle misure, nell’orologio, nell’età̀ anagrafica, nelle occasioni d’uso e nelle stagioni, credo nelle persone. Per me la bellezza è qualcosa di profondo che ha a che fare con l’immaginazione e che è frutto dell’evoluzione umana”. Continua ancora la psicologa: “Propaghiamo democrazia e creatività per costruire in modo attivo e pensante. Per noi non è importante mostrarci ma percepirci, ancora meglio se lo facciamo felici nei nostri abiti. L’abito è compagno di viaggio, una protezione corporale per chi lo indossa, un messaggio, un oggetto da guardare ed interpretare. Abbiamo pensato ad abiti che si conformano al corpo e alla sua meravigliosa e perenne modificazione”.

La diversità è dunque un dato di fatto, esiste e non possiamo fingere che non ci sia, perché sarebbe come negare un elemento della natura stessa. Non esistono due persone che non siano diverse. La diversità è l’essenza di ciascun essere umano e costituisce, di fatto, la sua normalità. La diversità, oggi come in passato, è la normalità dell’essere umano. È normale essere diversi.  

Inoltre, la diversità non è una scelta. L’inclusione invece lo è sotto tutti i punti di vista: e si manifesta nella volontà di cercare il talento in ogni tipologia di diversità e accoglierlo senza pregiudizio. E come ogni processo decisionale, significa schierarsi, avere il coraggio di mettere in discussione lo status quo, la cultura dominante, delineata da regole e da tutto ciò che rappresenta una consuetudine, la normalità appunto.


Clara Carlini, 1971, laurea in scienze politiche, former fashion correspondent

Annalia Luciano, 1971, fashion consultant, co-fondatrice di Amodino Milano

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Author: administer