SIAMO TUTT* NEURO DIVERSI

di Davide Sapienza

“Psicologicamente è più dirompente affrontare molti cambiamenti in un breve periodo di tempo, rispetto a sperimentarne pochi nello stesso lasso temporale, che era l’esperienza umana universale fino a poche centinaia di anni fa”. Nella sua opera-testamento, Horizon, Barry Lopez dedica molto spazio alla storia di Homo Sapiens, interrogandosi da diversi luoghi della Terra, dall’Artico all’Antartide, su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. È anche ciò che racconta, da una prospettiva raramente affrontata dalla scienza, l’antropologo David Bellatalla nel suo Alle Origini Della Guarigione, un’affascinante excursus dedicato al significato dello spirito sciamanico, che ci sa connettere all’universo, presente in ognuno di noi, ma non riconosciuto, accettato, accolto: «si tratta di cercare la nostra identità attraverso esperienze e contaminazioni che ci mettono a confronto con “il nostro Io come paesaggio umano”, dove troppo spesso, il generale ingloba il particolare, rendendolo invisibile e alle volte, persino inesistente». Questi due viaggi culturali sono per me due libri poco tipici, totalmente diversi dalla gran parte di ciò che si legge da diversi anni. Lo sono perché hanno una poetica, che spesso alla scienza in senso stretto, manca. Una poetica che non è suggestione, ma il vero e proprio apparato culturale che la geografia, sia fisica che interiore, ha forgiato nel corso della nostra lunga vicenda come Specie. Una vicenda che è molto neurologica. Perché non siamo noi a definire il mondo, bensì il contrario.

In questo la psicologia evolutiva ha assunto un ruolo di primo piano aiutandoci a comprendere il significato delle innumerevoli ramificazioni che hanno a che fare con i tanti cambiamenti neurologici della specie. E allora leggo e penso al percorso del nostro cervello, del nostro modo di percepire, sperimentare, esplorare, vivere e concepire il mondo in questi ultimi 55.000 anni, da quando si presume sia partito il viaggio di come siamo oggi dal Corno d’Africa, dall’odierno deserto dei Dancali in Etiopia. Da lì, è iniziato un cammino di diversificazione che non è solo fisica, ma ovviamente mentale. Neurologica. Neurodiversa, intendendo questo termine in senso lato e non come paradigma giuridico?

Questa differenziazione è la chiave di lettura di questo sbalorditivo cammino. Abbiamo attraversato lo stretto di Bàb el Mandab, penetrato la penisola saudita, poi abbiamo proseguito sia a nord che a est verso l’Asia e poi l’Europa. Attraversando i mari ci siamo ritrovati in Australia. Raggiunta la Micronesia e la Polinesia, perché non arrivare anche in Sud America occidentale? Intanto la geografia, il clima, il cibo, le culture, determinano i nostri mutamenti interiori, mentali. Neurologici. Quando arriviamo in Siberia attraverso lo stretto di Bering, popoliamo l’Artico e per migliaia di anni siamo convinti di essere soli al mondo. Cosa accade al cervello vivendo diversi mesi al buio, nel freddo totale, ma altrettanti mesi nella luce costante? Siamo partiti con un corredo genetico simile, dall’Africa, per arrivare a modificare il nostro software in base a così tanti eventi ambientali e culturali, da essere ciò che siamo oggi. E cosa accadde al nostro inconscio? Cosa accade oggi, consapevoli di essere nel vortice di un mutamento gigantesco, forse già nel pieno della sesta grande estinzione di massa? Mi piace pensare che la neurodiversità sia la normalità: il continuo evolversi dell’universo, della Terra, dei suoi fiumi, dei suoi mari, dei suoi alberi, dei suoi animali e del suo stesso concetto. La normalità come punto di riferimento, in continuo mutamento, perché l’equilibrio non è mai una coordinata fissa, ma un orizzonte da perseguire. Forse oggi accettare definitivamente l’idea che siamo tutti un unico popolo, proprio perché così diversi è ciò che a me piace pensare come l’acqua del grande fiume Sapiens. Tutto ciò che siamo stati, tutto ciò che siamo, tutto ciò che saremo passerà dalla presa di coscienza della diversità come pilastro. Quello è l’oceano in cui andare a sfociare e l’Oceano è orizzontale, ma nasconde i suoi abissi e gran parte dei segreti del pianeta. Dunque anche i nostri. Darwin ci ha insegnato che l’evoluzione biologica non riguarda il perfezionamento, l’eliminazione di ciò che noi chiamiamo “errore” o “diverso”, ma l’adattamento efficace. Da 55.000 anni, ciò richiede una grande immaginazione collettiva per la nostra stessa sopravvivenza. Facciamoci ispirare. Rientriamo nel Tempo del Sogno, come lo chiamano gli aborigeni dell’Australia, dove il viaggio non si ferma mai. E l’Antropocene, potrebbe anche essere un’opportunità.


Davide Sapienza, 1963, liceo scientifico sperimentale, scrittore, promotore della pratica geopoetica

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Author: administer